Una parte del commento di Franco Nembrini al primo capitolo di Pinocchio, andato in onda su tv2000 1, da dopo la pubblicità in poi.
Basato sul manoscritto del cardinale Giacomo Biffi 2.
Non so se l’avete mai notato, ma c’è una cosa ben strana: il pezzo di legno comincia la propria vicenda, la propria avventura, nella bottega di un falegname, Mastro Ciliegia, che poi lo dà a un altro falegname. Ed è lì che comincia veramente, in fondo, il libro. Poteva benissimo cominciare nella bottega di Geppetto, che comincia a intagliarlo. Perché allora questo primo capitolo, apparentemente inutile — assolutamente inutile dal punto di vista della storia — con un personaggio messo in campo in modo anche molto forte, ma che poi scompare?
Non lo vediamo più. Andiamo, andiamo a vedere allora com’è questo mistero delle due partenze delle avventure di Pinocchio, dell’avventura di Pinocchio.
E il mistero in realtà si svela abbastanza in fretta, perché la storia comincia con il famoso:
«C’era una volta…»
Pensate anche solo a questa cosa strana: Collodi corregge l’inizio universale, universalmente accettato, di tutte le storie.
C’era una volta un re. No, no, ragazzi: avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
A me questo cambio ha sempre impressionato. Per il fatto del “c’era una volta” pone il problema dell’origine. E Biffi lo imposta in modo molto chiaro: che cosa vuol dire “chi c’era una volta”? Che cosa c’è all’inizio? Come comincia la storia? Come comincia la storia di ciascuno, anche proprio come presa di coscienza di sé, della realtà, del mondo, della vita.
C’era una volta un re pone in modo categorico, molto chiaro, molto esplicito l’inizio della storia di ogni storia, in modo molto simile a quello che, per esempio, è l’inizio del Vangelo di san Giovanni:
In principio era il Verbo.
C’è Dio. C’è il Creatore prima di ogni altra cosa.
Al principio, all’inizio di tutte le storie, c’è Lui: c’è l’essere per eccellenza che dà vita a tutte le cose. Perché mi intrigava molto questa cosa: in fondo noi non avvertiamo come primo, esistenzialmente, il problema di Dio.
Mi verrebbe da dire a un ragazzo di quattordici o quindici anni: quando la vita comincia a ferirti davvero e a farti venire su le domande, quelle vere, la prima domanda che ti viene su non è se esiste Dio o no.
Quella è la seconda.
È la prima dal punto di vista ontologico — certo, lo so bene: se Dio c’è, deve essere al principio — ma dal punto di vista esistenziale no. Tu apri gli occhi sulla vita, cominci a fare i conti con le cose, a mettere le mani in pasta, e la prima domanda non è quella.
La prima domanda è:
- perché si muore?
- perché tutto questo dolore?
- cos’è questa attrattiva misteriosa che mi trascina verso quella ragazzina, tanto da farmi vivere una dedizione totale? O con te o la vita non è niente…
- come si fa ad amare davvero?
- come si fa a perdonare?
- che utilità ha il tempo?
- che cos’è la bellezza?
Questa è la prima domanda.
Ed è perché si vuol rispondere a questa domanda che vien su la domanda di Dio.
Perché se si muore — ed è una constatazione — vien su subito la domanda:
ma ci sarà qualcuno che non muore?
C’è qualcuno che magari addirittura è morto e poi è risorto?
Sarà vera la notizia che gira da duemila anni, che uno invece ce l’ha fatta?
Cioè: la domanda su Dio viene dopo. Viene prima la realtà. Viene prima la domanda sulle cose, sulla vita. È lì che si insinua, pian piano, educato, un vero sentimento religioso: cioè la domanda su Dio e sull’essere.
Guardate: osservazioni così si potrebbero fare a ogni riga, a ogni parola, a ogni affermazione.
«Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta: di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastro Antonio — lo chiamavano maestro Ciliegia.»
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e, dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
«Questo legno è capitato a tempo.»
È la seconda volta che troviamo il verbo capitare.
Per maestro Ciliegia, se il pezzo di legno è la realtà — così come la registriamo aprendo gli occhi quando veniamo al mondo — decisiva sarà la posizione che assumiamo di fronte a questa realtà. Nel guardarci e nel guardare le cose: che posizione decidiamo di prendere?
La cosa incredibile è che questo primo capitolo, apparentemente inutile, invece chiarisce in modo secco l’alternativa. È un capitolo introduttivo, proprio propedeutico. È come se Collodi — l’abbiamo detto — lo sapesse o no, ma ci avvertisse dicendo:
Guardate che se volete venirmi dietro seguendo la storia, se volete capire la vicenda di Pinocchio, c’è una condizione. Non dovete fare così. Dovete fare come quell’altro: come Geppetto.
