Come cresce la speranza


Da Rm 5: tribolazione, pazienza e virtù provata. Provvidenza, promesse ricevute ed esempi dei santi alimentano la speranza

Arrivati alla quinta tappa del nostro viaggio, dobbiamo entrare in una dimensione più dinamica, ovverosia vedere come cresce la speranza. Cioè, la speranza è il punto di arrivo di un cammino. Quale cammino? Quando abbiamo parlato della speranza che non delude, stavamo citando un passaggio della Lettera ai Romani di san Paolo, e questa speranza che non delude risulta, in quel testo, come la conseguenza di un processo, di un cammino, di un sentiero.

Vediamo un pochino di capire questo sentiero descritto da san Paolo, per ripercorrerlo insieme e capire come si addestra la speranza, come si cresce in codesta speranza, considerando appunto che noi dobbiamo fare i conti con un’opera di Dio, una virtù che è opera di Dio in noi. Dobbiamo capire come Dio opera questa cosa in noi, per metterci nelle condizioni di poter ricevere questa speranza, e vedremo che ci sono delle tappe. Ascoltiamo il testo della Lettera ai Romani, i primi cinque versetti del capitolo quinto, che dice:

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo, e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Ecco, vediamo queste tappe, queste scansioni che san Paolo fornisce descrivendo questa speranza che non delude, che è lo stesso amore di Dio versato nei nostri cuori. Allora vediamo un pochino. Qui si parla di tribolazione che produce pazienza, pazienza che produce una virtù provata — e dobbiamo capire che cosa significa — la virtù provata produce finalmente la nostra speranza che non delude.

Allora, capiamo le varie cose. Innanzitutto san Paolo parte dal vantarsi delle tribolazioni. Cos’è questa cosa di vantarsi nella tribolazione? È una cosa che ritornerà nella seconda Lettera ai Corinzi, al capitolo dodicesimo, quando Paolo racconterà di aver pregato il Signore per essere liberato da una tribolazione, e scoprirà che Dio gli risponde:

Ti basti la mia grazia: la mia potenza si manifesta pienamente nella tua debolezza.

E allora lui risponde:

Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Ecco, si vanterà delle debolezze, e userà questo termine, appunto, la tribolazione, in questo testo. E dobbiamo capire cosa significa, che cos’è questa tribolazione. La parola è thlipsis, che viene dal verbo thlibo, che indica essere sotto pressione, premere qualcuno, la pressione, essere alle strettezze, diciamo così, o in italiano essere in difficoltà, essere messi allo stretto. Produce la pazienza: la pazienza è, con il termine greco, hypomoné, che vuol dire stare sotto — hypo-meno, stare sotto qualcosa.

Cosa vuol dire questo? Che quando si resta in una tribolazione si impara a stare, si impara a non scappare. Cioè, il primo passo per arrivare alla speranza è approfittare delle tribolazioni, dei problemi della vita, per imparare a stare, a non scappare, perché questo stare produrrà qualcos’altro. Allora vediamo che la cosa è accogliere l’opera di Dio che passa attraverso i problemi della vita, attraverso le tribolazioni, attraverso i momenti di difficoltà, attraverso le prove, le condizioni difficili, le difficoltà per l’appunto, perché queste difficoltà producono questa pazienza, cioè questa capacità di patire. Questo è il termine italiano: pazienza, che viene da patisco. Non è così in greco, ma è interessante questa radice etimologica italiana.

Perché l’aver patito produce un’esperienza, che è quella di saper stare lì dove uno non dovrebbe stare, cioè stare in una cosa scomoda da cui, oggi come oggi, la nostra cultura edonistica non sa stare. Certamente, se una persona non affronta mai un problema, se una persona non si misura mai con la durezza della vita, non ha imparato a stare, a non scappare.

Sappiamo che noi abbiamo degli impulsi animali interiori, che sono quelli di attaccare o scappare, e l’istinto di fuggire è fortissimo in noi, tanto è vero che motiva una logica di potenza attiva, di corsa, di sottrazione. Ecco, la parola phobos, paura in greco, sarebbe collegata al movimento, alla fuga, alla capacità di correre: ecco il dio della corsa, il dio Phobos in greco.

