Dopo le Beatitudini: essere luce e sale

Omelia di Card Pierbattista Pizzaballa

Omelia di SEm Card Pierbattista Pizzaballa. 1


Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dia pace.

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi viene subito dopo il brano molto bello e conosciuto che abbiamo ascoltato domenica scorsa, quello delle Beatitudini, ed è una continuazione mediata. Per comprendere questo brano dobbiamo quindi avere sempre come sfondo questa sorta di “nuovo decalogo” che è proprio il brano delle Beatitudini.

Il legame tra il monte Sinai, con i dieci comandamenti, e il monte delle Beatitudini è molto evidente: sia sul monte Sinai, dove si riceve la legge — quelli che noi chiamiamo i dieci comandamenti — sia sul monte delle Beatitudini (che poi non è un gran monte, è una collinetta, insomma). Si vuole fare questa similitudine.

Così il brano che abbiamo cominciato ad ascoltare oggi, e che ascolteremo anche domenica prossima, è una continuazione. Subito dopo il brano dei dieci comandamenti, nel libro dell’Esodo, c’è una lunga lista di altri piccoli comandamenti e indicazioni di vita, chiamata “codice dell’alleanza”, con tante prescrizioni su cosa fare e cosa non fare.

Allo stesso modo, subito dopo il brano delle Beatitudini — che cominceremo ad ascoltare dalla prossima domenica — c’è una lista di comandamenti e indicazioni: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…”, “è scritto: non uccidere… ma io vi dico che chiama sciocco suo fratello commette omicidio”, e così via. È per dire che c’è questa somiglianza.

Ma adesso non siamo qui per fare esegesi. Che cosa ci vuole dire questo brano? Molto brevemente: questo brano è un po’ una cerniera tra le Beatitudini e quello che ascolteremo dalla domenica prossima. È un’indicazione generale, non morale o moralistica: dice in cosa consiste il nostro essere cristiani.

Gesù dice: dovete essere sale e luce. Due indicazioni molto significative. Ne prendo solo alcuni spunti.

Innanzitutto, sono due elementi che non sono autoreferenziali, non servono a se stessi. Il sale, da solo, non serve: serve se è mescolato con gli alimenti. Se uno mangia il sale così com’è, non sta bene. Il sale è “sale della terra”.

Anche la luce non serve a se stessa: serve per illuminare. Noi non vediamo la luce in sé, vediamo il fuoco delle lampade, ma la luce è ciò che ci permette di vedere e di avere uno sguardo sulla vita. Dunque sono elementi che non sono funzionali a se stessi.

La prima cosa è che Gesù ci dice: voi siete nel mondo, ma dovete starci secondo un certo modo, quello del sale e della luce.

Il sale deve avere sapore. San Paolo dice: “Abbiate il sapore delle cose di lassù” (lettera ai Colossesi). La vita deve avere sapore, gusto, deve essere bella. Si può mangiare anche senza sale, ma non sa di niente. Il sale dà un’altra prospettiva, un altro gusto alla vita.

Poi il sale non si vede: è diluito. Se si vede il sale sul cibo, vuol dire che ce n’è troppo e non va bene. Questo mi fa pensare soprattutto alla Terra Santa — ma non solo, penso anche al Venezuela e ad altri luoghi — dove abbiamo spesso la preoccupazione dei numeri, di essere visibili, di farci vedere, di imporci. Non è questa la preoccupazione.

Si dice: “In Terra Santa i cristiani sono pochi, l’1%… la Chiesa deve essere più presente, deve farsi vedere”. Non lo so. Quello che sì si deve fare è fare la differenza. Perché nel cibo, se c’è sale o non c’è, la differenza si sente subito.

Quindi non siamo chiamati a farci vedere, ma ad avere sapore e a dare sapore lì dove noi siamo. Non preoccupatevi dei numeri: anche se fossimo tanti o pochi, ciò che conta è avere qualcosa da dire, qualcosa da comunicare, un senso da dare alle cose che facciamo. Altrimenti, tanti o pochi, diventiamo irrilevanti.

Lo stesso vale per la luce. Quando organizzate mostre o esposizioni — qui ad Assisi, ma anche a Gerusalemme — una delle preoccupazioni principali è come impostare la luce. Perché entrando in una stanza capisci subito cosa guardare in base alla luce. Si dice anche “in quale luce vedere quell’evento”.

La luce ti dà uno sguardo diverso. Noi guardiamo con il cuore prima che con gli occhi: due persone possono vedere la stessa cosa, ma giudicarla diversamente a seconda di ciò che hanno nel cuore.

Gesù, nelle Beatitudini, non dice cosa dobbiamo fare, ma come dobbiamo essere: “Beati i poveri”, “beati i puri di cuore”, “beati i perseguitati”. La conclusione delle Beatitudini è ciò che ascoltiamo oggi: preoccupatevi di avere gusto e uno sguardo bello sul mondo.

Anche per noi, comunità di Terra Santa: in questo conflitto che ci lacera, vediamo solo il conflitto o vediamo anche i segni della sua presenza, i segni del Regno che cresce? Vediamo una Chiesa che sta finendo perché non ha più il potere di una volta, oppure vediamo i segni del Regno che cresce in modo che non riusciamo a controllare?

Tutto dipende dalla luce che abbiamo e dal sapore della nostra vita. Non è solo personale, è anche comunitario: che sapore dà la nostra Chiesa alla vita del mondo? Facciamo le stesse cose degli altri o facciamo la differenza? Con quale luce aiutiamo a guardare le vicende del mondo?

E qui vengo all’ultimo punto: la fonte non siamo noi, è Cristo. “Io sono la luce del mondo”. Noi siamo riflesso. Anche il nostro essere sale è derivato: siamo derivati, siamo un riflesso di quella luce.

“Avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo” significa lasciarci nutrire da lui, fare in modo che questa relazione formi il nostro cuore, il nostro modo di pensare, di guardare, di percepire e vivere le situazioni. Così possiamo essere sale della terra e luce del mondo in modo diverso, facendo la differenza, portando un gusto che solo lui può dare.

Chiediamo allora allo Spirito di illuminare il nostro cuore e di farci riflettere — a livello personale e comunitario — su che sapore abbiamo, quanto sale abbiamo nelle cose che facciamo. Perché con le nostre opere buone glorifichino il Padre che è nei cieli, non noi.

Con quale gusto e con quale luce facciamo ciò che siamo chiamati a fare?

Dentro un contesto lacerato — pochi cristiani in Terra Santa, la tragedia del Venezuela — come ci sta dentro la comunità cristiana? Con quale sapore e quale luce? Se siamo solo noi, finisce lì. Se la fonte è Cristo, la luce e il gusto saranno diversi.

Siamo tutti cocci, un po’ scalcagnati, siamo quello che siamo. Siamo qui alla Porziuncola di San Francesco: anche lui, all’inizio, si chiedeva che senso dare alla sua vita, che sapore, cosa fare, che luce. Aveva cominciato a sistemare questa chiesa, poi ha capito che “dare sapore” era un’altra cosa: era stare con Cristo e lasciarsi nutrire da lui.

Allora chiediamo anche noi — cocci come siamo, rovinati come siamo — di custodire un po’ di quel sale che è lui e un po’ di quella luce nella nostra piccola lampada, perché attraverso di noi possa, poco alla volta, illuminare quelli che incontreremo lungo il cammino della nostra vita.

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