Adorazione Eucaristica


L'eucaristia come faro che illumina la preghiera dell'adorazione
Catechesi sull'adorazione eucaristica di p. Marko Ivan Rupnik.

Un caro saluto ad ognuno di voi. Entriamo adesso in questa preghiera dell’adorazione eucaristica. Proprio perché si chiama adorazione eucaristica, vuol dire che la preghiera dell’adorazione è segnata — anzi, addirittura possiamo dire che è costituita — dall’eucaristia. Altrimenti sarebbe un’adorazione, non so, del cosmo, cosmica, o diverse altre cose. Questo nome, eucaristica, fa vedere il modo, ma anche il contenuto della preghiera dell’adorazione.

Diciamo allora qualcosa dell’eucaristia: in modo esauriente assolutamente no, ma almeno sfioriamo alcuni elementi, alcune dimensioni, per vedere alla fine, attraverso questi passaggi, una luce, un faro che illumina l’adorazione stessa. Questo sarà il modo di procedere stamattina.

L’eucaristia è azione del Padre nello Spirito Santo

Che cos’è l’eucaristia? È una liturgia nella quale noi non siamo protagonisti. Non è un’opera che viene da noi, non è un’azione che parte da noi: il protagonista dell’eucaristia è lo Spirito Santo, anzi il Padre. È il Padre che compie un’azione su di noi, per mezzo dello Spirito Santo, realizzandoci come l’umanità del suo Figlio, del Figlio fattosi uomo, che ha assunto l’umanità. Cioè ci rende veramente il corpo di Cristo. La Chiesa fa l’eucaristia, ma anche l’eucaristia fa la Chiesa come corpo di Cristo.

Noi addirittura supplichiamo, nell’eucaristia chiediamo che avvenga questa azione; e poi ci disponiamo per accogliere questa azione che Dio svolge. Supplichiamo e poi ci disponiamo per accogliere un’azione che veramente ci cambia, ma radicalmente. E questo è molto visibile in ciò che succede con il pane e il vino nell’eucaristia: se non scendesse lo Spirito Santo, questo pane e questo vino sarebbero rimasti sull’altare pane e vino, ed è inutile che noi facciamo una bellissima pagnotta pensando che per questo motivo succederà qualcosa. No: deve scendere lo Spirito Santo. Noi facciamo l’offerta, ma se non scende lo Spirito Santo questa offerta non arriva al suo vero destino, alla sua vera meta, e rimane lì.

Perché, vedete, il vero protagonista è lo Spirito Santo, è il Signore che scende, mandato dal Padre, e che cambia veramente la nostra realtà umana proprio in questa liturgia, per mezzo del pane e del vino, che sono frutti del nostro impegno, del nostro lavoro, dei nostri cari — perché portiamo ciò che è frutto del nostro lavoro e frutto della terra. E attraverso quello che siamo noi dentro, come direbbe Giovanni Crisostomo, avviene questo grande cambiamento che ci mette in comunione con il corpo e il sangue del nostro Signore che si è fatto uomo. Tanto che Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, lo esplicita con il termine koinonía: ci mette in una comunione vera con il corpo, il sangue, la vita di Cristo.

Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?

1Cor 10,16

Paolo pone una domanda per la quale la risposta è ovvia: veramente l’eucaristia, attraverso il calice e il pane, crea una relazione, un’unione, una comunione nostra con ciò che era ed è il corpo di Cristo e il sangue di Cristo, tanto che noi facciamo parte di questa comunione.

