Lo guardò con sentimento di amore e lo scelse


Ufficio delle letture e Vangelo nella festa di san Matteo, apostolo ed evangelista

Ufficio delle letture

Varietà dei carismi distribuiti in un solo corpo

Dalla lettera agli Efesini di san Paolo, apostolo (Ef 4, 1-16).


Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto:

Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini (Sal 67, 19).

Ma che significa la parola «ascese», se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.

È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità.

Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse

Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151).


Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi» (Mt 9, 9).

Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: «Seguimi». Gli disse «Seguimi», cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi, quanto con la pratica della vita. Infatti «chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato» (1 Gv 2, 6).

Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì (Mt 9, 9).

Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili.

Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli (Mt 9, 10).

Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità.

Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice:

Ecco, sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3, 20).

Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando, udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 9-13).


In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.

Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse:

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Parola del Signore.

Fra il «seguimi» e il «lo seguì»

Vocazione di san Matteo

padre Jean Paul Hernández SJ — la Vocazione di san Matteo di Caravaggio, Cappella Contarelli, chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma.

Ci troviamo nel centro di Roma, vicino a piazza Navona; ci troviamo di fronte alla chiesa di San Luigi dei Francesi, la chiesa nazionale dei francesi a Roma. Possiamo entrare in questa chiesa e, se prendiamo la navata laterale sinistra, in fondo a questa navata arriviamo a una cappellina molto particolare, la Cappella Contarelli. In questa cappella è come se il tempo si interrompesse, si sospendesse: entriamo all’interno della vita di un santo, e questo santo è san Matteo l’evangelista.

Perché san Matteo lì? Ebbene, perché uno dei cardinali francesi responsabili di questa chiesa, il cardinale Cointrel — italianizzato appunto in Contarelli — alla fine del Cinquecento aveva deciso di fare una cappella dedicata al santo di cui porta il nome. E allora chiede a un suo amico, un altro cardinale, Del Monte, se gli può trovare un pittore, forse non particolarmente caro, che possa rappresentare tre scene della vita di questo santo. La prima scena è la vocazione, l’inizio della vita spirituale del santo; la seconda scena è il momento in cui san Matteo scrive il Vangelo; e la terza sarà il martirio, o, come dicono i cristiani, la nascita al cielo, il dies natalis.

Ebbene, questo amico del cardinal Cointrel trova un ragazzo di bottega, un giovane pittore lombardo che era venuto in una bottega romana, quella del Cavalier d’Arpino, un pittore che all’epoca a Roma faceva furore e aveva tanti di questi assistenti, diremmo noi oggi. E fra loro Michelangelo Merisi, proveniente da un piccolo paese vicino a Milano, Caravaggio: Michelangelo Merisi da Caravaggio. Ebbene, è la prima volta che questo giovane di ventinove anni riceve un incarico pieno, e in particolare un incarico a tema religioso. Lui, che era abituato a delle rifiniture naturalistiche negli angoli dei quadri del suo maestro, adesso deve assumere pienamente un soggetto.

Di queste tre tappe della vita dell’evangelista Matteo — la vocazione, la scrittura del Vangelo e il martirio — oggi ci concentriamo sulla prima: sulla prima cronologicamente nella vita del santo, cioè sulla sua vocazione. Probabilmente non è la prima dal punto di vista della fattura iconografica, cioè Caravaggio probabilmente prima dipinge il Martirio, e dunque ha già nel cuore la fine della storia di questo santo, ha già nel cuore che cosa sarà il suo destino: il dare la vita per Gesù. Ebbene, con questo nel cuore Caravaggio cerca di interpretare questo momento in genere indescrivibile che è la chiamata, l’appello di Dio, quello che chiamiamo a volte vocazione.

E che cosa ha a disposizione Caravaggio? Non molti testi. Ha soltanto la lettera del cardinal Cointrel, in cui gli chiede di rappresentare Matteo nel momento stesso in cui si alza, cioè nell’attimo stesso in cui sta rispondendo all’appello di Gesù: questa è la prima fonte di Caravaggio, la prima fonte scritta. Poi ha una seconda fonte scritta, e sono semplicemente i Vangeli, come troviamo per esempio nel capitolo 9 del Vangelo di Matteo, in cui abbiamo un testo molto breve:

«Gesù, passando, vide Matteo seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì».

(Mt 9,9)

Secondo i biblisti è la vocazione più breve in assoluto di tutta la Sacra Scrittura. È come qualcosa di automatico, è come un flash, come un amore a prima vista, come qualcuno che passa, ti alzi e lo segui. Ebbene, Caravaggio entra in questo attimo, in questo attimo che intercorre fra l’imperativo «seguimi» e l’indicativo «lo seguì». Entra con tutta la sua sensibilità, con tutti i suoi dubbi, anche con tutta la sua vita travagliata di peccatore, con tutte le sue resistenze a credere a questa parola, e lo interpreta magistralmente proprio a partire dalle proprie ambiguità. Inizia a creare lo spazio sospeso di questa risposta, lo spazio allora del quadro: è come entrare in questa distanza fra «seguimi» e «lo seguì».