E quindi, conseguentemente, il saper non correre, non scappare, saper sottostare alle tribolazioni è un frutto di queste stesse tribolazioni. C’è qualcosa da imparare nelle tribolazioni: quando arrivano le tribolazioni bisogna sapersi fermare e dire «cosa ho da imparare? Cosa mi deve insegnare la vita? Come mi deve forgiare questo problema che sto affrontando, questo dolore, questa umiliazione, questa malattia, questa sofferenza?». Ecco, c’è sempre qualcosa che va cercando la storia nel nostro cuore, una maturazione che va cercando, e il primo punto è stare lì.

La pazienza produce una virtù provata. Ecco, questo è un passaggio piuttosto interessante, perché normalmente questa virtù provata — noi abbiamo il provato — cioè non è proprio chiarissimo. Questo termine che viene usato qui da san Paolo viene dal verbo dechomai, che vuol dire accettare, provare, sperimentare. E allora la pazienza, cioè l’essere stati dentro una tribolazione, produce una cosa che potremmo dire il probatus, come si diceva di un esame provato, cioè superato — perché provato, non provato: i reprobi erano quelli che non superavano la prova.

Ecco, l’aver fatto esperienza — e questa è l’esperire, cioè la pazienza, l’essere stati lì — produce l’esperienza, l’aver provato. E la virtù provata la speranza: ed ecco qui che arriva la nostra speranza come frutto di un’esperienza fatta, cioè la prospettiva, la visione della vita che viene da chi ha fatto esperienza della tribolazione e in questa depurazione è saputo stare, fino a lasciarsi insegnare ciò che ha provato, l’aver provato.

Quando si visita un malato, bisogna ricorrere a tutta la propria esperienza di dolore, per capire quello che quel povero malato sta passando; e parlare teoricamente a un malato vuol dire torturarlo con astrazioni o catechesi inutili e infruttuose. Mentre la compassione che viene dall’aver patito qualcosa di analogo, o qualcosa di ugualmente duro, ugualmente amaro, ugualmente doloroso anche se diverso — ecco, quello dà un’esperienza. E questa esperienza aiuta: quando si è malati, per esempio, ricevere da un altro malato un’indicazione:

Guarda, ci sono passato anch’io; poi passa, questo momento è il momento più duro, però guarda, vedrai che poi viene un altro momento.

O quando si riceve da un altro malato l’indicazione «guarda, è un momento che è normale», o dal medico «è normale adesso stare così, vedrai che poi…»: già questa parola, che viene dall’esperienza, viene dall’essere dentro una logica di conoscenza di quello che uno sta passando, questo già produce speranza, già produce serenità, già produce una prospettiva. So che questa cosa finirà, so che questo è normale — perché quando soffriamo ci sembra di passare qualcosa di unico, di inspiegabile, di assurdo, di inaccettabile.

Se poi diventiamo ossessivi e stiamo lì che pensiamo al dolore, pensiamo al dolore, aumentiamo il dolore enormemente; mentre qualcuno che ci sta accanto ci dice:

Fermati, non ti ossessionare. Aspetta, aspetta un momento: passerà, questa cosa passerà. Ho provato anch’io questo.

Come quando, dopo un’operazione, ci viene detto:

Guarda, il secondo giorno, quando finisce l’effetto dell’anestesia, è il momento peggiore, per cui non ti disperare, non ti preoccupare.

Questa, come diceva De Filippo, «ha da passà ’a nuttata»: cioè c’è qualche cosa che va oltre. Io so che arriverà il sole, quella notte che aspetta l’alba — e l’alba arriva, e l’alba poi arriva. Passa il dolore di quel momento, e uno ha fatto un’esperienza e potrà saper dire a qualcun altro questa stessa cosa.

Così nell’esperienza matrimoniale: avere accanto altri sposi saggi, che sanno, hanno provato le stesse tribolazioni, sono rimasti dentro i problemi che si affrontano in una coppia e hanno provato che a un dato momento arriva un’altra prospettiva, a un momento arriva una maturazione. Per questo è tanto importante parlare con persone sagge: la saggezza è questa virtù provata, questa prospettiva che viene dall’esperienza, questo guardare la vita sapendo per esperienza che le cose poi si sgranano, si risolvono, si sbloccano.