Concorporei e consanguinei di Cristo

Nicola Cabasilas, un grandissimo padre della Chiesa greca, ha scritto un testo formidabile che raccomanderei veramente, se siete chiamati a organizzare la preghiera dell’adorazione: La vita in Cristo. È formidabile — non avrei mai pensato che fosse possibile scrivere una cosa del genere: stupendo. In questo testo dice che l’eucaristia ci rende concorporei e consanguinei di Cristo, e fa un esempio molto forte. Dice: i nostri genitori ci hanno dato il sangue, ma il nostro sangue non è dei genitori; ci hanno dato il sangue, ma il nostro sangue è nostro — abbiamo anche un gruppo sanguigno diverso, per dire. Di Cristo, invece, è proprio lo stesso sangue: noi beviamo il suo sangue e diventiamo consanguinei, viviamo della stessa vita filiale. È proprio la sua vita che viene dentro di noi a darci questa novità dell’esistenza filiale.

Noi siamo talmente abituati a pensare uomo–Dio: noi dobbiamo trovare un rapporto con Dio. Ma che stiamo dicendo? Non abbiamo più l’opposizione uomo–Dio: è venuto Cristo, è disceso lo Spirito Santo. Allora qual è la novità? Figli e il Padre. Non più uomo–Dio, ma figli, figlie e il Padre. Ed è grandissima, perché — vedi — non è che adesso devo trovare una relazione con Dio: io esisto per questa relazione. Se sono figlio, vuol dire che c’è un padre vero; se no, che figlio saresti? Non ti fai da solo: uno ti deve generare, ti deve partorire.

L’eucaristia costituisce l’umanità come amore

Siamo proprio uniti, tanto che l’eucaristia costituisce l’umanità come amore. Questa è la novità: l’umanità non è costituita come amore. Perché? Basta vedere come si comporta già un bambino: io, io, io — mamma, mi devi dare il latte — sempre io. Non è che spontaneamente uno va e si offre per il sacrificio; per altro è vero, non è così. Ma l’eucaristia ci costituisce come amore, come amore di Dio Padre, e perciò l’eucaristia crea l’unità tra le donne e gli uomini: l’unità dell’amore del Padre. Tanto che Paolo, nella stessa prima lettera ai Corinzi, al capitolo 10, un versetto dopo, dice:

Poiché vi è un solo pane, noi, benché molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

1Cor 10,17

Pensate che bello: poiché c’è un solo pane sull’altare, anche noi, benché molti, siamo un corpo solo. Perché? Perché partecipiamo all’unico pane. L’eucaristia, di un’umanità che è tutta divisa, tutta spezzata, frammentata, crea la comunione. Perché? Perché la vita che ci viene data, che noi mangiamo e beviamo, è il modo con cui il Figlio di Dio vive la sua umanità. Il modo con cui il Figlio di Dio ha vissuto la sua umanità: come l’ha vissuta? Risparmiandosi? Non mi sembra. Donandosi. E allora nell’eucaristia noi ci nutriamo di ciò che è la nostra vocazione, di ciò che siamo chiamati a diventare, di ciò che con il battesimo è cominciato: la nostra nuova esistenza in Cristo Gesù. È una novità molto, molto, molto radicale. E perciò Paolo, al dodicesimo capitolo della stessa lettera, esclama:

Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.

1Cor 12,27

E altrove dirà che siamo membra gli uni degli altri: non solo del corpo di Cristo, ma anche gli uni degli altri. La vita di uno è legata alla vita dell’altro. Che bello: non siamo più isole, ma c’è una relazione che si tesse tra di noi.

Il corpo sacramentale e il corpo ecclesiale

La Chiesa antica, come sappiamo, del primo millennio ha insistito tanto perché non avvenisse nessuna separazione tra il corpo sacramentale di Cristo, che è l’eucaristia, e il corpo di Cristo che è la Chiesa. Noi non possiamo parlare del corpo di Cristo senza vedere la Chiesa, e non possiamo vedere la Chiesa senza il corpo di Cristo: sono realtà che vanno tenute insieme. Il primo millennio ha fatto sforzi enormi, e sono stati fatti studi bellissimi all’inizio del ventesimo secolo: de Lubac, Tillard hanno studiato tanto questo rapporto tra il corpo di Cristo e il corpo di Cristo come Chiesa. Tanto che nel primo millennio corpo mistico si chiamava l’eucaristia — pensate: perché mistico proveniva dalla parola greca mystérion, sacramento. Allora il corpo mistico hanno chiamato l’eucaristia.

