Veglia di Natale

Omelia di fra Massimo Travascio OFM


Cari fratelli e sorelle, provate a immaginare il cielo di Betlemme. Provate a immaginare il cielo di Betlemme allora come oggi. Duemila anni fa le stelle brillavano immobili sopra una terra che era povera, una terra anche inquieta. E oggi quelle stesse stelle vegliano ancora fedeli, mentre noi sappiamo che la storia porta il segno delle sue ferite. Il tempo passa, ma il cielo resta e con il cielo resta anche il silenzio.

Ma il silenzio, vedete, non è mai uguale. C’è un silenzio che custodisce l’attesa come quella di un grembo che prepara una nascita e c’è il silenzio del dolore quando vengono a mancare le parole, quando i cuori sono delusi, quando si spezza in silenzio quel silenzio proprio lì nel punto più fragile, proprio lì nel momento più fragile della storia, ecco, della storia di sempre. Proprio lì il Signore sceglie di venire e anche in questa notte le stelle vegliano su entrambi questi silenzi, il silenzio dell’attesa e il silenzio del dolore, della delusione.

E nella Betlemme di allora, se ci pensate, nella Betlemme di allora di quella notte le stelle, le luci si spegnevano, le strade si svuotavano, il mondo dormiva ignaro di quello che sarebbe accaduto. Non c’era posto per Maria e Giuseppe nell’albergo e il mondo era ignaro di quello che sarebbe accaduto. E oggi quelle stesse stelle vegliano su altri cuori, sui nostri cuori, che sono spesso addormentati, che sono distratti dall’apparire, sfiniti a volte dalla corsa del quotidiano, che a volte sono induriti dalla delusione, che a volte naufragano nella solitudine.

Siamo connessi, siamo iperconnessi, eppure tante volte siamo soli. Siamo informati ormai su tutto e a volte ci capita di essere vuoti. Rischiamo anche noi oggi di dormire ignari di ciò che il cuore invece dell’uomo grida nel silenzio del bisogno di un’attesa che riempia il cuore.

E Giuseppe, lo sappiamo, vegliava accanto a Maria. I pastori scrutavano l’orizzonte con occhi stanchi, ma anche con occhi vigilanti. Allora l’umanità attendeva, anche se in modo ignaro, attendeva qualcosa. Ed è proprio dentro questo silenzio carico di una promessa che risuona la parola del profeta che abbiamo ascoltato. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce.

Vedete, da quella notte tutto è cambiato. La luce è entrata nel mondo, lo ha fatto senza rumore. Lo ha fatto nel primo respiro tremante di un neonato in una stalla. Non è nato un re potente secondo le logiche del mondo, ma un bambino fragile, portatore di nomi che, se ci pensate bene, fanno tremare il cielo. Li avete sentiti? Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, principe della pace.

E Paolo sussurra: «È apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini, a tutti gli uomini. Nessuno escluso». E Dio non conquista gli uomini con la forza, sceglie un’altra via di donarsi nella debolezza. Gesù sceglie di non dominare dall’alto, si abbassa fino a terra. Ed è per questo, per quest’altra logica, che il potere resta cieco, mentre i pastori, gli ultimi tra gli ultimi, vengono raggiunti dalla luce. Non temete, vi annuncio una grande gioia. Vedete, Sant’Agostino ci ricorda che ciò che il sole è per gli occhi del corpo, Cristo lo è per gli occhi del cuore.

Questa luce attraversa anche oggi il cuore dell’uomo. Questa luce consola chi piange e inquieta chi dorme, riscalda chi ha freddo e smaschera anche chi si nasconde. Anche oggi, e lo sappiamo, ci sono quelli che sanno tutto, però spesso in questo tutto non ci sei tu, o Signore, non c’è il Signore. E allora cogliere questa luce significa trovare il coraggio di iniziare un cammino di umiltà, ma anche di verità. È questo che in questo Natale il Signore ci chiede delicatamente, bussando alla nostra porta, alla porta del nostro cuore, di iniziare un cammino di umiltà e di verità.

