Santa Casa di Loreto: 3º quaresimale

Bellezza. Riconoscere la verità che ti apre gli occhi.

3º quaresimale alla Santa Casa di Loreto, catechesi di sour Maria Gloria Riva.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Gesù, passando, vide un uomo cieco dalla nascita. Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse:

«Va’ a lavarti nella piscina di Siloe»

che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano:

«Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?»

Alcuni dicevano:

«È lui».

Altri dicevano:

«No, ma è uno che gli assomiglia».

Ed egli diceva:

«Sono io».

Condussero dai farisei quello che era stato cieco. Era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro:

«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

Allora alcuni dei farisei dicevano:

«Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato».

Altri invece dicevano:

«Come può un peccatore compiere segni di questo genere?»

E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco:

«Tu che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?»

Egli rispose:

«È un profeta».

Gli replicarono:

«Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?»

E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori. Quando lo trovò, gli disse:

«Tu credi nel Figlio dell’uomo?»

Egli rispose:

«E chi è, Signore, perché io creda in lui?»

Gli disse Gesù:

«Lo hai visto: è colui che parla con te».

Ed egli disse:

«Credo, Signore».

E si prostrò dinanzi a lui.

Parola del Signore.

Catechesi

Padre Santo, nel nome di Gesù manda il tuo spirito. Siamo di fronte a una pagina del Vangelo che ci riguarda da vicino perché siamo un po’ tutti ciechi e mi viene da pensare proprio ai gesti di Gesù e all’ambiente in cui si svolge tutta la scena del cieco nato. È cieco dalla nascita, quindi già da piccolo non vede. Abbiamo letto la forma più breve, ma il Vangelo ci dice anche che i genitori in qualche modo non vollero entrare nella faccenda della guarigione.

«È grande, chiedetelo a lui, chi l’ha guarito».

Non vogliono avere a che fare nulla con Gesù. Abbiamo anche letto in negativo come i farisei misconoscano il miracolo in nome del sabato, in nome di una religiosità che in qualche modo non riconosce la realtà dei fatti a motivo di comandamenti o di riti che, come avrebbe detto Gesù, sono radicati nell’uomo e non in Dio. Allora, voglio prendere come icona di questa parte negativa del racconto, proprio attingendo al gesto stesso che fa Gesù, che è quello di prendere del fango e mischiarlo con la sua saliva per guarire il cieco. Voglio tornare alla prima pagina biblica in cui troviamo il primo che è incapace di riconoscere la verità.

Il titolo che mi è stato dato è un titolo ambizioso: Bellezza. Riconoscere la verità che ti apre gli occhi. Forse è più facile parlare della bruttezza che ci rende ciechi. Oggi siamo in un mondo in cui va di moda lo sconcerto, lo scabroso, il negativo, la tragedia. I telegiornali non parlano altro che a volte di cose veramente difficili da capire come le guerre, altre volte di gossip, altre volte si comportano con noi come se fossimo dei detective che dobbiamo capire chi è il colpevole. Il negativo affascina.

Allora, voglio partire proprio dall’icona di Caino che è il primo che non riconosce la realtà. Caino ci dice la scrittura, fuggì a Oriente dell’Eden nella terra di Nod, nel monte di Nod, dicono gli ebrei. Nod vuol dire passare da un luogo all’altro. Nod vuol dire angoscia. Nod vuol dire uno che non trova riposo. Nod vuol dire uno che ha una sorta di bipolarismo dell’anima, uno che non vede, uno che è accecato dal proprio rimorso, uno che non si perdona, non perdona, non chiede perdono.

Ed è interessante che Gesù colleghi la luce che questo cieco riprende al perdono dei peccati. Sei perdonato. Noi siamo un po’ così come ciechi, come ciechi che hanno delle ferite che non riescono a rimarginare, delle ferite che ci portano a diventare ciechi, a non vedere la realtà. A volte questa cecità è da bambini, a volte è provocata dai mass media, a volte dalle circostanze della vita. Ma il risultato è che noi come Caino siamo nella terra di Nod. Nod vuol dire errare nei due significati. Errare perché non si ha una meta, errare perché è il male che genera il male, è il continuo sbagliare da uno sbaglio a un altro sbaglio.