Vorrei proprio citare un passo di Tillard:

È la potenza dello Spirito del Signore che, nella ricezione del pane e del vino eucaristici dati, trasforma i fedeli e li insemina dei beni del Regno di Dio. L’effetto dell’eucaristia coincide pertanto con l’opera propria dello Spirito Santo: introdurre i credenti nel mondo nuovo aperto dalla risurrezione.

E poi cita Giovanni, i Romani, gli Efesini, eccetera. Si è introdotti, si è fatti passare in un mondo nuovo, iniziato, aperto con la risurrezione di Cristo: cioè l’eschaton, la parola che disegna il compimento di tutto in Cristo, dopo che questa storia entrerà tutta in Cristo. Allora nell’eschaton, perché li unisce nel mistero di comunione del Padre e dei fratelli in Gesù:

corpo e sangue che sono il corpo e il sangue del Signore risorto, dunque corpo e sangue pneumatici, spirituali. Mediante il pane e il vino eucaristici dati, l’uomo è raggiunto non solo nella sua anima, ma anche nella sua carne: la vita nuova lo penetra fin nel suo corpo di morte e vi imprime già il segno della risurrezione. Ecco allora la misteriosa penetrazione del Regno escatologico nella realtà concreta del destino umano, destino segnato dalla legge del peccato e della morte.

Vedete: questa realtà del Cristo risorto viene e ci segna nella nostra realtà mortale. Perché? Perché ci dà quell’esistenza che è l’unica capace di evitare la morte, cioè l’amore: solo l’amore rimane (cfr. 1Cor 13,8), tutto il resto passa. Ma tutto ciò che viene vissuto come dono, ed è sigillato dalla risurrezione, è custodito in Cristo. Allora l’eucaristia segna la nostra realtà umana di immortalità: perciò gli antichi l’hanno chiamata farmaco dell’immortalità. Come gli ebrei nel deserto potevano stare tanti anni solo perché hanno mangiato la manna, così noi possiamo passare nel Regno mangiando l’eucaristia.

La nuova creazione

Il pane e il vino provengono da questo mondo, da questa creazione — è vero, sono frutti della terra — e passano per le mani, per il lavoro dell’uomo; e allora appartengono definitivamente alla nuova creazione, una volta entrati nell’eucaristia. Provengono da questo mondo, ma quando scende lo Spirito fanno parte della nuova creazione, del corpo di Cristo risorto.

Proprio attraverso la parte anamnetica dell’eucaristia, dove si ricorda la Pasqua, il passaggio, si vede che Cristo si è donato, ha donato tutto al Padre e il Padre lo risuscita. E allora la terra, il grano, l’acqua, il fuoco, le mani dell’uomo: tutto passa in Cristo, in questa nuova creazione non più corruttibile dalla morte e dal peccato, una realtà assolutamente nuova. Cioè appartengono assolutamente alla nuova creazione e sono un’anticipazione della vocazione di tutta la terra, di tutta l’umanità. Qual è la nostra vocazione? Arrivare alla gloria del Padre come figli.

E pensate: questo pane che voi offrite la domenica, o quando siete all’eucaristia, entra a far parte del Cristo risorto, è Cristo risorto, è il suo corpo trasfigurato. Lo è, ma viene da questo mondo, viene dalle nostre mani, rappresenta noi. Noi abbiamo bisogno di mangiare, e quello che mangiamo muore; invece qui si fa vedere che cosa mangiamo per diventare veramente figli di Dio: ci nutriamo di immortalità.

