Santa Casa di Loreto: 4º quaresimale

Oltre l'apparenza, la bellezza che risorge.

4º quaresimale alla Santa Casa di Loreto, catechesi di don Alessandro Bonetti.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta, sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli. Suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù:

“Signore, ecco, colui che tu ami è malato”.

All’ udire questo, Gesù disse:

“Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il figlio di Dio venga glorificato.”

Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli:

“Andiamo di nuovo in Giudea”.

I discepoli gli dissero,

“Rabi, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?”

Gesù rispose:

“Non sono forse 12 le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa perché vede la luce di questo mondo, ma se cammina di notte inciampa, perché la luce non è in lui.”

Disse queste cose e poi soggiunse loro:

“Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato, ma io vado a svegliarlo”.

Gli dissero allora i discepoli:

“Signore, se si è addormentato si salverà.”

Gesù aveva parlato della morte di lui. Essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente:

“Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là affinché voi crediate, ma andiamo là da lui.”

Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse agli altri discepoli:

“Andiamo anche noi a morire con lui”.

Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betania distava da Gerusalemme meno di tre km e molti Giusei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva a Gesù, gli andò incontro. Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto, ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”.

Gesù le disse:

“Tuo fratello risorgerà”.

Gli rispose Marta:

“So che risurgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”.

Gesù le disse:

“Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?”

Gli rispose:

“Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.

Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse:

“Il maestro è qui e ti chiama”.

Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andato incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide, si gettò ai suoi piedi, dicendogli:

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.

Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e molto turbato domandò:

“Dove lo avete posto?”

Gli dissero,

“Signore, vieni a vedere”.

Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora ai Giudei:

“Guarda come lo amava”.

Ma alcuni di loro dissero:

“Lui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva far sì che costui non morisse”.

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro. Era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù:

“Togliete la pietra”.

Gli rispose Marta, la sorella del morto:

“Signore, manda già cattivo odore e lì da quattro giorni.”

Le disse Gesù:

“Non ti ho detto che se crederai vedrai la gloria di Dio?”

Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse:

“Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno perché credano che tu mi hai mandato.”

Detto questo, gridò a gran voce:

“Lazzaro, vieni fuori”.

Il morto uscì, i piedi e le mani legate con bende e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro:

“Liberatelo e lasciatelo andare”.

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Parola del Signore.

Catechesi

Bentrovati in questo cammino che ci ha visti progressivamente entrare in questa parola così molto forte e molto usata di questo tempo, la bellezza. La bellezza ha sempre esercitato sull’uomo un fascino misterioso. Non è soltanto qualcosa che piace agli occhi, è qualcosa che tocca il cuore, che muove dentro una nostalgia di pienezza. E nel romanzo L’idiota Fyodor Dostoevsky mette sulle labbra del principe Mishkin una frase diventata molto celebre, una delle sue intuizioni più profonde afferma:

“La bellezza salverà il mondo”.

Questa frase è tanto famosa quanto enigmatica e, se permettete a volte usata anche a sproposito, ci costringe a chiederci: di quale bellezza stiamo parlando? In questo tempo abbiamo ascoltato bellezza della letteratura, dell’arte. Ecco, non certo parliamo stasera di una bellezza superficiale, estetica, fragile come un’immagine che svanisce. La bellezza capace di salvare il mondo è quella che attraversa il dolore, che non si ferma davanti alla morte, che riesce a far nascere vita dove sembra esserci solo fine. Il tempo della Quaresima è proprio questo cammino, imparare a riconoscere una bellezza diversa, una bellezza che non coincide con l’apparenza, ma con la verità dell’amore. Una bellezza che passa attraverso la croce e si manifesta pienamente nella Risurrezione.

Allora, abbiamo ascoltato il tratto del Vangelo di Giovanni al capitolo 11 con il racconto della risurrezione di Lazzaro. Ecco, questo testo ci introduce dentro questo mistero. è una pagina che parla di morte, di lacrime, di attesa e di fede, ma soprattutto parla di una bellezza che risorge quando tutto sembra perduto. Di fatto questo racconto non è la soltanto la storia di un miracolo straordinario. È la rivelazione del modo in cui Dio guarda l’uomo oltre l’apparenza, oltre il limite, oltre il sepolcro.

Il racconto evangelico inizia con una situazione drammatica. Lazzaro è malato. La malattia è una delle esperienze più universali dell’esistenza umana. Tutti prima o poi facciamo esperienza della fragilità del corpo, della precarietà della vita, dell’impossibilità di controllare tutto. Le sorelle di Lazzaro, Marta e Maria mandano a dire Gesù:

“Signore, ecco, colui che ami è malato.”

