L’avventura di Pinocchio: l’equivoco del carabiniere

Senza un Padre l’uomo ha solo padroni e, invece che servire la verità, serve altri interessi che non distinguono il bene dal male

Una parte del commento di Franco Nembrini al terzo capitolo di Pinocchio, andato in onda il 27 Dicembre 2016 1. Dalla pubblicità fino a fine puntata.

Basato sul manoscritto del cardinale Giacomo Biffi 2.


Vediamo, vediamo allora insieme quali sono le primissime conseguenze di questa fuga da casa, leggendo il testo e incontrando una figura su cui vorrei soffermarmi un attimo, perché è un tema interessantissimo: il rapporto tra libertà — libertà e quindi il problema del bene e del male — e come è gestito normalmente nella vita associata, nella vita pubblica, nella nostra vita, cioè il problema della giustizia.

Perché il nostro Pinocchio saltò nella strada, si dette a scappare, e il povero Geppetto a correre dietro senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre e, battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso come venti paia di zoccoli da contadini. «Piglialo! Piglialo!» urlava Geppetto. Ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo e rideva, rideva e rideva da non poterselo figurare. Alla fine, per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, con l’animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie. Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barrava tutta la strada, si ingegnò di passargli per sorpresa fra mezzo alle gambe e invece fece fiasco, perché il carabiniere, senza punto smuoversi, lo acciuffò pulito per il naso e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto. Il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buona tiratina d’orecchie. Ma non le trovò perché si era dimenticato di fargliele.

E va bene. E adesso veniamo al cuore della questione.

Allora lo prese per la collottola e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo: «Andiamo subito a casa. Quando saremo a casa non dubitare che faremo i conti.»

Cioè: il padre fa il suo mestiere di padre e, anche con qualche scappellotto, cerca di correggere l’errore del figlio, come ogni buon padre deve fare. Ma sentite cosa succede.

Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiarono a fermarsi li d’intorno e a far capannello.

Ora, quando spiego a scuola mi permetto qualche puntatina, mi levo qualche sassolino dalle scarpe quando faccio queste cose, e identifico i curiosi e i bighelloni — per esempio, non me ne vogliano i colleghi — ma c’è un modo di fare il giornalismo che somiglia proprio tanto a quel che fanno questi curiosi e bighelloni.

Perché cosa succede? Si ritrovano lì attorno a questa scena simpaticissima, divertente, e cominciano a parlare.

Chi ne diceva una, chi un’altra. «Povero burattino», dicevano alcuni, «ha ragione a non voler tornare a casa. Chi lo sa come lo picchierebbe quello omaccio di Geppetto!» E gli altri aggiungevano malignamente: «Quel Geppetto pare un galantuomo…»

Non so se avvertite la sensazione che ho io tutte le volte che leggo questa roba: avverto subito quella sensazione che ho quando apro i giornali. Io non ce la faccio quasi più a leggerli. Perché tu capisci che c’è dentro tanto di pretestuoso, di menzognero, di parlare parlare parlare, spesso senza conoscere i fatti, spesso — anzi, veramente tante volte — senza alcun riguardo.

Poi facciamo le leggi sulla privacy, ma senza alcun riguardo per la persona, per quel che è realmente accaduto; per esempio senza alcun riguardo per il fatto che uno possa essere colpevole o innocente della cosa o del misfatto che gli viene attribuito. Tutti colpevoli sempre, sbattuti in prima pagina sui giornali, con un criterio che segue solo — credo — la fortuna, il successo della testata o addirittura la carriera del singolo giornalista.

Lasciatemelo dire: a me questo capannello di curiosi e bighelloni, che senza saper niente probabilmente cominciano a insinuare il dubbio — «quel Geppetto lì, bravo eh… però chissà cosa combina, chissà cosa fa a quel povero Pinocchio… Guardate che sembra un galantuomo…» — il sospetto come regola della convivenza e ahimè come regola dell’informazione: “te comincia a parlar male che poi qualcosa succederà”.

Tanto dissero e tanto fecero che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.

Se il carabiniere, come è ovvio, rappresenta l’istituzione, rappresenta sì il sistema perché nella convivenza tra gli uomini delle regole ci vogliono pure: ci vorrà una legge che aiuta, e quindi ci vorrà chi la amministra, e quindi ci vorrà chi punisce chi non rispetta quella legge. Va bene. Gli uomini devono pur tentare di rendere giustizia alla verità, di rendere testimonianza alla verità; ci provano, insomma. Ma viene da dire: che discrezione, che mestiere terribile quello del giudice, quello dell’avvocato, insomma quello di chi amministra la giustizia. Con che stima, con che capacità di perdono, con che voglia di capire dovrebbe avvicinarsi a ogni possibile colpevole o a ogni accusato, perché altrimenti si rischia di fare quella fine qui. Qui si rischia di fare come il carabiniere.