Allora tutto quanto è creato ed è chiamato a diventare parte di questi cieli nuovi e terra nuova, come dice l’Apocalisse al capitolo 21. E Ugo Vanni, il grande esegeta dell’Apocalisse, spiega in modo magistrale che cosa sono i cieli nuovi e la terra nuova: sapete che cos’è? Il corpo di Cristo risorto. Prima Dio ha creato questo mondo per l’abitazione dell’uomo; con la redenzione di Cristo e la discesa dello Spirito Santo, il corpo di Cristo risorto è l’abitazione dell’uomo nuovo. Pensate che bello: i cieli nuovi e la terra nuova sono il corpo di Cristo risorto, e noi nell’eucaristia entriamo lì, facciamo parte di questa realtà.

E allora, guardate quanto è importante: noi non possiamo diventare figli di Dio senza il coinvolgimento della terra, dell’universo, della creazione. L’eucaristia fa vedere come l’uomo non si possa salvare senza la terra, e la terra non si possa salvare se non dai figli di Dio. Come dice Paolo ai Romani al capitolo 8: la terra soffre sotto le mani rapaci dell’uomo peccatore, ma quando si manifesteranno i figli di Dio — dice Paolo — anche la terra sarà liberata, anche il creato sarà liberato. E la liturgia lo fa vedere. Vedete quanto è importante: non solo che noi stiamo diventando uniti, ma che questa unione coinvolge anche la creazione. L’uomo non potrà entrare nel Regno senza il creato: il compimento dell’uomo viene insieme al compimento della creazione in Cristo Gesù.

L’anafora: l’ingresso nella realtà nuova

Cito adesso un grandissimo liturgista, Corbon, dal Libano:

Nell’anafora eucaristica, la Pasqua di Cristo diventa la nostra Pasqua. Lo Spirito Santo non si limita più a preparare i nostri cuori al Signore che viene, ma apre ai nostri cuori l’accesso al santuario vero, per quella via nuova e vivente che è il velo della carne del Verbo (cfr. Eb 10,19-20). Quali che siano le unità cerimoniali conservate dalle principali tradizioni liturgiche prima della grande preghiera eucaristica, l’essenziale è che lo Spirito ci introduce nella realtà costituita dal corpo di Cristo risorto.

È stupendo: l’eucaristia ci fa entrare. Giovanni Crisostomo parla di due ingressi: uno, quando varchi la soglia della chiesa e stai entrando nella chiesa-edificio, che è immagine del corpo di Cristo; il secondo, quando le nostre offerte entrano e diventano corpo di Cristo. Entriamo in una nuova sfera, in una nuova esistenza. C’è un testo che potete meditare, del grande teologo greco Ioannis Zizioulas, L’eucaristia e il Regno di Dio: stupendo, non vi stancherete mai, solo cominciate a leggere.

Allora è Cristo che, attraverso la sua Pasqua, attraverso la sua umanità, il suo corpo donato e dal Padre risuscitato, ha aperto alla nostra realtà umana, alla nostra carne, al nostro modo di essere, un nuovo modo di esistere, che già ci appartiene: già nel battesimo abbiamo sperimentato che la morte non ha l’ultima parola su di noi. Siamo morti nelle acque battesimali e ci siamo risvegliati nella Chiesa, in una comunione di persone, in una realtà totalmente nuova. E questo, nell’eucaristia, si realizza continuamente: noi continuamente entriamo nel corpo di Cristo risorto, nello stato definitivo della realtà.

«Voi stessi siete quello che avete ricevuto»

Ancora vorrei una citazione di Tillard e poi una bellissima di sant’Agostino.

Ben presto la tradizione cristiana cercherà di mostrare che questo unico pane distribuito, questo calice, sono a loro volta una moltitudine radunata in unità.

Per cui l’eucaristia è mistero di comunione anche negli elementi con i quali si celebra: è una comunione che instaura comunione tra di noi. E sant’Agostino è proprio forte quando parla così, nel suo Discorso 272:

Se vuoi comprendere il mistero del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: voi siete il corpo di Cristo e sue membra. Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa, sull’altare del Signore, è posto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: il corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo amen.

