I serata della Novena dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria in Porziuncola. Presiede fr Paolo Guerrini, OFM
Non con poca trepidazione ho detto di sì a Massimo, il Custode, padre custode di questa novena. Poi mi ha chiesto che titolo intendevo dare a questi giorni a questa novena. Per un momento ho pensato a chissà che cosa, a un titolo un po’ altisonante. Poi mi è venuto semplicemente: “Ave Maria…” con i puntini di sospensione.
Dopo mi è sembrato quasi banale, ma mi sono detto anche che noi spesso riteniamo le cose semplici banali e invece poi nel Salmo chiediamo a Dio: “Donami un cuore semplice perché tema il tuo nome”. E a volte le cose semplici sono le più belle proprio perché sono semplici.
Allora: Ave Maria. Questo saluto, questo Vangelo che abbiamo vissuto adesso lo rivedremo anche l’8 dicembre, quindi fa un po’ da inclusione — questo artificio letterario per cui una frase inizia un testo e si conclude con lo stesso testo alla fine di un periodo. Quindi il Vangelo di oggi lo ritroveremo l’8 dicembre.
Ave Maria come sottotitolo: ogni istante è gravido di futuro. Ogni istante è gravido di futuro.
L’arcangelo Gabriele dice: “Rallegrati, Maria”. Queste sono le prime parole pronunciate dall’angelo nel dialogo con Maria e sono parole che segnano un inizio: un inizio che cambierà la vita di Maria ma anche, con quelle parole, cambierà il volto e il futuro della storia.
L’Ave Maria che noi ripetiamo nel Rosario — e ne reciteremo alcune tra poco — è una preghiera nata da Dio con le parole dell’angelo, ma anche dalle parole dell’uomo: contiene le parole di Elisabetta e anche le nostre parole. Parole discese dal cielo e parole della terra.
Noi preghiamo l’Ave Maria non tanto — o almeno non solo — per ottenere delle cose, quanto per essere trasformati in profondità, perché pregare trasforma. Noi non ce ne rendiamo conto, ma la preghiera è come un vento sottile — immaginavo l’immagine del deserto — un vento che modifica le dune e l’orografia del deserto: così cambia un po’ la geografia, i punti di riferimento dell’anima e della vita. È una preghiera che trasforma, non solo per ottenere qualcosa.
Il Vangelo si apre con la concretezza di nomi storici: la narrazione non elabora una teoria o una storia fittizia, ma si muove in coordinate precise di volti, luoghi e tempi. Questo ci aiuta ad accogliere la storie e a entrare nella ferialità, nella quotidianità.
Per Maria era un giorno normale, eppure nella ferialità si annida lo straordinario. Noi aspettiamo sempre chissà che cosa, invece per Maria quello era un giorno qualunque e lo straordinario si è presentato quel giorno.
L’azione di Dio non si svolge fuori dalla storia umana e non costruisce una storia “ad hoc” con attori creati apposta come in una commedia: cade nel tessuto normale degli avvenimenti, in un luogo preciso, in un tempo preciso, con persone precise. Dio accade nella nostra quotidianità e a volte proprio ciò che non avremmo mai pensato si presenta in un giorno ordinario.
Dio prende il mondo così com’è e in esso realizza la sua promessa, partendo dalla periferia. Oggi si dice che Maria è “la donna delle periferie”: viene dalla Palestina, piccola regione problematica dell’Impero Romano; viene dalla Galilea, regione di confine con terre pagane; da Nazareth, che non viene mai citata nella Bibbia; è una donna quando i diritti delle donne erano inesistenti; è una giovane ragazza quando il potere era in mano agli anziani.
Con molta probabilità — e senza offesa — Maria era analfabeta. In una religione della parola scritta, questo è significativo: la sapienza del cuore non è necessariamente prodotto dell’istruzione. Maria, pur non essendo istruita e pur essendo sconosciuta al mondo, è una donna sapiente: la sapienza è arte del cuore. Tutti possiamo riconoscerci in lei, perché ciò che è stato possibile a lei nella fede è possibile anche a noi.
Dio non è entrato nella storia dal punto più alto, da un trono regale, ma dal punto più basso. Nel Magnificat Maria dirà: “Ha guardato l’umiltà della sua serva”. Dio ricomincia sempre dai piccoli. Noi partiamo sempre dai grandi e potenti; Dio parte dai piccoli. Dio parte dalle cose nascoste. Nulla è troppo piccolo per Lui: anzi, paradossalmente, solo l’infinitamente piccolo può contenere l’infinitamente grande — e Maria può contenere il Verbo eterno.