Il carabiniere, lui poveretto, ha fatto prima di tutto il suo lavoro: ha sentito tutto sto can can, si mette in mezzo alla strada, lo prende e — dice il testo — lo riconsegna nelle mani di Geppetto. Ma poi, indotto dal chiacchierare dei fannulloni, dei bighelloni e dei curiosi, cambia parere. Il giudizio dell’istituzione, il giudizio di chi amministra la giustizia, tante volte è indotto da altro che non la verità: dall’interesse, dai gruppi di opinione, da quel che dicono i giornali, da quel che dice la televisione. Quante volte ci è capitato di sentire, come se fosse una legge morale: “l’han detto in televisione”, con l’aria di dire: quindi è vero. Immaginate che potere hanno i mezzi di informazione: un enorme potere nel formare, nel dar forma a un certo sentimento popolare nei confronti di Tizio, di Caio, nei confronti di un certo tema, di un certo problema.

È tutto il problema della gestione del potere: il potere economico, il potere politico, il potere giudiziario. E — per dirla tutta — non è solo questione del potere di chi ha quel potere, perché ognuno di noi il suo piccolo potere ce l’ha. Il potere dei genitori sui figli, della donna sull’uomo, quello dell’uomo sulla donna — fa ridere — , quello del genitore, quello dell’insegnante sulla classe.

Ognuno di noi esercita nel suo piccolo un piccolo potere. Il problema — dobbiamo almeno guardarlo — è se, quando esercitiamo questo piccolo potere, lo esercitiamo amando e cercando la verità prima di tutto. E nella parola “verità” ci sta sempre la dignità della persona. Oppure se il giudizio e la decisione prendono forma sull’onda di quel che dice la gente, di quel che dicono le chiacchiere, il pettegolezzo, il vizio di infamare gratuitamente, magari per inseguire un po’ di notorietà.

Mi sembra che sia a tema tutta la questione degli strumenti di comunicazione, anche proprio della democrazia, perché lì amare la verità, amare la verità e servirla, non inseguire il consenso popolare. Eh. Cioè a me colpisce questa dinamica qui: l’istituzione che parte col piede giusto, vorrebbe fare la cosa giusta, poi cambia parere perché l’interesse di altri monta un certo tipo di giudizio. Insomma, non sempre l’opinione della maggioranza è l’opinione giusta. Ecco, detto in termini molto poveri.

A volte servire la verità costa la vita, proprio perché va contro l’opinione pubblica. Si può anche dire in un altro modo, più simpatico. Il referendum è uno strumento — non voglio, non sono contro, anzi — le cose che sto dicendo sono perché gli strumenti che ci diamo siano il più possibile utili ed efficaci. Non ne sto parlando male. Dico solo che alla parola “referendum”, che sembrerebbe assegnare chissà quale patente di verità alla volontà nazionale, alla volontà della maggioranza, insomma, non sempre è vero, eh. Io mi pare di ricordare che il primo referendum della storia era tra Gesù e Barabba. Non è andato benissimo. L’abbiamo perso clamorosamente! Ed era tutta la maggioranza.

E poi lì l’altra cosa interessante — sapete qual è? — è che il Vangelo annota (non so quale dei quattro, non me lo ricordo) che quando Pilato, il magistrato più famoso della storia, non sa bene che cosa fare, indice il referendum, presenta i candidati e dice: «Allora, uno o l’altro: Gesù o Barabba». Uno dei Vangeli annota che quelli che avevano già deciso come dovesse andare erano andati tra il popolo a foraggiare, insomma a comprare il consenso del popolo. Già allora. Figuratevi.

A conferma — non di questa ipotesi, che non è un’ipotesi, è un problema vero che dobbiamo imparare a guardare e affrontare — vi leggo, perché non sarebbe di suo in programma, ma mi è venuto in mente parlando di Pilato, un altro episodio bellissimo che mette a tema la stessa cosa, cioè il problema della giustizia.

A un certo punto Pinocchio — forse lo ricorderete — è stato imbrogliato dal Gatto e dalla Volpe, insomma gli hanno fregato i soldi. Lui se ne accorge, viene a sapere la cosa, corre in paese a denunciare il fatto, si presenta davanti al giudice e gli dice: «Oh, guarda, mi è successo così, così e così», e descrive tutta la vicenda. Sentite — terribile — ho avuto occasione di leggerlo a un’assemblea di aspiranti avvocati e ci siamo fatti un sacco di risate amare.

«Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode di cui era stato vittima, dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini e finì col chiedere giustizia.» Il giudice lo ascoltò con molta benignità, prese vivissima parte al racconto, si intenerì, si commosse. E quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello

Come a dire: facciamo giustizia.

A quella scampanellata comparvero subito due cani mastini vestiti da gendarmi e il giudice, accennando Pinocchio ai gendarmi, disse loro: «Questo povero diavolo, questo poveretto, è stato derubato di quattro monete d’oro. Prendetelo dunque e mettetelo subito in prigione.»

E uno dice: scusa?! Terribile questo dunque. È come dire: «Guarda, ho sentito la sua storia, mi ha perfino commosso, forse gli è scappata anche la lacrima… ma la conclusione che tira, di fronte all’evidente innocenza di Pinocchio che denuncia di essere stato vittima, è: prendetelo dunque e proprio perche’ e’ innocente, mettetelo in prigione».

Io lo condanno. Si sa che Collodi, a un certo punto, aveva preso un po’ le distanze — quando arrivato quasi ai cinquant’anni — dal mondo degli adulti, perché disincantato, deluso. Non ne voleva più sapere. Si era impegnato politicamente e decide di dedicarsi alla letteratura per l’infanzia, di parlare coi bambini — lo dice in qualche luogo espressamente — proprio per una delusione rispetto al modo con cui gli adulti si trattano e trattano le cose importanti della vita: la giustizia, l’economia, la vita. E qui viene fuori tutto il suo amarissimo sentimento di una impossibilità ad avere davvero giustizia. Ma mi colpisce tantissimo quel dunque li, come se dicesse: è inevitabile. D’altra parte, da una parte ti viene da dire: ma no, no — si può provare a essere giusti. Cioè si può provare, sempre in modo molto precario, sempre andando per tentativi. Però, viva Dio, l’uomo può cercare di essere giusto e di amministrare la giustizia; non è detto che debba sempre andar così.

Però, nello stesso tempo, mi è venuto in mente il Vangelo di Giovanni, quando si racconta della condanna da parte di Pilato. C’è proprio un dunque uguale. Capitolo 19 del Vangelo di Giovanni: Pilato dice proprio:

«Non trovo in lui nessuna colpa. Prendetelo dunque e crocifiggetelo.»

La butto lì. Perché? Perché il ripetersi di quel “dunque” — prima qui in Collodi, in un racconto che dovrebbe rappresentare la giustizia (un tribunale, un giudice, una vittima che denuncia il male) — fa pensare. Fa pensare al fatto che l’amministrazione della giustizia è cosa delicata. Che chiederebbe, da parte di chi amministra la giustizia — ma a maggior ragione da parte di chi la giustizia la mette in moto, la provoca, cioè l’informazione — che attenzione, muoversi in punta di piedi, professionalità, fedeltà al proprio compito di servitori della verità. E poi, ripeto, vale per tutti. Tutti siamo in qualche modo giornalisti, perché in qualche modo usiamo le informazioni. Tutti siamo in qualche modo insegnanti ed educatori. Tutti abbiamo un nostro potere, come dicevo prima.

La storia di Pinocchio qui mette a tema in modo forte la responsabilità che ciascuno di noi ha di fronte agli altri, di fronte alla convivenza, di fronte al problema del bene e del male. Il male c’è. Il male lo facciamo tutti. La cosa straordinaria che impariamo — che impareremo proprio da Pinocchio — è che la pretesa di far giustizia degli uomini ha senso soltanto se c’è davvero una giustizia con la G maiuscola

Alla fine se c’è un Padre, Se c’è un Padre, si può tentare — nel paragone con Lui, nel paragone con il modo con cui Lui tratta noi — di essere giusti. Altrimenti, non ce n’è. Si fa la fine del carabiniere. Perché è inevitabile poi l’asservimento a qualche padrone e quindi il perseguire interessi. Perché se la verità non c’è, cosa ti resta da servire nel fare il tuo mestiere, nel vivere le tue responsabilità? Se Dio non esiste — Dostoevskij — è tutto uguale. Se la verità non c’è, non c’è nemmeno il bene, non c’è nemmeno il male, non c’è più niente da punire per legge se non quello che va contro il mio interesse. E quindi diventa veramente una guerra. Come diceva il filosofo: homo homini lupus — ciascuno di noi lupo per gli altri. O, per dirla con Dante: ciascuno di noi inferno per gli altri.