Se tu dici Amen, hai firmato che sei corpo di Cristo, dice Agostino. Molto forte. E continua, sempre Agostino:

Quel pane che voi vedete sull’altare, santificato con la parola di Dio, è il corpo di Cristo; il calice, o meglio quel che il calice contiene, santificato con la parola di Dio, è il sangue di Cristo. Con questi, pane e vino, il Signore ha voluto affidarci il suo corpo e il suo sangue, che ha sparso per noi per la remissione dei peccati. Se li avete ricevuti bene, voi stessi siete quel che avete ricevuto.

Ma più bello di così: voi stessi siete quello che avete ricevuto. Agostino, sant’Agostino.

L’eucaristia è dunque l’unità dell’umanità radunata in Cristo. E perciò, vedete, la vera categoria dei cristiani non è naturale e soprannaturale, ma vecchio e nuovo: questo è l’uomo vecchio, nasce l’uomo nuovo, e l’eucaristia realizza l’uomo nuovo. Adesso un grande liturgista russo, Alexander Schmemann, morto nel 1983 — stupendo, grandissimo, nella liturgia come Copernico nella fisica:

Il sacramento non va compreso, come abbiamo fatto per secoli, nei termini di un’opposizione tra naturale e soprannaturale: dobbiamo ritornare alla fondamentale dicotomia cristiana, che è invece tra vecchio e nuovo.

Ecco, io faccio nuove tutte le cose, dice il Signore nell’Apocalisse (21,5). Da notare che Cristo non dice «io creo cose nuove», ma «faccio nuove tutte le cose». Questa è la visione escatologica che dovrebbe segnare la nostra celebrazione eucaristica in ogni giorno del Signore.

Oggi consideriamo il giorno del Signore come il settimo giorno, come il sabato, lo shabbat, il giorno del riposo in cui non si deve lavorare; ma per i Padri della Chiesa era l’ottavo giorno, il giorno del Signore, il primo giorno della nuova creazione: il giorno nel quale la Chiesa non solo ricorda il passato, ma anche il futuro, il giorno grande e ultimo, e vi entra realmente. È l’ottavo giorno, il giorno nel quale la Chiesa si raduna, chiudendo le porte, e ascende al luogo nel quale è possibile dire:

Santo, santo, santo il Signore Dio dell’universo: i cieli e la terra sono pieni della tua gloria.

Questo si canta in cielo: lì si canta questo, e noi ci sintonizziamo con quel canto.

Il movimento verso il Padre

E allora, vedete, nell’anafora — che sarebbe la parola greca per la preghiera eucaristica, che noi chiamiamo preghiera eucaristica — anafora infatti significa ascendere, salire. E noi siamo portati davanti al Padre per il sacerdozio di Cristo e della Chiesa. Quando, alla fine della preghiera eucaristica, c’è l’elevazione del pane e del vino, lì si deve levare veramente, perché siamo arrivati in cima. E che cosa si sente dire?

Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria.

L’unico punto di convergenza è il Padre, nell’unità dello Spirito Santo; e noi, nel corpo del Figlio, veniamo presentati al Padre. E non perché siamo stati bravi e ci siamo arrivati: siamo sollevati. Vedi, non è che tu corri sull’altare per alzare il pane e il vino: non è il sacerdozio che ci solleva, è il sacerdozio di Cristo che ci unisce al Padre.

