L’avventura di Pinocchio: dare il nome

Noi tutti abbiamo un Padre che ci ha fatto, desiderandoci sin dall’inizio come compagni e amici per l’eternità

Una parte del commento di Franco Nembrini al terzo capitolo di Pinocchio, andato in onda il 27 Dicembre 2016 1. Riporto fino alla pubblicità.

Basato sul manoscritto del cardinale Giacomo Biffi 2.


Geppetto da subito ha in mente una cosa meravigliosa. Addirittura viene alla memoria la definizione che dà la Bibbia dell’atto creativo, quando dice di Dio che pensa di fare l’uomo a sua immagine e somiglianza: cioè, all’interno della realtà, qualcuno che gli possa — vengono i brividi a dirlo — qualcuno che gli possa essere compagno.

Compagno. Amico. Compagno per sempre.

E Collodi lo dice con quella formula che forse conoscete tutti:

«Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno,
ma un burattino meraviglioso.»

Pensate che per maestro Ciliegia — cioè per l’uomo moderno — il massimo di immaginazione era stato: ne farò una gamba da tavolino. Proprio nella migliore delle ipotesi. Dio invece, quando pensa all’uomo, pensa a un burattino meraviglioso che sappia ballare, tirare di scherma, fare i salti mortali. E con questo burattino:

«Voglio girare il mondo per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino.»

Compagno di viaggio. Compagni di viaggio di Dio.

E perciò destinati all’eternità. Veniamo dall’eternità. Veniamo dal profondo del tempo. Siamo stati voluti.

Ecco: la prima questione posta in modo clamorosamente chiaro dalla vicenda di Pinocchio è proprio questa. Ciascuno di noi non viene dal caso. Non finisce nel caso. La vita non è un assurdo senza inizio e senza fine, ma è un dono ricevuto, un atto d’amore.

Un atto d’amore per cui ciascuno di noi è pensato dall’eternità e atteso nell’eternità.

Una roba da far venire i brividi.

E quando Biffi parla di corrispondenze straordinarie tra il testo apparentemente laico di Pinocchio e la dottrina cattolica, credo che il capitolo che lo documenta di più sia proprio questo che leggiamo adesso, in cui Geppetto crea Pinocchio. Dio crea l’uomo.

Tra l’altro — non ricordo se l’abbiamo già detto — ma è interessante notare che Geppetto, non so se ci avete mai pensato, è il diminutivo di Giuseppe. Giuseppe è il falegname per eccellenza nella tradizione cristiana. È il papà di Gesù. E quindi, in qualche modo, il papà di tutti. E quindi non poteva che essere, dentro una favola, il nome favoloso di Dio.

Leggiamo l’avventura della creazione seguendola proprio passo passo, perché è semplicemente meravigliosa. Prima descrive la casa di Geppetto e dice:

Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino. «Che nome gli metterò?» disse fra sé e sé. «Lo voglio chiamar Pinocchio.»

Questo nome gli porterà fortuna. Fa una battuta:

«Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi:
Pinocchio il padre, Pinocchia la madre, Pinocchio i ragazzi.
Tutti stavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina.»

Evocazione, forse, della vocazione alla povertà.

Detto ciò, il problema del nome. Dio dà un nome. Non si dà un nome a una gamba di tavolino. Non si dà un nome a un pezzo di legno destinato a essere bruciato.

Dare un nome vuol dire, in qualche modo, consegnare a un oggetto — a una cosa che per sé sarebbe niente, perché è tratto dalla polvere, qui dal legno, nella Bibbia dalla polvere — qualcosa di sé.

Vuol dire consegnare l’anima. Vuol dire consegnare lo spirito.

Dare il nome vuol dire entrare nella profondità di ciò che si ha di fronte. Conoscere. Conoscere intimamente. O addirittura forse partecipare, in qualche modo, alla natura profonda dell’amico, della persona, di Dio stesso.

Tutta la dinamica evangelica del nome va richiamata alla memoria. Quante volte è proprio nell’indicazione del nome il momento del riconoscimento dell’altro, di chi è veramente l’altro. Vale per Gesù, riconosciuto tante volte così. Vale per l’episodio forse più noto di tutti i Vangeli: quello in cui Maria di Magdala, dopo la resurrezione, si trova nel giardino - vi ricordate? - Il corpo di Gesù non c’è più. Si guarda intorno, vede una figura, lo scambia per il giardiniere, gli chiede perfino informazioni. Ma il giardiniere si gira verso di lei e la chiama per nome:

«Maria.»