E come lo rappresenta? Ebbene, eccola qua la sua rappresentazione, che è la sua interpretazione di questo brevissimo versetto del Vangelo. In questa rappresentazione Caravaggio gioca sull’ambiguità. La prima ambiguità è se si tratta di un esterno o di un interno: non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché il fascio di luce che tocca i personaggi intorno al tavolo sembra indicare che si è appena aperta una porta — dunque sembra che siamo in un interno, appunto, che poteva essere buio e che adesso riceve la luce perché si è appena aperta una porta. E invece, dietro al personaggio anziano con gli occhiali, vediamo un angolo come di una casa, un angolo architettonico, un angolo esterno; e anche la finestra è aperta non con la maniglia, ma è aperta come se vedessimo l’esterno della finestra, e dunque siamo in un esterno.

Siamo dentro o siamo fuori? Non lo sappiamo bene. Ma in realtà questo, il primo gioco che fa Caravaggio con lo spettatore, è qualcosa che succede fuori, che è successo nella vita, che succede forse nelle nostre città ancora, in questa ambientazione molto semplice come poteva essere un angolo di Roma della fine del Cinquecento; ma è qualcosa anche che succede dentro. Caravaggio vuole andare dentro al cuore dello spettatore. Questa è la prima ambiguità.

Ma ce n’è una seconda, che è ancora più forte. Se osserviamo bene l’architettura delle forme, la geometria degli spazi in questo nostro quadro, vediamo che ci sono due gruppi di persone ben distinti: il primo gruppo sono i due personaggi in piedi sulla destra, il secondo gruppo tutti i personaggi sulla sinistra intorno al tavolo. Ebbene, la differenza fra questi due gruppi non è soltanto spaziale — non è soltanto intorno al tavolo o in piedi — ma è anche dal punto di vista dei loro vestiti. Se osservate bene, Gesù e san Pietro, che sono i due personaggi sulla destra in piedi, sono vestiti all’antica, come si diceva nel Rinascimento, cioè come Caravaggio poteva pensare che Gesù e san Pietro potevano essere vestiti milleseicento anni fa. Invece i personaggi intorno al tavolo sono vestiti come contemporanei, coetanei di Caravaggio.

E questo è un messaggio molto forte, il secondo messaggio che ci dona Caravaggio: cioè Gesù entra nel contemporaneo, entra nel tempo di oggi. È come se oggi dipingessimo dei personaggi in giacca e cravatta, oppure in jeans e maglietta. Questi personaggi sono oggi, e oggi sei tu, caro spettatore, sembra dirci Caravaggio. E questo Gesù non è una storia di milleseicento anni fa che rimane lì, ma entra, irrompe nel tuo presente, oggi è vivo. Dunque è l’incontro con un vivente. Caravaggio ci sembra dire che nella sua esperienza la vocazione, l’appello, la vita spirituale è qualcosa come l’incontro con un vivente. Ecco, Caravaggio si confessa nei suoi quadri, Caravaggio ci apre la camera più segreta della sua intimità, e la prima cosa che ci dice è: come se io avessi incontrato un vivente, che viene dal suo tempo di milleseicento anni fa ed entra nel mio presente, nel mio spazio presente.

Fra i due gruppi che cosa c’è? Un abisso. Un abisso nero. L’abisso è la distanza, l’abisso è il peccato: la distanza, nella tradizione biblica e dei grandi maestri spirituali, è la metafora del peccato. In realtà il peccato è la non-relazione. Ecco, per gli ebrei, nella tradizione dell’Antico Testamento, il perdono non è altro che il coprire una distanza: infatti il verbo ebraico che si usa per perdonare è lo stesso verbo per coprire. È Dio che copre la distanza, cioè che perdona il peccato, che ristabilisce la relazione.

E qualche cosa copre il peccato, che cosa ristabilisce la relazione? Ebbene, questa mano, la mano di Gesù, che è l’unico ponte al di sopra di questo abisso, che è il ristabilimento di questa relazione. Con chi? Con un pubblicano, ci dice il testo evangelico. E cos’era un pubblicano? Era il mestiere di Matteo, di Levi, che è l’altro nome per Matteo. Ebbene, un pubblicano è la persona più odiata nell’antichità in Israele, la più odiata. Perché? Perché era un collettore di tasse che doveva mandare i soldi a Roma chiedendo di più, facendo, come si direbbe oggi, una cresta abbondante, soprattutto sui piccoli, sugli indifesi. E dunque è un traditore del suo popolo, perché il pubblicano è ebreo, ma sta schiacciando gli altri ebrei per conto di Roma, ma anche per conto suo.