E guardate, San Francesco lo capì molto bene. Lui desiderava che tutti potessero vedere l’umiltà di Dio. Ed è proprio da quel desiderio che è nato il presepe, povero, essenziale, ma anche commovente. Sfido chiunque a rimanere impassibile davanti alla scena della natività, se soltanto avessimo il coraggio e la pazienza di fermarci in adorazione. E guardate, è proprio lì, in quella scena estremamente fragile, che è racchiuso tutto ciò che il cuore dell’uomo cerca, perché in quella scena è proprio Gesù che sussurra al cuore di ognuno di noi: per te mi sono fatto come te.

Dio ha accettato proprio questo. Ha accettato la nostra precarietà, la nostra debolezza, le ha volute fare sue. Mi colpisce sempre la figura di Giuseppe che rimane in disparte in questa scena: in disparte, ma custode di quello che è l’essenziale. Lui sceglie di mettersi all’ultimo posto davanti al mistero ed è questo il suo modo di amare. E Gesù imparerà anche questo da Giuseppe e da Maria. Ed è proprio qui, anche in quell’atteggiamento di Giuseppe, che comincia a manifestarsi la pace di Dio, in colui che è il principe della pace.

Fragile come un neonato, questa pace è nascosta come un seme eppure tremendamente reale. E dov’è che cresce questa pace? Cresce dove qualcuno la accoglie con cuore spalancato, dove il silenzio ferito di cui dicevamo prima diventa un silenzio abitato. Il Natale ci ricorda proprio questo: che Dio, pur di donarci la pace, non risparmia nulla. La sua pace è presenza di un amore più forte della morte. E questa pace cresce piano piano, un gesto alla volta, un perdono che libera, un sorriso che riapre il cuore. E questa pace, come un neonato, va nutrita e custodita.

Ecco perché non possiamo aspettare che tutto questo venga da fuori, dall’esterno. Ecco perché non possiamo pensare di esserne esenti, perché si manifesta proprio in noi. In questo Natale il Signore sembra ripeterci come un ritornello: guarda, rallenta, fai spazio nella tua vita, perché soltanto così Dio può nascere di nuovo, può tornare il tuo cuore a ciò che è essenziale.

Maria, Giuseppe, i pastori davanti alla scena del presepe, lo sappiamo bene, non parlano. Stanno davanti a Gesù, rapiti nel silenzio. E quella scena ci riporta tutti al silenzio, ci lascia ammutoliti di stupore davanti al mistero di un Dio che si fa bambino. E non è forse questo lo stupore del Natale? Se perdiamo questo stupore, allora abbiamo perso tutto, perché abbiamo perso l’essenziale.

Dio non si spiega, Dio non si dimostra. La sua presenza è sufficiente, la sua presenza salva. Non chiede altro che essere accolta e adorata. E allora anche oggi quella mangiatoia dove abbiamo deposto il bambinello ci interroga: dove nasce Gesù oggi? Gesù nasce ogni volta che qualcuno sceglie l’amore invece dell’indifferenza. Ogni volta che la fragilità diventa accoglienza. La nostra vita può diventare una nuova Betlemme, perché da quella notte nulla di ciò che è umano è estraneo a Dio.

Come nel Natale di Greccio, dove Francesco volle vedere con gli occhi del corpo ciò che era accaduto a Betlemme, così possa il Bambino rinascere nei cuori di coloro che l’avevano dimenticato. Possa rinascere anche nei nostri cuori.

E allora, sotto questo cielo che da duemila anni non ha mai smesso di brillare, lasciamoci raggiungere dal silenzio di Betlemme, perché il Bambino possa trovare spazio nelle nostre notti, nelle nostre fragilità, nei nostri cuori.

E mentre questa sera le stelle vegliano sul mondo intero, ricordiamoci che sono le stesse stelle che brillano su Betlemme. Portiamo sempre con noi questa certezza: Dio è vicino, Dio cammina con noi e non smetterà mai di nascere dove trova un cuore che gli apre la porta.

Di questo non dubitiamo mai. Nessuno è così lontano, nessuno ha chiuso la porta in modo così forte da impedire al Signore di continuare a bussare. Egli chiede soltanto la libertà di aprirla.

E allora, cari fratelli e sorelle, davvero buon Natale a tutti: che sia un Natale di stupore, un Natale in cui aprire la porta al Signore, rimanere con Lui, sostare con Lui e lasciarci rinnovare dalla vita e dalla novità che Egli è venuto a portare nel mondo e nel cuore di coloro che lo accolgono.

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