C’è già qui un primo paradosso. Se Gesù ama davvero Lazzaro, perché non corre subito? Perché non interviene immediatamente? Le sorelle non chiedono esplicitamente un miracolo, non avanzano pretese, si limitano a presentare la realtà. Colui che tu ami è malato. Questa frase contiene una verità fondamentale della fede. Essere amati da Dio non significa essere immuni dalla sofferenza. È un’idea che spesso fatichiamo ad accettare questa. Eh, dentro di noi si nasconde la convinzione che l’amore di Dio dovrebbe proteggerci da tutto ciò che è doloroso. E quando arriva la prova, la malattia, la perdita, nasce spontanea la domanda, no? Dov’è Dio? Dove sei, Signore?

Eppure il Vangelo dice qualcosa di sorprendente. Gesù ama Lazzaro, Marta e Maria e proprio per questo lascia che la storia segua il suo corso. Non interviene subito, non blocca la malattia, non impedisce la morte, anzi rimane ancora due giorni nel luogo dove si trovava, attende. Questo è uno dei punti più sconvolgenti del racconto. L’amore di Dio non coincide con le nostre aspettative immediate. Dio non agisce per salvare le apparenze, agisce per salvare la verità della nostra vita. A volte ciò che sembra abbandono in realtà è preparazione a qualcosa di più grande. Quante volte anche noi viviamo situazioni in cui sembra che Dio sia in ritardo. Preghiamo, chiediamo, attendiamo, ma in realtà la realtà non cambia. E il cuore si riempie di domande. È il momento in cui la fede viene purificata. Credere non significa vedere subito il miracolo, ma fidarsi anche quando il miracolo non è ancora arrivato.

Quando Gesù arriva a Betania, Lazzaro è già morto da 4 giorni. Marta corre incontro a Gesù e pronuncia parole che sono insieme di fede e di rimprovero. Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello, non sarebbe morto. Quante volte anche noi diciamo la stessa cosa. Se tu fossi intervenuto prima, Signore, se tu avessi fatto qualcosa, ma Dio non arriva sempre quando lo vogliamo, arriva quando può rivelare qualcosa di più grande. E spesso ciò che sembra un’assenza di Dio, in realtà è il tempo in cui Dio sta preparando una risurrezione. E Marta, che pur triste è donna che crede in Gesù, aggiunge:

“Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Dio te la concederà”.

È la fede che resiste dentro il dolore. Gesù allora pronuncia una rivelazione più straordinaria, la più straordinaria di tutto il Vangelo. Io sono la risurrezione e la vita. Non dice semplicemente che darà la risurrezione, dice che lui è la risurrezione. La vita vera non è un evento futuro, ma una relazione presente in Cristo. E guardate che ogni nostra relazione dipende da quella con Cristo. Il nostro fare o essere dipende dal rapporto con Cristo e la relazione con Cristo è vita quotidiana, non esperienza straordinaria di spiritualità. Gesù si è incarnato. È nella carne della nostra umanità che Cristo si nasconde. Sono nella misura in cui Gesù Cristo è parte di me, scopro una bellezza che va oltre anche il dolore e alla morte, ma occorre una relazione autentica con lui per avere occhi capaci di vedere oltre.

Poco dopo accade qualcosa di sorprendente. Gesù vede piangere Maria e i Giudei che sono con lei e il Vangelo dice:

“Gesù scoppiò in pianto”.

è il versetto più breve del Vangelo che narra un’azione di Gesù, ma forse anche uno dei più profondi. Dio non rimane distante davanti al dolore umano. Dio piange con noi. Qui appare una forma di bellezza che il mondo fatica a riconoscere, la bellezza della compassione. Non la bellezza che domina il dolore, ma quella che lo attraversa e lo abbraccia. Dio non è indifferente al nostro dolore. Il cristianesimo non è una religione di un Dio distante, è la fede in un Dio che entra nella nostra sofferenza. La vera bellezza di Cristo non è la potenza, è la misericordia. Ecco perché la Quaresima non è un tempo triste, è il tempo in cui scopriamo che Dio è con noi anche nelle nostre tombe interiori. Questo tempo allora ci invita proprio a questo, scoprire che Dio non è lontano dalle nostre ferite. Egli entra nelle nostre tombe.

Arrivati al sepolcro Gesù ordina una cosa apparentemente assurda:

“Togliete la pietra”.