E con chi è violento un pubblicano? Con chi non si può difendere. Certamente non fa la cresta con il ricco ebreo che può essere amico del centurione romano, ma con i più piccoli, con i più poveri. E molto spesso sappiamo, dai testi dell’epoca, che chiedeva anche doni in natura: se non hai più soldi, mi dai la casa, mi dai tua figlia, mi dai tuo figlio. E questa è la violenza del pubblicano. Oggi sarebbe un po’ come avere a che fare con un capo mafioso: è il pubblicano. Allora questa mano ristabilisce la relazione con colui che ha una vita di violenza, in cui gli altri sono soltanto dei numeri, sono soltanto una cifra di denaro che mi devi dare, perché se no ti posso mandare l’esercito, ti posso mandare i soldati romani.

E questa mano che cos’è? Questo è forse il dettaglio più famoso di questo quadro. Questa mano è una citazione, una citazione dell’altro grande Michelangelo, Michelangelo Buonarroti. Michelangelo, nel dipingere la volta della Cappella Sistina, ha fatto questa genialità, questa rappresentazione geniale della creazione come quella soglia irraggiungibile fra Dio e l’uomo: questa mano del creatore, di Dio creatore, che si avvicina ad Adamo e quasi magicamente gli trasmette la vita in una distanza, in un non toccare, nel sussurro di uno spazio vuoto. Ed è questo che ha affascinato l’altro Michelangelo, il nostro Michelangelo, Michelangelo Merisi da Caravaggio: cioè quel non toccare, quell’accenno, quel sussurro, ma dove passa tutto. Quella mano che crea senza possedere, che crea senza manipolare, che crea soltanto dando.

E allora Caravaggio ha capito perfettamente che la chiamata è una creazione. Imitando questa mano del maestro Michelangelo nella Sistina, ci sta dicendo in realtà che la vocazione di Matteo è la sua ri-creazione, la sua nuova creazione. Uno potrebbe dire: ma questo è un’invenzione di Caravaggio. Ebbene no, ci dicono i biblisti oggi che è esattamente il senso del testo biblico, perché nel testo biblico abbiamo un imperativo seguito da un indicativo: «alzati», «seguimi», «e lo seguì». Ed è esattamente la stessa sequenza che l’orecchio ebraico è abituato ad ascoltare quando ascolta i racconti di creazione:

«Sia la luce». E la luce fu.

(Gen 1,3)

Dunque la parola di Dio crea, dicono i biblisti: è una parola performativa, cioè che realizza immediatamente ciò che dice, ciò che significa. E allora «seguimi», «e lo seguì» nel testo biblico vuol dire: guardate che è una creazione. Questa vocazione è una creazione come la prima creazione, è una creazione come la creazione del mondo. La vocazione è un mistero grande come la creazione del mondo.

Ma Caravaggio ha una marcia in più. Vedete bene questa mano: certo, imita la mano della creazione della Sistina, ma che mano è? Quella di Dio o quella di Adamo? Se osservate bene, è una citazione, una copia, non della mano del Padre creatore, ma della mano di Adamo. E questo è geniale: cioè Gesù chiama, Dio chiama attraverso l’umanità di Adamo. Questo ci dice Caravaggio: la chiamata non è mai un mistero sopra le nuvole, non è una cosa magica, ma passa attraverso la carne umana. Questo è il mistero di una chiamata, di una vocazione. Matteo è stato ricreato, creato di nuovo, attraverso il rapporto con un umano, con l’umanità di Gesù, con la carne di Gesù. La vocazione è una questione di carne, di corpo: passa attraverso il corpo.

Attenzione: Caravaggio mette questa mano esattamente nell’asse della Croce che si riconosce nella finestra. Le finestre della Roma della fine del Cinquecento potevano essere così, potevano essere anche — come si chiamano — a culo di bottiglia, cioè con dei cerchi, possono essere anche con altre forme, con quadrati più piccoli. Ecco, non è un caso se Caravaggio sceglie la Croce semplice, proprio perché questa mano è in realtà la parola, la chiamata, ma che viene dalla Croce. In questo Caravaggio genialmente riprende un tema medievale, presente anche all’inizio del Rinascimento: sono alcune croci che lui ha visto probabilmente nel nord Italia o nel centro Italia, in cui è rappresentato all’interno della Croce esattamente questo, un avambraccio con una mano.

E cosa significavano queste croci del tardo Medioevo? Significava la traduzione iconografica di una parola di san Paolo, che significa la parola della Croce, in greco logos tou staurou. Ecco, la mano, l’avambraccio dentro alla Croce o legato alla Croce significa questa espressione di san Paolo, logos tou staurou. Che cosa vuol dire san Paolo con questo? Che l’unica parola, l’unica cosa che crea, che tocca, che arriva al cuore, è la parola della Croce. In realtà l’avambraccio noi a volte lo interpretiamo come una mano benedicente; l’avambraccio, nell’antichità e per tutta la storia dell’arte fino al Rinascimento, è simbolo semplicemente della parola, perché chi prendeva la parola in un contesto pubblico alzava la mano, un po’ come noi oggi a lezione alziamo la mano per una domanda, o in un convegno. Ecco, questa mano significa la parola; legata alla Croce significa la parola della Croce. Solo la parola della Croce copre questa distanza fra i due gruppi, copre il peccato, cioè perdona il peccato, e arriva al cuore di Matteo.