Ed è il momento in cui le si aprono gli occhi e lo riconosce.

Dire il nome è dire l’intimità della persona. Dare il nome, a maggior ragione, è affidare qualcosa di sé all’altro. Allora Geppetto che dà il nome a Pinocchio dà il nome a ciascuno di noi. Non a caso. In qualche modo il nostro nome è consacrato, fissato per sempre, in un gesto sacramentale che è il battesimo. Ricevere il nome vuol dire entrare nella partecipazione di chi quel nome ci assegna. Dio ci chiama per nome. Chiama ognuno di noi per nome, cioè dal momento in cui siamo concepiti, in qualche modo partecipiamo della sua natura. Gli dà il nome.

E quando ebbe trovato il nome al suo burattino, cominciò a lavorare a buono. Gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. Fatti gli occhi, figuratevi la sua meraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e lo guardavano fisso fisso.

Bellissima annotazione, apparentemente contraddittoria: si muovevano o lo guardavano fisso? Erano fissi o si muovevano? Tutte e due le cose. Perché da questo momento gli occhi di Pinocchio saranno esattamente come i nostri. In qualche modo attratti da tutto, da tanta bellezza che abbiamo intorno, da ogni cosa che incontriamo. Anzi: di ogni cosa che incontriamo, in qualche modo, subiamo un’attrattiva. Eppure — eppure — con lo sguardo sempre fisso a dove dovremmo.

Tant’è vero che c’è quel verbo bellissimo che ci è consegnato dalla tradizione latina: convertire. Convertirsi vuol dire convertere, cioè spostare, centrare lo sguardo. Centrare lo sguardo su ciò che conta davvero.

Allora i nostri occhi, il nostro sguardo, dovrebbero avere questa doppia funzione: abbracciare le cose, guardare le cose, stimare tutta la realtà, e quindi con una curiosità irrefrenabile che si sposta continuamente, magari da oggetto a oggetto, ma come sempre alla ricerca, fissi sull’unico oggetto, sull’unica persona che conta, sull’unica persona che vale la pena guardare davvero.

Cercando di — e qui forse i più giovani storceranno il naso — cercando di non divertirsi. Perché nell’etimologia della parola divertimento c’è la diversione, il contrario della conversione. Divertirsi vuol dire spostare lo sguardo da quel punto fisso che unico meriterebbe di essere guardato, indagato, cercato.

In questo senso — no — non sto parlando contro il divertimento come gioia. Anzi: la gioia dovrebbe essere la caratteristica del cristiano. Sto parlando di quel divertimento che — come sappiamo tutti, e ne riparleremo — al Paese dei Balocchi si capisce bene che cos’è.

Dopodiché gli fece il naso.

Il naso, appena fatto, cominciò a crescere.

È la famosa questione: il naso di Pinocchio proporzionale alle bugie che dice.

Dopo il naso gli fece la bocca, e la bocca non era ancora finita di fare che cominciò subito a ridere e a canzonarlo.

Abbiamo in questo racconto quattro momenti, in cui c’è un crescendo che arriverà fino a quello che la Bibbia chiama peccato originale: la fuga dal padre, la fuga dalla casa paterna.

È un crescendo. Perché da subito — da subito — l’uomo che riceve, sta ancora ricevendo la vita da Dio, da subito è tentato di ribellarsi. È così: prende forma, prende consistenza il peccato originale.

Qual è il peccato originale? Il peccato originale si chiama orgoglio. Cioè la presunzione dell’uomo di potersi dare la vita da sé. La sta ancora ricevendo, e ha la presunzione di poter fare a meno di chi gli dà la vita.

E se ci pensiamo, questa questione ci tira dentro tutti. Perché dovrebbe essere il sentimento più ovvio che abbiamo di noi stessi, adesso, in questo momento. Il sentimento più ovvio dovrebbe essere questo: non ci facciamo da noi stessi.

Ma chi di voi — chi di noi — si è dato la vita?

O stamattina, alzandosi dal letto, ha sentito di essere lui che si dà la vita? È così chiaro, così evidente all’esperienza, che non ci diamo la vita da soli, che dovrebbe essere naturale, dovrebbe essere familiare almeno sentire la gratitudine.