Tanto che nella preghiera eucaristica di san Basilio il Grande, che le Chiese orientali usano ancora oggi, è molto bello perché si vede molto esplicitamente la duplice epiclesi, la domanda per la discesa dello Spirito, e viene proprio espressamente detto che cosa succede con noi diventando pane, diventando corpo di Cristo. Leggo questo pezzo breve della preghiera eucaristica di san Basilio, proprio prima della discesa dello Spirito:

Perciò, Sovrano santissimo, anche noi peccatori e indegni tuoi servi, che tu hai reso degni di fare liturgia al tuo santo altare — e non per i nostri meriti di giustizia, infatti non abbiamo fatto nulla di buono sulla terra, ma per la tua misericordia e la tua compassione, che hai riversato abbondantemente su di noi — fiduciosi ci accostiamo al tuo santo altare e, avendo presentato gli antitipi del santo corpo e sangue del tuo Cristo, ti preghiamo e ti supplichiamo, o Santo dei santi, perché per il beneplacito della tua bontà venga il tuo Spirito santissimo su di noi e su questi doni presentati, e li benedica e santifichi e manifesti: questo pane come il prezioso corpo del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, e questo calice come il prezioso sangue del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, che fu versato per la vita del mondo. E noi tutti che partecipiamo di un unico pane e di un unico calice, rendici una sola cosa gli uni con gli altri, nella comunione dell’unico Spirito Santo.

Gli antitipi, cioè il pane e il vino, che poi diventano il corpo e il sangue di Cristo. È stupendo, a me sembra: è proprio esplicitamente spiegato nella preghiera stessa ciò che avviene — quello che dice Paolo in 1Cor 12,11: è lo stesso Spirito che opera in tutti, unico Spirito.

Manifestare: la Chiesa come esistenza eucaristica

Ma la parola che va sottolineata è questa: che lo Spirito manifesti il pane come corpo di Cristo. Manifestare. Ecco, vedete la Chiesa come esistenza eucaristica: la sua vocazione nel mondo è manifestare, rivelare l’umanità nuova, redenta, parte dell’umanità di Cristo, una figliolanza divina. Noi siamo nel mondo per manifestare questo.

Perciò, vedete, sulle labbra di Cristo non c’è mai stata la parola perfezione. Ma se voi guardate le nostre cose negli ultimi secoli, quanto si è parlato della perfezione cristiana, di che cosa sia un cristiano perfetto! Nel Nuovo Testamento invece la parola perfetto è nominata tre volte, e poi c’è un sinonimo greco quando Cristo muore in Giovanni. Ma in Gv 17,21-26 si capisce veramente che cosa sia l’effetto dell’eucaristia, l’effetto della redenzione di Cristo. Cristo sta pregando il Padre per questo che adesso sto per leggere:

Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Da che cosa il mondo crederà in Cristo? Dall’unità dei cristiani — la cosa più difficile. Già in una parrocchia: quante frantumazioni, quante tensioni, quante cose. La cosa più difficile è l’unità. E non è l’unità uno accanto all’altro, ma uno nell’altro: questa è l’esistenza eucaristica.

E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola.

La gloria vuol dire la manifestazione di Dio, che io ho passato a loro: adesso sta in loro, perché loro la manifestino come unità.

Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità.

E questo è il vero effetto dell’eucaristia: l’unità tra noi cristiani.

…e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato, perché mi hai amato prima della creazione del mondo.

Cioè: lui vuole che noi siamo nell’eschaton, nella Gerusalemme celeste, sulla piazza d’oro, come descrive l’Apocalisse.

Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro.

Dentro, cristiani, con l’eucaristia: che cosa c’è dentro di noi? L’amore con cui il Padre ha amato il Figlio, che sia in essi, dentro. Avete sentito quante volte l’unità. Chissà perché ci piace che Cristo stia di fronte a noi, se Paolo usa più di novanta volte l’espressione in Cristo: perché ci piace di nuovo metterlo fuori, se siamo dentro?

L’adorazione: gettare le corone

L’adorazione eucaristica, dunque, viene caratterizzata da questi grandi misteri che adesso ho sfiorato: diventa luogo dell’unità della Chiesa, della comunione tra di noi, della riconciliazione fraterna, in quanto diventa il superamento di un’esistenza individuo-centrica. L’esistenza eucaristica è superamento dell’individualismo: ci crea persone.