Ma adesso c’è la domanda: chi è Matteo? Chi è Matteo intorno a questo tavolo? Sappiamo che deve essere uno dei personaggi seduti, visto che ancora non si è alzato, visto che — come ha detto uno storico dell’arte — Caravaggio ha preso la poetica del momento decisivo e distende il tempo in questo attimo magico in cui lui si sta per alzare, in cui Matteo si sta per alzare. Ma chi, di questi qua? Chi è che si sta per alzare? Chi è che corrisponde esattamente alla lettera del cardinale Cointrel, in cui scrive «nel gesto stesso di alzarsi»?

Ebbene, se stiamo a questa lettera di Matthieu Cointrel, evidentemente è il primo personaggio nel centro del quadro, colui che già con la mano si appoggia allo sgabello, che è già sbilanciato e che già si sta alzando: è lui che si sta alzando. Però in genere la tradizione dice altro: la tradizione dice che invece è questo personaggio con la barba, che fa il gesto, il gesto che riecheggia il gesto di Gesù, che con la sua mano riflette il gesto di Gesù. Invece, recentemente, altri storici dell’arte si concentrano — attraverso il gioco delle prospettive e il gioco delle linee direttrici, per esempio anche della linea della luce — piuttosto su questo giovane ricurvo, chiuso in se stesso, il cui volto non è illuminato dalla luce: solo le mani sono illuminate dalla luce. Ebbene, ancora più recentemente altri studiosi ci dicono che forse, forse Matteo sono i quattro personaggi seduti intorno al tavolo.

Questa ambiguità di non sapere bene chi è Matteo è voluta da Caravaggio. Non è che Caravaggio non sapeva dirci: è questo qua, o è quest’altro. Non ha voluto dirci chi è, perché così siamo presi dentro a questo quadro: lo spettatore è anche lui in qualche modo intorno al tavolo, forse nella parte vuota del tavolo, forse lì siamo noi, siamo uno di loro. E ciascuno di loro rappresenta come un aspetto di questa chiamata, o diciamo piuttosto una tappa di questa chiamata. È come se Caravaggio distendesse il tempo fra «seguimi» e «lo seguì» e spiegasse che fra «seguimi» e «lo seguì» non c’è stata un’immediatezza, ma un percorso. È come se Caravaggio ci avesse detto che lui in realtà non ci crede che Matteo abbia risposto così in fretta, che dentro Matteo ci devono essere tante tappe prima di alzarsi.

E allora la prima tappa è certamente questo giovane chiuso in se stesso, e la luce — la luce, che è sempre la grazia nei quadri di Caravaggio. Caravaggio, si sa, è un maestro del chiaroscuro: fa emergere le sue figure dal nulla, dall’indifferenziato, dal buio. È come se la luce, anche questo, avesse un colore di creazione: la luce crea, fa emergere i personaggi. Ebbene, la luce non inonda il suo volto, ma le sue mani, e queste mani sono terribili, queste mani sono brutte, sembrano mani non di uomo ma di animale, sono mani disumanizzate, quasi si direbbe dei piedi di porco, dei piedi di maiale.

E allora il primo passo della grazia, di questa luce, che cos’è? Il far vedere la disumanizzazione di questa vita, di questa vita di violenza, di questa vita di egoismo, di questa vita di ricerca solo del guadagno che faceva il pubblicano Levi, di questa vita in realtà di solitudine, dove non ci sono relazioni vere, di questa vita disumanizzante. Eccola, la prima tappa della grazia è rendersi conto che questa vita di peccato che faccio è una vita che non mi fa essere me stesso, che non mi fa essere uomo. E questo è il primo personaggio.

Poi c’è il secondo personaggio, la seconda tappa: in effetti questo anziano, o meglio quest’uomo maturo con la barba. La barba, nel linguaggio iconografico classico, è sempre la saggezza, perché è l’iconografia del filosofo, colui che inizia a riflettere. Infatti riflettere, nel senso anche meccanico, fisico della parola: perché riflette, cioè riproduce il gesto di Gesù, lo riecheggia, si potrebbe dire. Ma è esattamente il lavoro che si fa nel cammino vocazionale: la parola, il logos tou staurou, la parola della Croce, inizia a risuonare dentro al cuore, forse maldestramente — qua diremmo che lui si sta chiedendo: «Ma proprio me stai chiamando?» — ma è lo stesso gesto della mano, della parola, che entra e che inizia a operare dentro il cuore.