Era un giorno qualunque, in un luogo qualunque, una giovane donna qualunque — perché Maria non sapeva di essere immacolata — eppure in quel giorno accade qualcosa di colossale, proprio dentro la ferialità. Per questo: ogni istante può essere gravido di futuro.
Maria viene raggiunta nel suo quotidiano. Il Vangelo dice che l’angelo entra da lei. Non ci viene detto se Maria fosse in casa o altrove, ma “entrando da lei” suggerisce che Dio non forza mai le sue creature: si ferma sulla soglia del cuore umano per rispetto. Il cuore è la porta aperta sull’infinito e Dio non la violenta. Dio parla prima di tutto lì dove siamo, nella nostra concretezza, non nella nostra fantasia. Noi immaginiamo sempre chissà quali luoghi o persone; invece Dio ci parla proprio dove poggiano i piedi e il cuore.
Dovremmo imparare da Maria ad amare le nostre cose, ad abitare la nostra vita con serietà e profondità. Dio privilegia il tempo più che il tempio: e al recinto sacro preferisce la casa, le relazioni, la vita quotidiana. Ci sfiora non solo in chiesa o in basilica, ma nella vita comune — e spesso non ce ne accorgiamo perché siamo distratti.
La fede si apre nel quotidiano e l’eterno si insinua proprio nell’istante. Ogni giorno è un frammento di eternità, e Dio entra nei nostri frammenti. La vita quotidiana quindi sconfina con la vita di Dio; l’infinito è mediato dalle piccole cose che spesso noi umiliamo o disfrattiamo.
Nel corpo di Maria l’invisibile e il visibile si incontrano: nel suo grembo cielo e terra si abbracciano. Nel grembo di Maria Dio entra nella storia. La scena dell’Annunciazione avviene in un sottofondo di silenzio. Maria è lontana dal frastuono e ci indica il primo passo per entrare in rapporto con le creature: l’arte dell’ascolto. Ascoltare è un verbo umanissimo eppure così difficile, questo verbo così diverso dal distratto e fugace “sentire”: ascoltare è un’arte. Come tutte le arti va praticata, e per comprendere veramente il cuore dell’altro che mi parla devo ascoltarlo. Credo che non si possa amare nessuno senza averlo ascoltato, e senza averlo ascoltato veramente.
Per questo è necessario creare uno spazio di silenzio nel cuore per poter ascoltare veramente l’altro: l’altro con la minuscola, ma anche l’Altro con la A maiuscola. Ecco perché amare Dio significa ascoltarlo: come quando amiamo qualcuno, lo ascoltiamo, e quando lo ascoltiamo quella persona entra dentro di noi, nel cuore — così come Dio è entrato nel cuore e nel grembo di Maria.
Fa spazio all’altro solo chi crea un’oasi di ascolto. Per questo è necessario abitare il silenzio, non solo “fare silenzio” — perché anche quando non parliamo la testa frulla lo stesso anche se non muoviamo le labbra. Bisogna abitare il silenzio perché Dio parli interiormente.
Mi piace molto questa frase: è necessario molto silenzio per ascoltare il silenzio di Dio. È necessario molto silenzio per ascoltare il silenzio di Dio, per questo Dio può entrare: trova un vuoto, trova uno spazio. Come le nostre parole sono afferrate dal silenzio, così la Parola di Dio è afferrata dal silenzio e dal silenzio del cuore.
“A queste parole Maria rimase molto turbata.”
Questo turbamento… quanto sarà durato? Forse solo un attimo. Ma sappiamo che certi attimi di smarrimento non si misurano in durata, bensì in intensità e profondità. Anche quando abbiamo già detto “sì” a Dio o alle persone che amiamo, non siamo esenti dallo smarrimento.
Dio entra nella vita di Maria — e anche nella nostra — e quando entra cambia il nostro cosmo interiore. Prima c’era una certa geografia interiore; poi Dio inserisce nuove stelle polari, nuovi punti di riferimento. Non siamo mai “pronti”: la vita ci cambia. E Dio, parlandoci nel cuore, ci propone nuove stelle polari verso cui camminare.
Maria domanda: “Come è possibile? Non conosco uomo.” Maria domanda il senso, non è passiva: Maria pone domande. Porre domande davanti al Signore è parte della nostra dignità di persone: Dio vuole essere interrogato da noi. Il mistero di Dio supera la nostra comprensione: non potremo mai abbracciarlo totalmente. Esige abbandono — perché è un mistero che ci supera — ma esige anche tutta la nostra intelligenza. Maria lo dimostra: usa tutta la sua intelligenza, interroga l’angelo per indagare il mistero che l’avrebbe avvolta.