Marta reagisce con realismo. Signore manda già cattivo odore, è di 4 giorni. E la morte è definitiva, l’apparenza è chiara. Non c’è più nulla da fare. Ma Gesù insiste, non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio? Questo passaggio rivela una dinamica fondamentale della fede. Dio compie il miracolo, ma chiede all’uomo di fare la propria parte. Togliere la pietra significa affrontare la realtà senza nasconderla. Dio ha bisogno di noi. Spesso vorremmo che Dio facesse il miracolo senza che noi apriamo le nostre tombe interiori. Ma il Signore chiede prima questo gesto di verità. Bisogna aprirla la tomba perché la vita entri dentro. Quali sono le pietre davanti alle nostre tombe? Possono essere ferite e mai guarite. Relazioni spezzate, paure profonde, peccati che sembrano impossibili da lasciare. Talvolta qualcuno non vuole aprire la propria tomba perché tutto sommato lì ci sta bene. Ha trovato un suo equilibrio, sa che la sua tristezza è fonte di pietismo consolante che lo fa star bene per un po’. Essere tristi ti fa accogliere il compatimento degli altri che ti danno un po’ di vita finta, ma nella tomba c’è solo morte. Ecco, la Quaresima è proprio il tempo in cui Cristo ti invita a spostare quella pietra, non per condannarci, ma per liberarci. Talora spostare la pietra uno sforzo immane, perché la pietra pesa, ma è l’unica possibilità che abbiamo per avere la vita. Inoltre, il più delle volte quella pietra ce l’abbiamo messa noi, eh? Mettiamoci sopra una pietra, mettiamoci una pietra sopra. Quante volte ho incontrato persone che piuttosto di affrontare la propria morte interiore preferiscono far finta di niente, attendendo che la vita scorra a fianco di accontentarsi di sopravvivere come uno spettatore triste e sconfitto.

Se la pietra è troppo pesante e da solo non ce la fai, l’unica via è chiedere aiuto. Tolsero dunque la pietra. Ecco, Gesù stesso indica la via per riuscire a togliere la pietra. C’è bisogno della forza di più persone, di una comunità, di una famiglia per liberare dal peso della pietra, da soli non si può. Senza una comunità capace di essere vicina, attenta, pronta ad aiutare, a portare il peso dei fratelli, tutto è inutile. Chiudersi in una solitudine triste non porta alla vita, ma per far questo serve una comunità attenta e premurosa, una comunità capace di essere come Cristo, anzi essere in Cristo. I nostri progetti pastorali, catechistici, caritativi, tutti i nostri lavori, i nostri impegni ancora oggi continuano a pianificare azioni pastorali a partire dalla modalità che usavamo sempre, no? Vedere, giudicare, agire. Tu vedi una cosa, giudichi con me e poi compi delle azioni. Viene continuamente ripreso in ogni discorso che sento questo discorso, ma oggi questo non funziona più perché il vedere e basta non permette di andare in profondità. Viviamo in un mondo complesso. Ciò che vediamo normalmente è distorto e questo pregiudica il giudizio e talora produce un’azione inadeguata. Io preferisco uno sguardo più vicino alla realtà complessa che viviamo oggi, un’azione più vicina a quella di Gesù. Ce la propone Simone Weil che dice che di fronte alla realtà oggi non basta guardare, giudicare e poi agire immediatamente fare delle azioni. Oggi le persone il mondo sono così complesse che bisogna, dice lei, attendere, amare, contemplare. Non vedere, giudicare, agire. Paradossalmente in un mondo veloce noi siamo chiamati alla lentezza.

E Gesù grida con voce forte:

“Lazzaro, vieni fuori!”

è un grido di vita dentro il regno della morte. I padri della Chiesa hanno sempre notato un dettaglio suggestivo. Gesù chiama Lazzaro per nome. Se non lo avesse fatto, dicevano ironicamente, tutti i morti sarebbero usciti dalle tombe. Questo significa qualcosa però di molto personale. Dio non salva l’umanità in generale, salva ciascuno per nome. Cristo chiama proprio te, chiama la tua storia concreta, chiama la tua vita così com’è. E il morto esce. Il miracolo non è solo il ritorno alla vita di Lazzaro, è la rivelazione di una verità più grande. La parola di Cristo ha il potere di risvegliare ciò che sembrava definitivamente perduto.

Nella tradizione della Chiesa questo episodio è stato spesso interpretato come immagine della conversione. Anche noi siamo chiamati ad uscire dal sepolcro delle nostre paure, dei nostri peccati, delle nostre chiusure. Lazzaro esce, ma non è completamente libero ancora. È avvolto nelle bende funerarie. Gesù allora dice:

“Liberatelo e lasciatelo andare.”