Questo atteggiamento che maestro Ciliegia ha di fronte alla realtà è proprio l’atteggiamento che impedisce di capire, rende impossibile capire le cose e amarle davvero. Anzi, ha delle conseguenze terribili, violentissime, nel rapporto dell’uomo con la realtà.
Da un certo punto di vista la figura di maestro Ciliegia è la sintesi del razionalismo moderno. La pretesa moderna, appoggiata, sostenuta, incrementata da una certa concezione della scienza: la pretesa di capire tutto, di non aver bisogno del mistero, di non aver bisogno di imparare nulla. Perché quel che c’è da sapere della realtà lo sappiamo già.
La realtà non può sorprenderci. Non è mistero. Semmai è un ignoto che la scienza pian pianino chiarirà — ma non un mistero.
Questo è il ragionamento di Ciliegia già nella premessa. La realtà è capitata. Ma chi se ne frega dell’origine. Che problema è sapere se la realtà sia stata voluta, creata? C’è, basta. Chi se ne frega di come ci siamo capitati: è un caso. Quel che c’è è affidato al caso. È capitato. E comincia a ragionarci dicendo:
«Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.»
Impietosamente, Collodi dice di Ciliegia che proprio non ha fantasia. Per lui un pezzo di legno è questa roba qui. Se va bene, normalmente serve per bruciare e fare un po’ di riscaldamento. Nella migliore delle ipotesi, la fine più nobile che può fare è diventare una gamba da tavolino.
Un oggetto. Un pezzo. Una cosa. Io mi disegno quello che ho in testa, poi prendo la realtà e ci cavo quello che ho deciso io.
Detto fatto.
Prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza. Ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile che disse, raccomandandosi: «Non mi picchiar tanto forte.» Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia.
È come se io dessi un calcio adesso a un pezzo di legno e sentissimo una voce che viene fuori. Perché questa è la realtà. Io, dal punto di vista scientifico, la posso descrivere, misurare, pesare, anche lavorare e cavarne qualcosa.
Ma c’è di più. In ogni cosa c’è di più. Viene subito in mente Montale:
«Tutte le cose portano scritto: più in là.»
Anche un ciocco di legno.
C’è di più di quel che con la ragione so misurare e pesare. Questa vocina è quel “di più” che c’è dentro le cose. Quel di più di cui le cose sono segno, di cui le cose parlano.
«I cieli narrano la gloria di Dio.»
Si possono studiare i cieli. Certo, si devono studiare, ma non è che hai esaurito la conoscenza del reale dal ciocco di legno al cielo stellato perché lo misuri e lo spieghi scientificamente.
C’è di più. C’è tanto di più.
«Figuratevi come rimase: girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno. Guardò sotto il banco: nessuno. Dentro un armadio: nessuno.»
Insomma, passa in rassegna scientificamente, con un criterio molto preciso: guardo qui, guardo qui, guardo qui.
Nessuno. Se non c’è nessuno — e non sono disposto ad ammettere nemmeno come ipotesi che non so tutto di questo pezzo di legno, che qualcosa potrebbe sorprendermi — se ho deciso che è solo un pezzo di legno e intorno non c’è nessuno, quale possibilità rimane?
«Oh! Dunque ho capito», disse allora ridendo e grattandosi la parrucca.
«Si vede che quella vocina me la sono figurata io.»
L’uomo moderno, alla fine, per rendere ragione di tutti i fattori, si deve dare del deficiente, si deve dare del cretino: “si vede che me la sono sognata, si vede che sbaglio, si vede che devo aver bevuto.”
No, la devo raccontare — vi giuro, eh — storia recentissima. Ero in una certa città dell’Asia ex Unione Sovietica, diciamo. Le nostre chiacchierate sull’educazione: era un’assemblea di genitori ed educatori. Dico le cose che devo dire. Una signora di una certa età, abbastanza stizzita, si alza, mi insulta. Insomma, fa capire che lei parla russo, io bergamasco: quindi c’è un attimo di difficoltà. Ma fa capire che c’è qualcosa che non va. Ve la faccio breve: mi ha detto come facessi ad avere il coraggio di parlare di Dio quando tutti sanno che non esiste. E io le dico: «Signora, va bene… ma è così sicura che non esiste?» Lei, un po’ scandalizzata, un po’ sorpresa — sapete cosa mi ha detto? Mi ha detto:
«Ma allora è vero che dalle vostre parti il capitalismo, insomma, la cultura, vi ha raccontato un sacco di menzogne. Perché a noi, invece, la verità l’hanno detta subito.»