La gratitudine. Poi uno magari non crede — l’abbiamo già detto e lo ripeterò tante volte — che il problema della vita non è prima di tutto Dio.

Se siamo d’accordo sul fatto che Dio esiste, pensatela come vi pare, ma proviamo a mettere in fila i pezzi e a ragionare da uomini. All’affermazione dell’esistenza di Dio ci si può arrivare con la testa anche. Ma c’è una cosa che andrebbe affermata prima ancora: la constatazione evidente di esserci. E perciò una gratitudine. È da qui che nasce in modo sano la domanda su Dio.

Perché se ho ricevuto la vita, vien su la domanda: da chi?

Chi mi ha voluto? Chi mi ha messo al mondo? Chi mi aspetta? Da dove vengo?

È una domanda tipicamente religiosa, su Dio, sull’essere, sul destino. Nasce dall’osservazione dei fatti. Dall’osservazione del fatto più decisivo: che io ci sono e non ho deciso di esserci. Io ci sono, e questo mio esserci è un dono assolutamente gratuito.

Adamo, l’uomo, nel momento stesso in cui sta ricevendo la vita, comincia a sentire, comincia a provare invece la tentazione dell’orgoglio:

«Io non dipendo da nessuno. Io non ho bisogno di nessuno.»

E così, in quattro momenti, in un crescendo terribile — e siamo nella favola di Pinocchio, quindi descritto in modo molto simpatico, molto ironico:

la bocca non era ancora finita che cominciò subito a ridere e a canzonarlo. «Smetti di ridere», dice Geppetto. Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori la lingua. E Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene e continuò a lavorare. Dopo la bocca gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia, le mani. Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo. Si voltò in su e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del burattino Pinocchio. «Rendimi subito la mia parrucca!» E Pinocchio, invece di rendergliela, se la mise in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato. A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e malinconico come non era stato mai in vita sua. E voltandosi verso Pinocchio gli disse: «Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre. Male, ragazzo mio, male.» E si rasciugò una lacrima.

A parte la commozione che si prova pensando a questo Dio che ha tra le mani un pezzo di legno, un pupazzo di terracotta… No: non l’ha ancora finito di fare e lo chiama figlio. Oh, figlio. È una prova grossa, eh. Per chiamare figlio uno, lo devi sentire carne della tua carne.

Questo misterioso falegname che ha davanti un pezzo di legno — ripeto — non ha ancora finito di fare e dice: «Birba d’un figliuolo». È già stabilito per sempre che quello lì sarà suo figlio, lo voglia o no.

Viene da dire: ma tutta l’avventura di Pinocchio, tutte le avventure di Pinocchio, se hanno un senso, è perché questa cosa si veda, si realizzi, si avveri: la sua natura di figlio.

Dio che diventa, per la prima volta in vita sua — cioè dall’eternità — triste e malinconico. È il mistero più grande che ci possa essere: la sofferenza di Dio. La sofferenza di Dio per amore, nel vedere che quello a cui sta dando la vita comincia da subito a dire:

«No. Non ho bisogno di te. Posso far da solo.»

«Birba d’un figliuolo…»

Restavano da fare le gambe e i piedi. Vedete che è un crescendo continuo.

Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, si arrivò a un calcio sulla punta del naso.

E qui — giustamente — Biffi scrive pagine meravigliose.

«Me lo merito», disse allora fra sé. «Dovevo pensarci prima. Oramai è tardi.»

Ragazzi: Dio — Dio che dice davanti all’uomo appena creato, già ribelle — dice:

«Oramai è tardi.»

Ma come fa a essere tardi per Dio? Cos’è che è tardi per Dio? È tardi perché non può tornare indietro. Non può pentirsi. Fatto quel che ha fatto, ne pagherà le conseguenze fino alla morte di croce. Detto così può sembrare una roba un po’ da preti, insomma, una predica. Però — viva Dio — chi di noi è diventato padre o madre questa cosa la capisce: fa tremare le ginocchia.

Perché siam tutti qui, eh. Perché in qualche modo, che ci piaccia o no, ci ritroviamo a ripercorrere — padri e madri — la stessa vicenda. È identica. E i nostri figli, nei nostri confronti, in fondo vivono lo stesso peccato, la stessa tentazione, la stessa ingratitudine.