Tra l’altro c’è anche un’altra ambiguità: questo dito è puntato verso se stesso o verso il giovane curvo, chiuso in se stesso? Un po’ fra i due, non si sa, e anche questa è un’ambiguità voluta. In realtà è lo stesso personaggio. Anzi, se osserviamo bene, le due mani non sono due mani del ragazzo della sinistra, ma una mano è del ragazzo della sinistra, l’altra è proprio del personaggio con la barba. È lo stesso personaggio, ma in una tappa successiva, quando per la prima volta inizia a riflettere: allora il suo volto è illuminato, allora la grazia già illumina la sua identità — il volto è sempre l’identità.

E poi c’è una terza tappa: questo bambino, questo preadolescente purissimo, è la tappa della purificazione. Forse questo bambino è il bambino che Levi, il pubblicano, avrebbe sempre voluto diventare, invece la vita lo ha portato altrove. Perché uno non decide di essere, uno non nasce decidendo di essere mafioso, per esempio: uno è portato dalla vita — certo, con colpa, con colpevolezza, con responsabilità, ma anche a causa di tante circostanze in cui si è trovato. E allora questo violento, traditore del suo popolo, attraverso questo riecheggiare della parola dentro di sé ritrova quella purezza iniziale di cui aveva terribile nostalgia. Se ha risposto a Gesù, è forse perché nel fondo non ne poteva più di questa vita così lontana dal suo ideale di purezza, che ha avuto quando era bambino, quando era più giovane, prima di iniziare a diventare quello sfruttatore che è adesso. Ecco la nuova verginità che ci regala la parola:

«Se non diventerete come bambini, non entrerete mai…»

(Mt 18,3)

Ecco, questa frase del Vangelo riecheggia, perché la parola ci ricrea, e la nuova creazione è poter ricominciare da capo. La parola ci dà la possibilità di ricominciare da capo. La vocazione è ricominciare da capo, è una creazione, è una creazione che passa attraverso la passione di Cristo, la Croce di Cristo: la parola della Croce ci fa risorgere, nascere di nuovo.

Quarta tappa: ebbene, il momento in cui si alza davvero. E infatti il momento in cui ci si sbilancia: lo sgabello è sbilanciato, è in squilibrio. La risposta nostra alla chiamata di Dio è sempre uno squilibrio. Il santo è uno squilibrato, il credente è uno squilibrato, cioè qualcuno che ha il baricentro al di fuori dalla superficie dei suoi piedi, è uno che si sbilancia. Senza sbilanciarsi non c’è un passo avanti, senza sbilanciarsi non c’è un cammino, senza sbilanciarsi non c’è vita, e soprattutto non c’è relazione. La santità è una relazione, è la pienezza di una relazione, e la vocazione è vivere al massimo questa relazione.

Allora ecco colui che si sta sbilanciando, e che corrisponde esattamente alle parole del cardinale — «nel momento stesso di alzarsi», «nel gesto stesso di alzarsi» — con la mano si sta spingendo, e dall’altra parte c’è una spada. Perché decidere viene dalla radice latina caedere, cioè tagliare: la decisione, l’alzarsi, è sempre un taglio, ha qualcosa di terribile, qualcosa quasi di violento. Il lasciare le mie modalità di prima, le modalità di pubblicano; il tavolo intorno al quale ci sono soltanto cifre, debiti; il tavolo dello sfruttamento, del dovere, del debito. Il tavolo rappresenta la vita, il mio modo di impostare la vita: ecco, questo tavolo è un tavolo in cui la vita è semplicemente debito, è il vivere la vita come un debito che devo pagare a Roma, e che dunque devo far pagare ancora di più agli altri.

Vedete che c’è una fotografia psicologica straordinaria in questo. Quante persone, quanti di noi attraversano la vita come se dovessero pagare qualcosa, e dunque fanno pagare agli altri quello che credono di dover pagare per salvare se stessi, per essere qualcuno. Chissà perché Matteo è diventato mafioso, perché è diventato pubblicano, traditore del suo popolo, sfruttatore dei più piccoli, dei più piccoli del suo popolo. Forse per essere qualcuno, forse per paura di non essere nessuno: adesso, adesso mi calcolerete, adesso mi guarderete magari con timore, ma almeno mi guarderete.

Ebbene, adesso Matteo lascia questo vecchio modo di essere, lascia questo vecchio modo di essere e passa dove? Dice il testo evangelico, se continuiamo a leggere — è strepitoso — dice che «andarono dentro casa, intorno al tavolo, a fare festa e a mangiare con Gesù». Il testo evangelico parla di un altro tavolo, come se fosse lo stesso tavolo trasformato. Allora questo qua sta andando all’altro tavolo. E qual è l’altro tavolo qua? Ebbene, siamo — ve lo ricordo — all’interno di una cappellina molto piccola, la Cappella Contarelli, e questo quadro è perpendicolare a un tavolo in 3D che esiste all’interno di questa cappella, che è l’altare.