Il miracolo non termina con la risurrezione, continua nella liberazione. Questo passaggio mostra che la comunità cristiana ha una missione fondamentale: aiutare le persone a sciogliere le bende della morte. Non basta uscire dalla tomba, non basta aprire la tomba. Bisogna essere aiutati a vivere davvero. Bisogna essere liberati e lasciati andare, riprendere il cammino. Credo che il futuro della Chiesa si giochi proprio su questa dinamica di liberazione. Oggi siamo tutti inseriti in un mondo che lega persone ad una esistenza senza senso talora, dove la ricerca di vita si trasforma spesso in oppressione. Oggi la Chiesa è posta sul crinale della storia per accogliere le persone, per aiutarle a liberarsi, dai lacci della morte, dai lacci del maligno. E il modo di farlo ci viene insegnato chiaramente proprio qui a Loreto. Accogliere significa fare casa, prendersi cura di coloro che bussano perché malati di morte. Ed è un’emergenza questa, perché i malati nel corpo, le cure oggi ci sono, ma per i malati nello spirito non ci sono luoghi dove trovano pace. È una chiamata a prendersi la responsabilità di accogliere e accompagnare il loro percorso fino alla liberazione. La Chiesa e quindi anche noi impariamo a fare casa, ad essere casa che accoglie a cura nello spirito o rischiamo di diventare una buona organizzazione non governativa, una ONG che pur operando azioni meritorie perde la propria anima. Il motivo vero per cui esiste, esiste la Chiesa, esistiamo noi qui, è aprire le tombe e riportare alla vita coloro che sono nella valle della morte.

Ma torniamo allora alla frase di Fyodor Dostoevsky. La bellezza salverà il mondo. Solo ora, alla luce di questo Vangelo, possiamo comprendere più profondamente. La bellezza che salva il mondo non è quella che elimina la morte, è quella che fa risorgere la vita dentro la morte. E noi siamo depositari di questa bellezza perché abbiamo Cristo dentro di noi. È la bellezza di Cristo Signore che piange con chi soffre, entra nelle tombe dell’umanità, chiama ciascuno per nome, restituisce la vita. E noi siamo di Cristo. E se siamo di Cristo, dovremmo imparare ad aprire il nostro cuore, le nostre case, essere attenti alle persone che vivono nella valle della morte, accorgerci, prenderci cura. Un amore vero è l’amore che precede, che anticipa, non quello che poi va ai ripari, corre ai ripari. Dovremmo renderci conto della fatica di chi sta accanto e invece di continuare a lamentarci, dovremmo imparare a prendere su di noi le fatiche di questo mondo, perché questa è la bellezza della Pasqua.

La Quaresima è il tempo in cui impariamo a guardare oltre l’apparenza, perché l’apparenza dice “la morte ha vinto”, ma la fede vede qualcosa di diverso. Dio sta già preparando la risurrezione e noi non siamo fatti per la morte, ma siamo fatti per il Cielo. Il racconto della resurrezione di Lazzaro è anche una profezia. Non parla soltanto di Lazzaro, parla di Gesù, di Gesù stesso. Poco tempo dopo sarà lui a entrare in una tomba e anche davanti alla sua tomba ci sarà una pietra, ma quella pietra sarà rotolata via. E allora comprenderemo davvero cosa significa che la bellezza salva il mondo. La bellezza di Cristo crocifisso e risorto è la bellezza che trasforma la morte in passaggio, il dolore in promessa, la fine in inizio. Per questo la Quaresima dicevo prima, non è un tempo triste, è un tempo di verità. È il tempo in cui impariamo a credere che anche nelle nostre tombe può accadere la risurrezione. Forse oggi il Signore sta davanti a una delle nostre tombe interiori. Forse ci sta chiedendo la stessa cosa che disse a Marta. Credi tu questo? Se accettiamo di togliere la pietra, se lasciamo che la sua parola entri nel nostro buio, allora accadrà qualcosa di sorprendente. Anche per noi risuonerà quella voce potente:

“Vieni fuori!”

Ed è lì, proprio lì, che comincia la bellezza che risorge. Per questo noi non possiamo alla fine che dire grazie Signore perché noi siamo in te, tu sei in noi. Grazie Gesù Cristo che ti sei offerto, che entri nelle tombe della nostra vita e trasformi la nostra esistenza facendola passare dalla tristezza alla danza. Entra tu, Signore, e trasforma questa chiesa di uomini e donne che spesso si lamentano e sono tristi perché guardano a ciò che gli manca e non sanno vedere la bellezza che li raggiunge. Grazie Signore perché tu puoi trasformare la nostra vita. Puoi trasformare la vita di chiunque e puoi trasformare la vita dei nostri fratelli e delle nostre sorelle perché noi li aiutiamo a togliere le pietre e a togliere le bende della morte. Grazie Signore perché noi siamo tuoi. Noi siamo stati battezzati, immersi in te Signore e la potenza che è in te è in noi. Basta che abbiamo il coraggio di iniziare.

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