In qualche modo la mendicanza del cieco nato ci rimanda questo errare: mendicava senza sapere né a chi chiedeva, né che cosa chiedeva, né dove chiedeva. È la fotografia di chi nella bruttezza non vede. E noi fuggiamo dalla realtà, fuggiamo dalla critica.

C’è una bellissima opera di Pere Borrell del Caso dove c’è una cornice da cui esce un ragazzo. La cornice è stupenda, il ragazzo è uno scugnizzo napoletano che esce e guarda dalla parte opposta da dove viene la luce.

Pere Borrell del Caso

Fugge dalla critica, fugge dal giudizio. Noi fuggiamo dai giudizi. Anche i genitori del ragazzo sono fuggiti dai giudizi perché non volevano essere implicati con la fama, tra virgolette, che aveva Gesù.

«Chiedetelo a lui, ha l’età».

Dunque, una fuga dalla critica. A volte le persone sono malevoli, ci fanno delle critiche, ma in fondo dentro le critiche c’è sempre del buono che possiamo recuperare. Un altro modo per non vedere la realtà è il narcisismo e in qualche modo è un modo di essere ciechi, guardare solo a noi stessi.

È impressionante il Narciso di Caravaggio. Caravaggio non indulge niente nella natura. Di solito Narciso è sempre visto in una radura, si guarda nello specchio d’acqua. A volte c’è anche la ninfa Eco che era innamorata di lui. Narciso, in Caravaggio, non ci permette di vedere nulla. È tutto chiuso in un riquadro, quasi a dire che tutto era dentro la ricerca di se stessi.

Anche noi a volte siamo sempre dentro la ricerca di noi stessi. Un modo di essere ciechi è il desiderio di essere approvati, il desiderio di non essere appunto criticati, una ricerca di una verità che pensiamo di avere noi e non gli altri. Allora, qual è il passaggio che ci fa andare da una bruttezza che ci rende ciechi a una bellezza che ci apre gli occhi alla verità?

Gesù dice una cosa semplice ed è anche una domanda che dovremmo farci. Come mai Gesù non ha potuto guarirlo da solo? Ha fatto dei segni. Bastava che Gesù dicesse:

«Va, sei guarito».

Non era neanche necessario porgli del fango negli occhi. Non era tantomeno necessario farlo andare alla piscina di Siloe. I padri della Chiesa hanno sempre visto questo in una dimensione battesimale. Il fango: polvere sei e polvere ritornerai. Noi siamo polvere, siamo fango come Caino, come Adamo, ma il battesimo, la piscina di Siloe, ci rigenera. Infatti i primi cristiani erano chiamati gli illuminati, quelli che grazie al battesimo tornano a vedere. Allora capiamo che i gesti che fa Gesù sono gesti profetici. Non perché lui non sarebbe stato in grado di guarire questo cieco con la sola parola, visto che lui è la parola che salva, ma perché noi abbiamo bisogno di segni. Noi abbiamo bisogno dei sacramenti.

Allora che cosa ci fa passare dalla terra di Nod alla terra della verità? In ebraico la verità si dice emet e ha due lettere in comune con una parola che diciamo sempre nella liturgia e anche quando preghiamo da soli. Ed è la parola amen. A-M E-M sono le stesse lettere in ebraico. La prima lettera è la alef. È una sorta di croce, sono due corna l’immagine figurativa iniziale di questa lettera. Due corna di potenza. È una lettera che c’è ma non si vede. Qual è la potenza che c’è ma non si vede e regola tutte le cose? Dio. Infatti la Alef è il numero uno. Chi gli ebrei definivano come l’uno? Dio. Quindi la verità è Dio. E l’altra lettera è la mem. Si dice mamma. La lettera mem: utero con un pertugio da cui esce la vita. La lettera mem: il numero 40. Di generazione in generazione. Una generazione dall’altra. È un generare. La mem è un generare. Un generare grazie a Dio. Noi siamo rigenerati. Quando diciamo amen, diciamo che siamo così certi di quello che affermiamo come siamo certi che siamo stati impiantati in un utero e siamo venuti alla vita grazie all’acqua.

