Morto a cinquant’anni, Stefano Martella si ritrova in una città magnifica dove non ci sono chiese né bisogno di Dio, e dove gli spiegano che non esistono malattie, paure, rimorsi, nostalgie, desideri e nemmeno la morte: solo allora capisce dove si trova davvero. Una descrizione paradossale dell’inferno come morte del desiderio e, per contrasto, del paradiso come sua esaltazione.
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Eppure battono alla porta
L'acqua sale nella villa dei Gron e la buona educazione continua a negarla, finché qualcuno bussa e non c'è più nessuno che possa bussare
Mentre la pioggia non smette e il fiume rompe gli argini, nella villa dei Gron la famiglia continua a conversare con impeccabile compostezza mondana, negando a uno a uno i segni della catastrofe che avanza: ritratto della negazione come forma estrema di buona educazione, fino alla battuta finale — qualcuno bussa alla porta, e non c’è ormai più nessuno che possa bussare.
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Il Colombre
Lo squalo che lo insegue per cinquant'anni non voleva divorarlo: doveva consegnargli la Perla del Mare. «Come è tutto sbagliato»
Stefano Roi scopre a dodici anni che il colombre, lo squalo che sceglie la sua vittima e la insegue per tutta la vita, ha scelto lui: fugge il mare e poi vi ritorna, perché più grande delle gioie di una vita agiata e tranquilla è la tentazione dell’abisso; solo da vecchio, andandogli incontro con l’arpione, scopre che il mostro non voleva divorarlo ma consegnargli la Perla del Mare, che dà fortuna, potenza, amore e pace dell’animo.
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Il deserto dei Tartari
Trent'anni alla Fortezza Bastiani ad aspettare i Tartari: l'attesa che diventa abitudine e l'ultima battaglia combattuta da solo, in una locanda
Il tenente Giovanni Drogo raggiunge la Fortezza Bastiani convinto di fermarsi quattro mesi e vi consuma invece trent’anni ad aspettare i Tartari che non arrivano mai: cronaca implacabile dell’attesa che diventa abitudine e della giovinezza spesa in giorni tutti uguali, fino all’ultima battaglia — quella con la morte — combattuta da solo nella camera di una locanda, e vinta.
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I sette messaggeri
Più il viaggio avanza, più i messi tardano e la patria si allontana: ma verso la meta improbabile il cielo irraggia una luce insolita
Un principe parte per raggiungere i confini del regno di suo padre e manda sette cavalieri a fare la spola con la capitale: più avanza, più il loro ritorno si dilata, finché il legame con la casa d’origine si spezza e cresce il sospetto che la frontiera non esista; eppure l’ansia della sera non è più rimpianto ma impazienza di conoscere le terre ignote, verso cui il cielo irraggia una luce insolita.
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Sette piani
Di piano in piano, per ragioni sempre ragionevoli: la burocrazia come fato e le persiane che scendono lentamente sulla luce
Giuseppe Corte entra con una febbriciattola nel celebre sanatorio organizzato su sette piani secondo la gravità dei malati e, per ragioni sempre ragionevoli — una cortesia a una madre, un lavoro di manutenzione, l’assenza estiva di un primario, un errore d’ufficio mai corretto — scende di piano in piano senza che nessuno riconosca il suo male: allegoria della burocrazia come fato e del degradarsi inavvertito di una condizione.
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