L’angelo dice: “La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra.” (eco del Salmo 121: “Il Signore è tuo custode, è come ombra che ti copre”). La potenza di Dio si fa ombra, Dio non si manifesta negli abbagli delle visioni: non dobbiamo cercare visioni per incontrarlo. Dio si veste sempre di povertà — lo vedremo nella culla Betlemme — perché vuole essere atteso, non imporsi. Quando si presenta, va accolto.
“Ecco la serva del Signore.” La vicinanza di Dio genera servizio: servizio a Dio e all’uomo. Non si può servire Dio senza servire il fratello, e non si può servire il fratello senza servire Dio. Questo avviene nella ferialità dei giorni, nella concretezza della vita. Per il cristiano, servire e amare non possono essere separati: il servizio nasce dall’amore, non dalla servitù.
Non sappiamo esattamente dove sia avvenuto il dialogo con Maria, ma il vero luogo del dialogo è Maria stessa: il suo cuore. Nella Bibbia il cuore è citato migliaia di volte: li ha le radici il nostro essere, il luogo dove si fa unità tra ciò che viviamo fuori e ciò che viviamo dentro. È lì che Dio ha parlato a Maria.
Dio non si “merita”: si accoglie. Non si conquista come Prometeo che ruba il fuoco agli dèi: si attende e si accoglie quando viene, spesso nei momenti più inattesi. Questa è la vocazione di Maria: accogliere il divino. Accogliere è un verbo che genera vita. La vita vera per l’uomo non è riempirsi di cianfrusaglie, ma accogliere il mistero di Dio dentro i propri giorni.
La promessa a Maria è molto concreta: “Concepirai e darai alla luce.” Questa non è solo la vocazione di Maria, ma di tutti noi cristiani: dare alla luce la Luce con la L maiuscola. Maria darà alla luce il Verbo fatto carne; anche noi siamo chiamati a far nascere nel mondo la luce vera, quella che è venuta nel mondo e che molti non hanno accolto.
C’è Carlo Sini, un filosofo, che in un libro — che ovviamente non ho letto — riporta uno stralcio molto bello.
È facile immaginare quale evento straordinario e commovente sia stato per ognuno di noi l’ascolto del battito materno: quell’istante sconvolgente in cui il mondo, tramite l’alveo materno, ci ha invaso e ci ha mossi, lacerando il silenzio primordiale e consegnandoci a un altro silenzio costitutivo, quello alternato con il rumore e il suono.
Per questo l’udito è il primo “cordone ombelicale comunicativo” della nostra esistenza. E il battito del cuore di Maria fu la prima cosa che il Verbo fatto carne ascoltò, prima ancora di tessere parole umane. È bello pensare che il cuore di Maria sia stata la prima realtà che Gesù abbia udito: così come per ciascuno di noi, prima di ascoltare le parole, abbiamo ascoltato il battito del cuore delle nostre madri.
Il venire di Dio trasforma il cuore e la vita di Maria. Senza il corpo, il Vangelo perde corpo e diventa ideologia o semplice codice morale. Per questo è chiesto a Maria il suo corpo: per dare corpo al Vangelo. Il corpo di Maria diventa così il punto di contatto tra il divino e l’umano, senza diminuire la sua umanità — perché quando Dio entra nel cuore di una persona non la riduce, ma la fa crescere in modo esponenziale.
Allora promessa di Dio è concreta: trasforma il corpo e la vita. Chi ha incontrato Dio torna trasformato: l’incontro rende la vita feconda e fruttuosa, anche quando non si hanno figli. Non siamo noi a rendere credibile il Vangelo — lo è già in sé — ma possiamo renderlo non credibile quando gli sottraiamo il corpo e il cuore.
Lasciamo ancora che, con Maria, la Parola diventi carne nelle nostre mani, nei nostri occhi, nei nostri gesti, rinnovandoci ogni giorno. Maria è testimone autorevole che Dio abita la vita semplice e quotidiana e la trasforma; che alla fine il sacro e il reale coincidono, e che tempo ed eternità si intrecciano nel fluire dei giorni.
Dio è amore.
E proprio perché innamorata e promessa sposa di Giuseppe, Maria può percepire il messaggio dell’Assoluto nel sussurro dell’angelo che le ha parlato nel cuore, lì dove fiorisce la vita.