Teologicamente parlando, che cosa vuol dire persona? Sono le persone divine — Padre, Figlio e Spirito — e vuol dire che emergono da una relazione. Prendo una parola in italiano: moglie. Ho detto che si è fatta anche un’altra cosa, vero? Se dico moglie, ho detto che da qualche parte c’è anche un marito. Se avessi detto una donna, no; ma ho detto moglie, e vuol dire che c’è il marito. Se ho detto figlio, ho detto che c’è il padre. Vedete: questa è la persona, che emerge dalla relazione. L’individuo, invece, è manifestazione della propria natura, espressione della propria natura, e basta.

Allora l’eucaristia ci rende proprio persone, che fanno emergere la loro esistenza dalla comunione tra il Padre e il Figlio. L’unico asse sicuro della storia è la fedeltà e l’amore tra il Padre e il Figlio: quando lui moriva sulla croce la terra tremava, il sole si oscurava; l’unica cosa sicura era l’obbedienza del Figlio al Padre e la glorificazione del Figlio da parte del Padre. L’eucaristia ci innesta in questa relazione, l’unica cosa veramente solida nella storia: tutto il resto si frantuma, questo rimane. E noi siamo coinvolti in questo.

E allora, vedete, che cosa sarebbe dunque l’adorazione come forma di preghiera? Io penso che ci sia un testo bellissimo nell’Apocalisse che lo spiega definitivamente e non ci lascia nessun dubbio, Ap 4,10-11:

I ventiquattro anziani si prostrarono davanti a Colui che siede sul trono e adorarono Colui che vive nei secoli dei secoli, e gettarono le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza».

Gettano le corone. Adorazione vuol dire superamento di se stessi: hanno gettato le corone a terra davanti al trono. Non sono più io, adesso, l’epicentro — io, io, io — no. È superamento dell’individuo-centrismo, è il trionfo della comunione. E il trionfo di che cosa? Della convergenza delle moltitudini verso l’Uno: una convergenza libera, perché è dello Spirito Santo e dell’amore, e l’amore o è libero o non è amore. Guardate: tutto quello che è per necessità, prima o poi crolla; ciò che è libero rimane. Il Figlio ha liberamente amato il Padre, ed è rimasto, è passato dalla morte.

E perciò, vedete, è così forte questa cosa: l’adorazione vuol dire non io e il mio Gesù, ma il trionfo e la manifestazione dell’umanità ecclesiale, di un’umanità che sente che la vita di uno è legata alla vita dell’altro, e che liberamente rinuncia a sé e riconosce l’unico epicentro: l’Agnello immolato e adesso — dice il greco — ritto, in piedi sul trono, vincitore. Perché Dio gestisce il mondo a modo dell’Agnello: il comando del mondo che ha Dio non è un comando secondo la nostra logica del potere, ma secondo il modo dell’Agnello, nel segno del sacrificio di sé. E questo deve emergere nell’adorazione.

Adorazione e missione

Concludo con la citazione di Mt 28,9-10:

Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Il Risorto saluta le donne, esse lo adorano — e subito: l’adorazione e la missione. La missione di andare a preparare l’incontro. Dove? In Galilea, che è l’immagine della vita quotidiana, della quotidianità, di ciò che l’uomo vive ogni giorno: lì lo incontreremo risorto.

Che cosa abbiamo detto dell’eucaristia? Questo è l’adorazione: vuol dire vivere, percepirsi parte di questa missione. Andate e annunciate che nella vita quotidiana si prepara lo scenario della risurrezione, perché — l’abbiamo spiegato all’inizio — dalla vita quotidiana viene l’offerta del pane e del vino, che diventano il corpo e il sangue. Vedete: tutto rientra in questo straordinario disegno della salvezza, dove veramente i cieli nuovi e la terra nuova sono questa umanità risorta di Cristo Gesù.

Grazie.

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