Tutti i segni che ritroviamo nel cieco nato dalla nascita viene rigenerato da un gesto di Gesù attraverso l’acqua. La verità non è qualcosa di astratto per un ebreo. La verità è qualcosa che ci contiene. Qual è la verità? Qual è il segno più grande della verità e della misericordia? Perché questa radice emet, amen, rachamim, misericordia, è anche qualcosa che ci ridà la vita, che ci perdona. Qual è il simbolo più grande di verità per gli ebrei?

È proprio il feto che sta dentro il grembo della madre. Questo feto ha la vita per la madre, ma la madre non la vede. Questo feto ha tutto: salute, cibo, acqua, persino respiro attraverso la madre, ma non la vede. Per vedere quella madre che gli ha dato tutto deve uscire con fatica dal grembo. Deve uscire con dolore. Capite che è un’immagine stupenda di Dio che ci crea, che ci fa, ma per vederlo dobbiamo uscire da questo mondo con dolore. Questa è la verità. E questa è la verità che va cercata in tutte le cose create. Tutte le cose create. Già un poeta assolutamente laico, come Montale, per non dire laicista, oggi lo chiameremmo così, diceva:

«Tutto mi dice più in là».

Tutto mi dice più in là. Allora quali sono le icone che ci permettono di capire questa immagine della verità che ci contiene, che è vicino a noi ma non la vediamo? Una è quella del cieco nato, appunto. Era dentro l’abbraccio di Gesù e non sapeva chi fosse. Interrogato non sapeva rispondere. Interrogava e non sapeva vedere chi era quello che l’aveva guarito.

Ma un’altra immagine molto pasquale è quella dei discepoli di Emmaus. Pensate come ci assomigliano questi discepoli. Erano stanchi, sfiduciati, scappavano dal cenacolo, erano delusi. Erano successe grandi cose ma ormai… Non è la fotografia del nostro tempo? La Chiesa ha fatto grandi cose. Guardate quello che ci attornia. Guardate i frati che abbiamo in mezzo a noi. La Chiesa ha fatto grandi cose e adesso fuggiamo dai cenacoli, fuggiamo dalle chiese, fuggiamo dalla vocazione. Adesso siamo delusi. Subito pensiamo male. Sembra che la Chiesa sia solo fatta da pedofili, da persone che sbagliano, da persone che lasciano. Ne basta uno che tutto il mondo sembra uguale. E noi andiamo lontano dalla verità come i discepoli. E a volte la verità ci sta di fianco come Gesù si mette di fianco a loro e noi non la conosciamo. Gesù stava davanti al cieco nato e lui non lo riconosceva.

Noi siamo così. Camminiamo coi santi e non li vediamo. Io ho conosciuto Carlo Acutis da vivo, aiutandolo a fare la mostra dei miracoli eucaristici. Ho visto che era un ragazzo eccezionale ma non ho capito che era un santo. Ho passato mesi parlando con un santo e non me ne sono accorta. Qui ci sono i santi in mezzo a noi. Li abbiamo accanto e non sappiamo che lo sono. Gesù ci cammina accanto e noi non lo riconosciamo.