Ma perché una madre non potrà mai dire: “Torno indietro, mi pento, disdico quello che ho fatto”? Non può. Perché una volta che la vita è affermata nel suo valore, è quella cosa che dovremmo avere imparato quest’anno e che si chiama misericordia.

La misericordia è un amore che non è più capace di tornare indietro. Arriva fino a patire l’estrema conseguenza, ma non torna più indietro.

Anzi, mi viene in mente una cosa bellissima. Mi è capitato — ogni tanto vado a leggere Dante nelle carceri — ho conosciuto un detenuto, uno di quelli che sono dentro non per aver rubato la marmellata, per intenderci. Nell’incontro con alcuni cristiani di una cooperativa di volontariato — insomma, tutta una storia — si è convertito.

Si è convertito davvero. È uno che veniva dall’Albania, sui gommoni; ne ha combinate veramente di cotte e di crude. Si è convertito e sta vivendo, per me… insomma, per me è un santo. O ci va molto vicino.

Dice che una delle prime volte che ha cominciato a ragionare di queste cose con questi amici, vede un crocifisso e vede che c’è scritto INRI. Sapete tutti cos’è la scritta sulla croce, eh. La questione di Pilato: Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum — Gesù il Nazareno, re dei Giudei. Lui che non lo sapeva, pensa e ripensa. Sapete come l’ha interpretata? Pensando al fatto che Dio era morto per noi, eccetera eccetera, dice:

«Ah sì, certo… vorrà dire: Io Non Ritorno Indietro

È bellissima. È bellissima. Cioè: c’ha azzeccato. C’ha azzeccato alla grande.

Ecco: Dio non ritorna indietro. Perfetto: “me lo merito, dovevo pensarci prima”.

Poi prese il burattino sotto le braccia, lo posò in terra sul pavimento della stanza per farlo camminare.

Qui altra evocazione biblica, di una chiarezza strepitosa. Sentite:

Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi;
e Geppetto lo conduceva per mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro.

Come non ripensare al profeta Osea, in quel passo che conosciamo credo tutti:

A Efraim io insegnavo a camminare, tenendolo per mano.

Dice la Bibbia. Ed è la stessa identica cosa. Quante volte troveremo, sotto il velo della favola, sotto il linguaggio fantasioso di una fiaba, emergere quasi testuali citazioni bibliche. A dire che l’ipotesi di Biffi è veramente azzeccata.

Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza, finché — infilata alla porta di casa — saltò nella strada e si dette a scappare.

È la fuga da casa. La fuga dalla casa del padre. È il peccato originale.

La porta è la porta del paradiso. Quella porta di casa è la porta del paradiso. E in fondo, da qui in poi, quel che faremo non sarà altro che andare a vedere tutti i tentativi che Pinocchio fa per ritornare alla casa del Padre. Tutta l’avventura di Pinocchio, in analogia con la storia dell’umanità — e, da un certo punto di vista, con la storia di ciascuno di noi — è la storia di questi tentativi per ritornare al padre. Per ritornare a casa. Cioè per ritornare a essere quello che eravamo chiamati a essere fin dal principio.

In una serie di cadute che metteranno a tema la libertà, metteranno a tema la debolezza, ma metteranno a tema con una forza ancora più chiara e ancora più grande una misericordia. E cioè il fatto che accennavo prima: che Dio da subito, da sempre, sente figlio l’uomo.

Geppetto che chiama Pinocchio: «Birba di un figliuolo.» E veramente non ce la fa a tornare indietro. Lo va a riprendere tutte le volte, nei modi, con gli strumenti, con le strade che sono le avventure di Pinocchio. Sono la galleria impressionante di tutti i tentativi possibili. Ci ritroveremo spesso, ci verrà facile identificarci con l’uno o con l’altro dei tentativi che Pinocchio fa.

Qui quel che preme dire adesso è cercare di capire quali sono le conseguenze immediate di questa fuga da casa. Conseguenze terribili. Perché la presunzione di Pinocchio di poter fare a meno del padre già subito comporta la distruzione di tutto. Comporta la distruzione, il venir meno, il frantumarsi dei rapporti fondamentali: il rapporto con la vita, il rapporto con le cose, il rapporto con tutta la realtà, il rapporto con gli altri uomini, e perfino il rapporto con se stesso.

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