Fatto sta che il nostro Pinocchio si ritrova libero.

L’equivoco del carabiniere, l’equivoco istituzionale, in qualche modo esaudisce il suo desiderio sbagliato: quel suo identificare la libertà, la vita vera, con il poter fare a meno del padre.

Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso i campi per far più presto a tornarsene a casa. E nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso, lo spinse, entrò dentro e appena ebbe messo tanto di paletto si gettò a sedere per terra e mandò un gran sospirone di contentezza.

È l’illusione — la tragica illusione — di Pinocchio, dell’uomo che immagina che fare a meno di Dio, fare a meno di un padre, insomma non dover dipendere da nessuno, sia il raggiungimento dell’ideale di libertà. Per cui, peraltro, si sente fatto: con l’arrivo a casa, con questo gran sospirone di contentezza, che adesso farà però immediatamente i conti con il Grillo Parlante, è messo a tema — lo annuncio sinteticamente — tutto il problema della libertà. Perché lo dico in termini forse un po’ banali: il problema della libertà è molto semplice. C’è un equivoco diffuso, normale, proprio, che non abbiamo quasi neanche bisogno di pensarci. Noi identifichiamo — proprio per il debito che paghiamo alla cultura in cui siamo vissuti, in cui siamo nati — e non solo noi: una cultura che dalla Rivoluzione francese viene avanti — identifichiamo la libertà con non dover dipendere da nessuno.

È uno scherzo — insomma, una cosa che facevo spesso in classe. Dicevo ai ragazzi:

«Sentite, guardate che il problema della libertà è grosso, eh. Scrivete su un foglio che cosa pensate che sia la libertà. Scommettete che indovino tutto quello che scrivete?»

Facile. Cosa scrivono? Scrivono le scemenze che sappiamo:

  • la libertà è poter fare quello che voglio;
  • la libertà è non dipendere da nessuno;
  • la libertà è non avere legami.

Tutte queste scemenze. E poi gli fai riflettere un attimo. Gli dici:

«Ma siete sicuri? Ci credete davvero? Provate a pensarci un attimo: se voi doveste veramente recidere tutti i legami, ma che cosa vi rimarrebbe? Cioè, voi stessi, che cosa sareste senza quei legami?»

È come se uno dovesse dire — altro esempio che faccio sempre in classe —: «Basta, sono stufo di essere figlio di mio padre e di mia madre. Vado per strada.» E ti guardano e ti dicono: «Ma tu somigli alla Maria.» «Sì, sono suo figlio.» Vai da un’altra parte, fai un colpo di tosse, e chi ti sente dice: «Ah, deve essere il nipote di Giuseppe: dalla voce, dal naso, dall’altezza, dal carattere…» Sei identificabile per i legami che ti costituiscono. Se uno dovesse dire:

*«Basta, ne ho piena l’anima di essere il figlio della Maria e il nipote del Giuseppe: voglio essere io e basta.» *

E tornasse indietro — gli regalassi la macchina del tempo — e potesse tornare indietro e dicesse: «Per essere finalmente libero, sparo a mio padre e a mia madre prima che si sposano, così azzero tutta la dipendenza che mi porto dietro.» Cosa succederebbe?

Coinciderebbe col proprio suicidio, cioè con la morte, col non essere. Perché tu sei i legami che ti costituiscono. E più una persona ha legami, più è ricca e più è una personalità forte. Altro che non dipendere da nessuno: è esattamente il contrario. La libertà è la coscienza dei legami che ti costituiscono e la forza con cui li vivi — e anche la criticità con cui li vivi, certo. Quindi non come uno schiavo, non come un cretino il cui pensiero dipende da altri. Ma come l’eredità che ti porti, l’eredità che ti è consegnata: quella che si chiama autorità, o meglio ancora tradizione. Ecco: la forza di una persona è la sua storia, cioè i legami che ha, la tradizione, quel che c’è dietro, la forza di un passato, la forza di una storia.

È perché apparteniamo che siamo forti. Se uno non è di nessuno… bisognerebbe dire: se uno è di nessuno, non esiste. La verità è che se uno non è di un padre, è di un padrone.

E si finisce per scoprirlo nella vita. L’alternativa è secca, eh: o Geppetto o Mangiafuoco — lo vedremo bene nelle prossime puntate. O un padre o un padrone. L’idea che la libertà sia non avere né uno né l’altro — cioè che esistiamo come individui senza relazioni — è veramente una scemenza, è una menzogna. Forse la menzogna più grave della modernità. La ritroveremo documentata abbondantemente proprio nelle prossime avventure di Pinocchio.

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