Caravaggio in questo è geniale: ha la capacità di far entrare la liturgia come chiave di lettura della sua opera. Che cos’è la messa, che cos’è la liturgia? È passare da un’impostazione di vita, cioè da un tavolo in cui tutto è debito, all’altro tavolo in cui si fa festa, il tavolo della gratuità, del ringraziamento — eucaristia vuol dire ringraziare, charis vuol dire la grazia, la gratuità — è il tavolo per far festa. Ecco l’altro modo di impostare la vita: lasciare, tagliare con la spada il vecchio modo di impostare la vita, e passare alla vita eucaristica, alla vita in cui le relazioni sono vere, in cui riprende la verità delle relazioni e dunque puoi far festa. La festa è la celebrazione delle nostre relazioni.

Ultimo dettaglio: abbiamo questo Gesù, che Caravaggio aveva immaginato all’inizio — lo sappiamo dagli studi, dai raggi X fatti anche sul telo — da solo, non coperto, come in un’altra sua opera che sarà la Risurrezione di Lazzaro, che abbiamo nel Museo di Messina. Questo Gesù imponente, bellissimo, straordinario: ebbene, in un secondo tempo Caravaggio lo copre, lo nasconde un po’, lo rende più discreto con un’altra figura, Pietro. Qualcuno dice: ma Pietro perché? Siamo a Roma, bisogna mettere Pietro, perché la Chiesa… Ma alcuni storici dell’arte ci dicono che questo Pietro in realtà è un personaggio debole: vedete come cerca di imitare con la mano il gesto di Gesù, ma fa quasi ridere, non è all’altezza; i suoi capelli sono di una persona fragile, vecchia, stanca.

Perché allora, qua? Ebbene, nel genio di Caravaggio c’è questa intuizione: che forse il peccatore Matteo seguirà Gesù perché vede accanto a Gesù un altro peccatore, che è Pietro, che è colui che rinnega Gesù, che è colui che non ce la fa, che promette mille e non ne fa neanche uno, che è colui che è deludente sempre. Ecco, forse i peccati della comunità cristiana, i peccati di chi segue Gesù, nel fondo possono anche avvicinare chi si sente lontano, chi sente che non fa parte di questo gruppo, perché si riconosce in questi peccatori. È un po' come se Matteo dicesse:

«Beh, se lui ce l’ha fatta, forse anch’io mi posso alzare».

E allora abbiamo, in questo movimento di alzarsi che sta fra il «seguimi» e il «lo seguì», questo verbo alzarsi, ed è un verbo molto importante per la Bibbia, in particolare per il Nuovo Testamento, perché è il verbo che nel testo originale greco è usato per dire la risurrezione. Dunque, quando Marco o Matteo e Luca raccontano questo episodio, stanno usando lo stesso verbo che useranno pochi capitoli dopo per dire che Gesù si alza, o si rialza: noi traduciamo «risorge», ma in realtà nel testo greco è «si rialzò». Allora dire che Matteo si alza è dire che Matteo risuscita, e dunque tutta questa storia di vocazione è una storia di risurrezione. Meglio: è una storia di morte e risurrezione, dove la morte è la morte di Gesù.

Difatti, nel testo evangelico il versetto inizia con «Gesù, passando»: ebbene, questo verbo passare è anche un linguaggio in codice all’interno del linguaggio biblico. Passare, per il lettore del Nuovo Testamento, è il verbo della passione, per la Croce, della morte di Gesù. Dunque Gesù morendo — si potrebbe dire così — Gesù vivendo la sua passione e dando la sua vita sulla Croce, chiama: logos tou staurou, parola della Croce. Ed è questa sua passione, questa sua morte, che in realtà è una parola che fa vivere, appunto, che fa rialzare Matteo.

È dunque molto interessante: è come se Caravaggio ci dicesse — Caravaggio, in sintonia con il testo biblico, ci dicesse — che la morte e la risurrezione non è una storia di Gesù di tanti anni fa, ma entra e attraversa la nostra vita. È Gesù che è morto perché noi possiamo risorgere insieme con lui. Infatti, se osserviamo i piedi di Gesù e di san Pietro, sono molto interessanti. Intanto sono piedi nudi, cioè è questa Chiesa pauperistica che Caravaggio sente molto sua, che ritrova la semplicità della vita, che in questo sforzo della fine del Cinquecento si ricorda ancora delle istanze più pure della Controriforma, o della Riforma cattolica, che in risposta alla riforma luterana vuole ritrovare la purezza evangelica della Chiesa. Un Gesù scalzo e un Pietro scalzo: questo è il Gesù che noi seguiamo.