Allora Gesù fa dei gesti. Prima raccontò quello che si riferiva al Messia attraverso, come dice poi nel cenacolo, la legge di Mosè, i profeti e i salmi. Cioè, come direbbero gli ebrei, la Tanakh:

  • Torà, la legge
  • Nevim, i profeti
  • Ketuvim, gli scritti

C’è anche il Vangelo, è lo scritto più piccolo. Ziger Köder, che è un grande artista ha fatto la scena di Emmaus e davanti ha messo tutti i libri. Prima di vedere la tavola vediamo i libri. il libro, il rotolo grande della Torà, un libro grandissimo dei profeti e un piccolissimo libro scritto in tedesco. Tutti gli altri sono scritti in un falso ebraico, in un falso greco. Quello è scritto in tedesco, perché lui era tedesco. Questo piccolo libro lo capiamo. Questo piccolo libro ci aiuta a leggere tutti gli altri.

Allora, come si esce da questa cecità e da questo anonimato, dalla bruttezza che acceca? imparando a conoscere la Tanac: Torà, Nevim, Ketuvim, guardate, siamo esperti di tutto. Abbiamo i bambini di 2 anni che prendono il cellulare, lo sanno usare meglio di noi, ma non sappiamo nulla della Bibbia, non abbiamo la grammatica di Dio. Dio ha parlato a noi per mezzo dei profeti. Dio ha parlato a noi per un Vangelo che sta in piedi sulla Torà, sui Nevim e sui Ketuvim. Già il grande San Girolamo tuonava l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. Come possiamo dire di conoscere la nostra fede se non conosciamo le Scritture? Come possiamo dire di capire il Vangelo che è stato oggi letto oggi che per spiegarlo ci vorrebbe ci vorrebbero tre sere? Tanto è denso. Solo la parola Siloe ci metterebbe di fronte a un viaggio infinito.

Pensate che le prime immagini di siloe di questo di questa scena ce n’è una a Roma, un graffito il cieco è un bambino. È un bambino che deve imparare a vedere. Noi dobbiamo essere come bambini, imparare la grammatica di Gesù. Gesù parlò con i discepoli lungo il cammino di tutto quello che si riferiva a lui attraverso la legge, i profeti, i salmi, cioè gli scritti. E poi cosa fa Gesù? fa dei segni, esattamente come prendere il fango, metterlo con la saliva sugli occhi, mandarlo alla piscina di Siloe. Gesù prende il pane, mesce il vino, spezza il pane e allo spezzare del pane si aprirono gli occhi.

C’è un artista che è morto nel 2023, Arcabà, francese, molto originale. Ha fatto una roba bellissima, una sequenza di tele tutte sul discepoli di Emos. Nella prima tela i due camminano e c’è la strada che sembra un serpente. La strada come appunto il buio, l’oscurità, l’insidia. E uno si tocca la mano al cuore per dire son deluso quell’altro è molto più celebrale, tocca la testa e dice

“Ma no, non è niente vero, la chiesa è bugiarda, ma dov’è Dio? Guarda, uccidono i bambini, fanno delle cose turpi, son tutti battezzati, fanno delle robe che non sono inenarrabili”.

Dov’è Dio in tutto questo? E alla fine, quando si rivela Gesù che non lo vedono più, si spezza il pane, loro c’è questa tovaglia enorme, tutta sghemba, ci sono piatti buttati là, una sedia che cade, una porta che si apre meravigliosamente su un panorama di cielo pieno di stelle e loro non ci sono più, sono andati. Guardate che la secità ci paralizza, non camminiamo. Vedere ci fa correre e quel cielo pieno di stelle è la promessa fatta ad Abramo.

Il popolo di Dio sarà come stelle nel cielo. I santi brilleranno come scintille nella stoppia. Brilleranno qua e là, faranno luce nel mondo. Nessuno si accorge che ci sono, ma ci sono. Voi siete qui, siete tutti luci che quando uscirete fuori la gente che non viene in chiesa vedrà voi. Voi siete quella luce, voi siete quella bellezza che fa vedere che Dio c’e’ ed e’ qui, ora, adesso nei vostri piccoli gesti quotidiani, non nei miracoli, non nelle cose grandi, ma anche semplicemente in un saluto.