Appena Yuri Gagarin, il primo astronauta, arrivò nello spazio, ci ha telefonato subito e ha detto: «Guardate che Dio non c’è». Convinta. Che vuol dire: è una mentalità che ha educato generazioni, milioni di persone. Convinta che l’affermazione che Dio esiste o non esiste dipenda dal fatto che ti guardi in giro.
Se lo trovi, bene. Se non lo trovi, non c’è.
Uguale.
C’è un maestro Ciliegia che presiede a tante affermazioni date per ovvie della cultura moderna — di là quanto di qua, sia chiaro. Non ne siamo indenni.
Ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno. E di nuovo: «Ahi! Tu mi hai fatto male!» gridò la solita vocina. Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, con gli occhi fuori dal capo per la paura.
Tre volte troveremo in questo capitolo la parola paura.
Perché la realtà, se la vivo con tutta la fragilità, la precarietà, la debolezza che conosco di me — e di come gli uomini continuano a campare — cioè, saremo anche un po’ storti… Ma il problema è: l’idea di ragione che ho è una porta aperta, da dove può entrare di tutto, e può sorprendermi sempre la realtà? Oppure è una cosa perfettina, perfettina, ma chiusa?
Ho deciso che fuori non c’è niente. Non c’è niente che valga la pena conoscere, amare, e per cui dare la vita. Ma se è così, l’ignoto che c’è fuori dalla porta fa paura. Il mistero interpella, magari ferisce, ma incuriosisce: è un sentimento buono quello che hai di ciò che non conosci.
Ma se invece hai già deciso che mistero non è — che non c’è niente oltre il pezzo di legno — ti tocca chiudere la porta e far finta che di là non ci sia veramente niente. E hai paura di quel che potrebbe esserci, perché negherebbe quello che credi di sapere. Ti distruggerebbe. La paura è la cifra dell’uomo irreligioso.
Così come l’appello all’uomo religioso è:
«Non abbiate paura.»
Sono io. Non abbiate paura. Quante volte Gesù nel Vangelo dice ai suoi amici questo.
Con la bocca spalancata, appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire, tremando e balbettando dallo spavento:
«Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto “ahi”? Eppure qui non c’è anima viva!»
Di nuovo il criterio. Gli viene anche in mente l’ipotesi giusta, eh — pensate:
«Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere.»
L’affermazione di fede terribile, glaciale, del razionalismo moderno:
può essere che questo pezzo di legno non sia soltanto un pezzo di legno? Io non lo posso credere.
Eccolo qui:
«È un pezzo di legno da caminetto come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco c’è da far bollire una pentola di fagioli.»
Oh! Dunque ipotesi terrificante: che ci sia nascosto dentro qualcuno?
«Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui.»
Lo scaraventò senza carità contro le pareti della stanza; poi si mise in ascolto per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse.
Aspettò due minuti: nulla. Cinque minuti: nulla. Dieci minuti: nulla.» «Ho capito», disse allora sforzandosi di ridere. «Si vede che quella vocina che ha detto “ahi” me la sono figurata io.»
Di nuovo costretto a darsi del cretino.
«Rimettiamoci a lavorare.» E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio.
Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno. Ma mentre lo piallava in su e in giù, per la terza volta sentì la solita vocina che gli disse ridendo:
«Smetti! Tu mi fai il pizzicorino sul corpo!» Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfigurato: la punta del suo naso, che di paonazza com’era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.
Paura. È l’ultima parola del capitolo. Paura è la definizione, la cifra, di questo misterioso personaggio: è quel che non dobbiamo essere.
Colpisce — e qui l’analogia… abbiate pazienza. Qualche mio amico dice che sono ormai un po’ rimbambito, che sono diventato monotematico: non riesco a parlare più di niente senza tirare in mezzo Dante. Però qui ci sta. Chi mi ha sentito presentare la Divina Commedia sa che una delle cose che mi affascinano di più è proprio la doppia partenza dell’avventura di Dante.
Vi ricorderete che alla fine del primo canto dice: «Andiamo, vai che ti seguo.» E alla fine del secondo canto, identicamente: «Vai che ti seguo. Dai che andiamo.» Perché due partenze? Perché una è una falsa partenza. Per questa stessa identica ragione.
Il primo canto serve a Dante per dire qual è la condizione per poter vivere tutta l’avventura, per poter fare il percorso insieme a lui. Identicamente Collodi, nel costruire il percorso di Pinocchio, mette questo primo personaggio, questo primo canto, che serve solo a dire:
Ragazzi, fate un po’ come vi pare. Vedete un po’. Ma se fate così, se siete dei maestri Ciliegia, se pretendete di tutto sapere, tutto misurare, tutto capire secondo il dettame del razionalismo che se non vivete un’apertura vera alle cose, alla realtà — alla realtà senza avere la pretesa di capire tutto prima di saperla definire — se non state davanti alla realtà come a un’immensa finestra sul mistero da cui tantissimo può venire di nuovo, la vostra vita non avrà novità possibile.