Ma appunto, questi piedi di Gesù da dove vengono? È molto curioso, e sono come sbagliati: non corrispondono all’orientamento del corpo di Gesù, vengono come dal muro, come dalla parete, è come se avessero attraversato la parete. O allora c’è una torsione del corpo di Gesù tale che è come se Gesù facesse un passo di danza. Allora forse sono le due cose. La danza, nell’iconografia classica e ancora nel Rinascimento, è uno dei temi che si associa di più alla risurrezione: la risurrezione è come la danza della vittoria, dopo aver superato la morte. Allora ecco il Risorto che danza, ecco che lui ci prende e ci chiama in questa danza. Ma questa danza significa anche aver attraversato il muro, come nei racconti della risurrezione, essere entrato a porte chiuse. È vero che vediamo l’ombra di una porta, ma questa porta non la vediamo, e dunque lui è entrato attraverso la parete, attraverso le nostre chiusure, potremmo dire: la chiusura di questo giovane a sinistra. Lui è capace di entrare anche attraverso ciò che in noi è chiuso. Ecco questi piedi, allora: il Risorto, ma che ci fa risorgere, è colui che muore e risorge ma ci prende con lui nella sua risurrezione.

C’è un ultimo, ultimissimo dettaglio: non abbiamo parlato dell’uomo anziano, esattamente agli antipodi di Gesù, all’opposto, che è in piedi — dunque non è Matteo, chiaramente, perché Matteo è seduto, questo è poco ma sicuro. Chi è questo personaggio con gli occhiali, che si china sul giovane che sta contando i soldi e che sta vicino all’orecchio dell’uomo che riflette? Chi è questo personaggio, che è simmetrico a Gesù? Ebbene, se facciamo uno studio comparato delle forme durante il Rinascimento e della posizione delle figure intorno alle figure protagoniste di tanti dipinti di tanti grandi maestri, vediamo che chi sta vicino all’orecchio in questa posizione in genere è qualcuno che suggerisce. Abbiamo un esempio straordinario, per esempio, negli affreschi di Luca Signorelli nel Duomo di Orvieto: nel famoso affresco dell’Anticristo c’è il diavolo esattamente nella stessa situazione, e suggerisce quella parola negativa, contraria alla chiamata del vero Cristo.

Infatti siamo agli antipodi di Cristo, siamo nell’Anticristo, e l’Anticristo è il nemico — come dicono i maestri spirituali — è il suggeritore falso, l’ingannatore, il maestro della menzogna. E infatti porta gli occhiali, è l’unico che porta gli occhiali, quasi come segno di serietà, perché si presenta sempre così, come colui che dice: ma io so di cosa parlo, io ti faccio vedere l’oggettività delle cose. Anzi, qua, se mi permettete il gioco di parole: ti faccio vedere ciò che veramente conta, non staccarti da ciò che conta, non staccarti dal contare, cioè non staccarti da questo vedere la vita soltanto come un contare, e contare gli altri come se fossero dei pezzi di metallo. In realtà sì, è vero, le tue mani sono come mani di un maiale, ma non alzare la testa.

E non è un caso se si situa fra la tappa zero e la tappa uno di questo cammino di conversione o di vocazione. I matematici ci dicono che la grande differenza non sta fra uno e diecimila, ma fra zero e uno: quella è la tappa decisiva. Alzerà la testa o non alzerà la testa il nostro Matteo? Cioè lo spettatore, cioè chi sta lì nella Cappella Contarelli a celebrare la messa, a partecipare alla messa, e chi si trova accompagnato da questo quadro come se fosse un’imbarazzante fotocopia, o fotografia, del suo cuore: i raggi X spirituali.

Questo è ciò che riesce a fare Caravaggio: una confessione sua, che in realtà ci obbliga a una confessione nostra. Anche noi siamo così, anche noi in questa Cappella Contarelli: la nostra vita è spesso così, e anche noi abbiamo dentro questa voce di questo vecchio con gli occhiali che ci dice: non alzare la testa, non ascoltare questa parola della Croce, non ascoltare questo logos tou staurou.

Ecco che Caravaggio ha capito perfettamente come funziona l’interiorità del cuore umano, come ce lo insegnano i grandi maestri del discernimento: dentro di noi abbiamo, sì, è vero, la parola del Signore, la parola della Croce, ma abbiamo anche questa parola ingannatrice, che ci fa rimanere chiusi dentro di noi e non alzare la testa, cioè non alzare lo sguardo verso questa luce, non lasciarci trasformare, non rinascere. Ecco che allora Caravaggio ci dà una lezione da gran maestro spirituale per riconoscere chi parla dentro di noi in questo momento: la parola dell’amore, o colui che è nemico di questa parola dell’amore.

Certo, in questa alta tensione fra queste due parole c’è di tutto, e c’è nel sotterraneo come un movimento di pancia, si potrebbe dire, che sono tutte le paure, colpi e contraccolpi dentro la nostra storia di vocazione. E Caravaggio l’ha rappresentato con questo mare mosso che sono queste figure di gambe, di gambe che non si sa da dove vengono, le gambe che sembrano in movimento: sembra come il sotterraneo, il non visibile, inconfessabile, ma qua visibile, movimento dell’anima quando la parola inizia a toccare il cuore. Questi turbinii, questi movimenti interiori sono rappresentati da ciò che, diciamo noi, è al di sotto della cintura: sono i veri affetti, sono le vere emozioni, ed è lì dove veramente la parola fa il suo cammino, e porta poi Matteo a rialzarsi, dunque a passare alla vita reale in tre dimensioni, alla celebrazione dell’altare, alla gratuità, alla liturgia, che nel fondo è la vita piena.