Una mia suora ieri mi ha detto:

“Ma possibile?

Sono andata a prendere un caffè in treno, ho sorriso a quella ragazza che mi stava servendo, mi ha regalato il caffè e lei ha detto

“Ma possibile che riesci a farti pagare il caffè anche in treno?”

Dico,

“Non l’ho fatto apposta”.

A volte veramente basta poco, basta sorridere, la gente è abituata dopo il Covid, poi peggio ancora a non darti più neanche la mano, essere chiusa. Abbiamo paura gli uni degli altri. Vedere Gesù ci mette le ali. Sono corsi dove? Non sono corsi dagli africani o dai turchi o da chi non so chi. Sono corsi nel cenacolo, sono tornati alla loro origine, sono tornati alla verità, sono tornati in quel grembo che li aveva generati.

Noi dovremmo aiutare i nostri ragazzi a rimettere radici nel loro popolo perché sono senza radici. La radice di questo luogo è fatta dalla fede. La radice di questo luogo sono i cappuccini. La radice di questo luogo sono tutte le persone che hanno concorso a fare questa meraviglia. I i vostri figli devono sapere che questo è sudore dei loro avi, che qui sono passati i santi. Questo ci cancella dalla cecità.

E allora la seconda grande grazia che ci dà Gesù è lo spezzare del pane, l’Eucaristia. Ogni giorno a messa noi abbiamo la possibilità di bagnarci alla piscina di Siloe e di tornare a vedere. E chiudo con una cosa che mi riguarda personalmente. Dov’è che possiamo continuare a godere della messa? Diceva la nostra fondatrice, la Beata Maria Maddalena dall’Incarnazione, diceva:

“La messa dura poco”.

per noi dura sempre troppo, però lei diceva dura poco, dura uno spazio di tempo. Quando ricevo Gesù dura pochi minuti, pochi secondi in realtà, ma dura pochissimo. La presenza dentro di noi dura pochissimo. Soltanto nell’adorazione io posso prolungare la messa. L’adorazione è una messa infinita. L’adorazione è il momento in cui posso affondare lo sguardo in quel Gesù che è scomparso e io ce l’ho lì, ce l’ho su tutti gli altari e se devo riassumere io ho fatto farò il 40esimo di entrata l’anno prossimo. Mh, sono entrata, anzi ho fatto la professione, scusate, nel 1987, quindi l’anno prossimo faccio 40 anni di professione.

Se devo riassumere questi 40 anni, dico ho imparato a guardare, sì, anche a guardare i quadri, senz’altro, ma anche a guardare le persone. Faccio sempre gran confusione, faccio fatica, sbaglio ancora, non sono perfetta. Ma quanto mi ha insegnato a guardare la realtà? Non attraverso la televisione, internet, i mass media, i grandi profeti di sventura, ma attraverso la luce del Santissimo Sacramento che ci cambia lo sguardo, ci fa cadere le squame dagli occhi, ci fa rinnovare uno sguardo da ceci che eravamo forse fin dalla nascita.

Voglio chiudere con un’immagine, andate a cercarla in internet. Il falso specchio di Magritte:

Mamma, quanto mi piace citare la gente che non ha fede. Magritte e diceva che era ateo, poi diceva che Dio era nella bellezza e che l’unica cosa che poteva farci trovare Dio era la bellezza dell’arte. Lui fa un occhio grandissimo che scruta. È inquietante quando sei davanti, ma è stupendo perché quest’occhio scruta. La pupilla è assolutamente nera, non ha luce, quindi è una pupilla cieca, ma l’iride è piena di cielo. L’iride è fatta di cielo. Questo è quello che accade nell’adorazione. Noi continuiamo a vedere le oscurità del mondo, ma in esse possiamo trovare il cielo. Sempre dobbiamo trovare il cielo.