Non avrà mai — non sarà come invece dovrebbe essere — ogni giorno un nuovo inizio. Perché non avrete, a un certo punto, più niente da imparare, più niente da godere, più niente da vivere. E diventerete necessariamente — questa è la cosa forse più terribile del capitolo — diventerete necessariamente nemici. Nemici di quella realtà che pure, con buonissime intenzioni, pretendete di amare, pretendete di servire.
Il nostro maestro Ciliegia prende il pezzo di legno e, con un’ipotesi assolutamente irrazionale — perché la voce la sente, in giro continua a non trovare nessuno — alla fine si fa questa idea. Qual è l’idea? Insomma, qual è la conclusione del ragionamento di ogni razionalismo, cioè di ogni ideologia?
Alla fine, il ragionamento finisce sempre col bisogno di un nemico da far fuori.
Devi trovare il nemico.
Perché se hai detto che la realtà deve essere in un certo modo, ma la realtà non è esattamente come tu hai deciso che debba essere, l’unica ipotesi — se mistero non è, se Dio non esiste — l’unica ipotesi seria è questa: ci deve essere qualcuno, Il nemico.
Qualcuno che mi vuole fregare, che mi prende in giro, che disturba, che contesta la mia percezione delle cose, della vita, della verità. E allora il nemico diventa: individuare il nemico, combattere il nemico, avere sempre un nemico da combattere. È la ragione per cui si finisce di stare al mondo della ragione, di ogni potere e di ogni ideologia. Perché è così. Perché è necessariamente così.
Se la verità è un’idea che ho deciso io, che ho in testa io, c’è poco da fare: ho bisogno del consenso. Se io dico una cosa che ritengo vera e voi dite che non è vera, o io o voi, eh. Alla fine, se ho il potere, dirò che siccome ho stabilito che la religione è una menzogna, chi prega ancora andrà in manicomio criminale, andrà nel Gulag.
È finita così, eh. Andrà nel Gulag perché è un nemico di quella che io ho stabilito essere la verità. È l’emergenza di quella vocina che io non accetto di riconoscere come possibile ipotesi, da me non prevista, di lettura della realtà, della vita e delle cose.
Ogni maestro Ciliegia finisce lì, eh. Ogni ideologia finisce lì.
Guardate: ognuno di noi, la scelta di fronte a cui Collodi ci mette stasera è radicale. Ma non è ideologia o mistero. Cioè: almeno tra noi credo che possiamo dire che scegliamo tutti per il mistero. Il problema è che la scorciatoia dell’ideologia è in agguato sempre. Questa alternativa così secca — vedremo poi leggendo il secondo capitolo — c’è. Anzi, lo vengo da farlo adesso, perché la cosa decisiva del capitolo successivo è questa.
Geppetto trova maestro Ciliegia per terra, si fa dare un pezzo di legno, e Ciliegia gli dice:
«Ma perché? Di che cosa hai bisogno?»
E Geppetto risponde:
«Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno. Ma un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. E con questo burattino voglio girare il mondo per buscarmi un boccone di pane e un bicchiere di vino. Che ve ne pare?»
Questo è il cuore del capitolo secondo. Perché per il resto i due si azzuffano continuamente: proprio se le danno di santa ragione. Perché queste due visioni del mondo sono inconciliabili. Non c’è compromesso possibile.
O scegli — poi, per l’amor di Dio, tutti si sbaglia — ma le due visioni del mondo sono l’una contro l’altra armata.
O sei Geppetto. Cioè: quando guardi una cosa ti aspetti la meraviglia, cioè il miracolo. Perché ogni cosa porta scritto più in là. Ogni cosa è segno di qualcosa di grande, cui ti senti chiamato, da cui ti senti inevitabilmente attratto. C’è una speranza di eterno e di infinito nella cosa più provvisoria e più finita che c’è. E allora la vita diventa un’avventura meravigliosa. Davvero diventa l’avventura di Pinocchio.
Altrimenti l’alternativa è quella di Ciliegia: ho già stabilito io tutto quello che questo coso deve essere. E se non lo è, lo massacro di botte, a sbatacchiarlo contro le pareti della stanza.
È un’alternativa secca su cui dobbiamo meditare. E — ripeto — condizione necessaria, ci dice Collodi, per poter in qualche modo condividere e vivere con lui le meravigliose avventure di Pinocchio.