Lo stemma di Papa Francesco

«Miserando atque eligendo»

miserando atque eligendo

«Cari fratelli e sorelle, continuiamo a contemplare gli incontri di Gesù con alcuni personaggi del Vangelo. Questa volta vorrei soffermarmi sulla figura di Zaccheo: un episodio che mi sta particolarmente a cuore, perché ha un posto speciale nel mio cammino spirituale».

Lo scrive Papa Francesco nel messaggio che sostituisce la catechesi dell’udienza generale. Il Pontefice ha voluto riferirsi all’episodio della conversione dell’esattore delle tasse, Matteo o Zaccheo (l’episodio è attribuito a entrambi), che suscita la misericordia di Gesù, il quale quindi ne fa un suo discepolo:

«lo guardò con sentimento di amore e lo scelse — miserando atque eligendo —, gli disse: “Seguimi”»

come si legge nell’Homilia 21 di san Beda il Venerabile, che contiene appunto l’espressione scelta da Jorge Mario Bergoglio come motto episcopale: «Miserando atque eligendo».

«Il perdono di Dio è gratuito, ma si tratta del desiderio di imitare colui dal quale si è sentito amato. Zaccheo si prende un impegno a cui non era tenuto, ma lo fa perché capisce che quello è il suo modo di amare. E lo fa mettendo insieme sia la legislazione romana relativa al furto, sia quella rabbinica circa la penitenza».

Così Papa Francesco nel messaggio che sostituisce la catechesi dell’udienza generale che doveva tenersi oggi, 2 aprile.

«Zaccheo allora non è solo l’uomo del desiderio, ma anche uno che sa compiere passi concreti. Il suo proposito non è generico o astratto, ma parte proprio dalla sua storia: ha guardato la sua vita e ha individuato il punto da cui iniziare il suo cambiamento»

— scrive il Pontefice.

«Cari fratelli e sorelle, impariamo da Zaccheo: a non perdere la speranza, anche quando ci sentiamo messi da parte o incapaci di cambiare. Coltiviamo il nostro desiderio di vedere Gesù, e soprattutto lasciamoci trovare».

Ioana Cristina Huban

Lo scudo

Nei tratti essenziali, il Papa Francesco ha deciso di conservare il suo stemma anteriore, scelto fin dalla sua consacrazione episcopale e caratterizzato da una lineare semplicità.

Lo scudo blu è sormontato dai simboli della dignità pontificia, uguali a quelli voluti dal predecessore Benedetto XVI (mitra collocata tra chiavi decussate d’oro e d’argento, rilegate da un cordone rosso). In alto, campeggia l’emblema dell’ordine di provenienza del Papa, la Compagnia di Gesù: un sole raggiante e fiammeggiante caricato dalle lettere, in rosso, IHS, monogramma di Cristo. La lettera H è sormontata da una croce; in punta, i tre chiodi in nero.

In basso, si trovano la stella e il fiore di nardo. La stella, secondo l’antica tradizione araldica, simboleggia la Vergine Maria, madre di Cristo e della Chiesa; mentre il fiore di nardo indica san Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Nella tradizione iconografica ispanica, infatti, san Giuseppe è raffigurato con un ramo di nardo in mano. Ponendo nel suo scudo tali immagini, il Papa ha inteso esprimere la propria particolare devozione verso la Vergine Santissima e san Giuseppe.

Il motto

Il motto del Santo Padre Francesco è tratto dalle Omelie di san Beda il Venerabile, sacerdote (Om. 21; CCL 122, 149-151), il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, scrive:

«Vidit ergo Iesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me»«Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”».

Questa omelia è un omaggio alla misericordia divina ed è riprodotta nella Liturgia delle Ore della festa di san Matteo. Essa riveste un significato particolare nella vita e nell’itinerario spirituale del Papa. Infatti, nella festa di san Matteo dell’anno 1953, il giovane Jorge Bergoglio sperimentò, all’età di 17 anni, in un modo del tutto particolare, la presenza amorosa di Dio nella sua vita. In seguito ad una confessione, si sentì toccare il cuore ed avvertì la discesa della misericordia di Dio, che con sguardo di tenero amore lo chiamava alla vita religiosa, sull’esempio di sant’Ignazio di Loyola.

Una volta eletto vescovo, S.E. Mons. Bergoglio, in ricordo di tale avvenimento che segnò gli inizi della sua totale consacrazione a Dio nella sua Chiesa, decise di scegliere, come motto e programma di vita, l’espressione di san Beda «miserando atque eligendo», che ha inteso riprodurre anche nel proprio stemma pontificio.

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