Aver fatto esperienza della Pasqua — che è una tribolazione, che è una sofferenza, che è una croce — e sapere come termina la Pasqua dà una prospettiva, fino a sapere che una malattia è un viaggio di cui conosciamo solo la partenza: non sappiamo dove Dio ci vuole portare, e generalmente è sempre a qualcosa di sano, di bello, di importante.

Oltre c’è un altro elemento, che è la cosa più importante. Se io so di un’esperienza, e ascolto e ricevo da qualcuno l’esperienza che la tribolazione produce la pazienza, e la pazienza una virtù provata, e la virtù provata porta la speranza che non delude, ecco: io so di essere dentro un protocollo, un protocollo esistenziale che Dio mette in atto, e di cui Paolo è esperto perché l’ha passato anche lui, come sappiamo dalla seconda Lettera ai Corinzi al capitolo dodicesimo che abbiamo prima citato. Lui sperimenta la potenza di Dio nelle sue afflizioni, nelle sue debolezze, nelle sue malattie, nelle sue sofferenze patite per Cristo: «quando sono debole, è allora che sono forte».

È questo il punto: cioè sapere che c’è una pedagogia di Dio che porta la speranza, e passa curiosamente per le cose che noi non capiamo, e passa per le cose che ci sembrano sbagliate, assurde, inaccettabili e insostenibili.

Possiamo cogliere l’occasione di questa riflessione sui primi cinque versetti del capitolo quinto della Lettera ai Romani di san Paolo per ribadire qualcosa già ampiamente detto in queste trasmissioni: la speranza non è un antidoto al dolore, non è una cosa che ci ripara dal dolore, o è una fuga, quasi un’alienazione dal dolore; ma anzi ci dà di valorizzare il dolore, ci dà di crescere nel dolore, ci dà di saper approfittare dei momenti difficili della vita per crescere e arrivare a qualcosa di non deludente, qualcosa di provato, qualcosa di sperimentato, come abbiamo abbondantemente detto. Ecco, questo è un punto fondamentale per capire qual è la fucina della speranza, quella officina dove si lavora e si cresce nella speranza.

Continuando nel nostro viaggio, che mostra la speranza che non delude al termine di un percorso — c’è un sentiero che porta ad essa, lo abbiamo visto dipanato nella Lettera ai Romani, nel capitolo quinto, nei primi versetti — dobbiamo continuare a parlare di come la speranza cresce. Come si alimenta? Lo dobbiamo ricordare, è una cosa che va bene: lo disse in maniera splendida Benedetto XVI, che la fede cresce professandola. Anche la speranza cresce professandola: professando la speranza abbiamo motivi per sperare. Dobbiamo coltivare questi motivi, che in noi sono la radice, il canale della speranza che cresce.

Ecco, dobbiamo considerare che appunto questi motivi si alimentano attraverso tre canali principali. Uno è l’esperienza della Provvidenza; il secondo è il ricordo delle promesse ricevute; il terzo sono gli esempi di speranza ricevuti dagli altri, dai fratelli, dai maestri della fede che abbiamo avuto. Ecco, vediamo un po’ di capirli in questa seconda parte della trasmissione.

La prima cosa che alimenta la speranza è l’esperienza della Provvidenza. Ciò che combatte contro lo spegnimento della speranza è ricordare sempre quando Dio l’abbiamo visto all’opera nella nostra vita, quando la Provvidenza ci ha salvato, la Provvidenza ci ha guidato, quando abbiamo dovuto aprire gli occhi per renderci conto che qualcosa che ci sembrava un errore nella nostra vita non era un errore proprio per niente, era una strada di grazia. Molte volte nella vita ci sembra di stare per una strada storta e poi scopriamo che è dritta, che ci porta dove ci doveva portare; tante volte la sorpresa che la vita ci sa fare è quella di essere molto più saggia, molto più sapiente.

Questa si chiama Provvidenza: Dio provvede, ha provveduto a noi, ci ha chiamato a delle cose, ci ha dato le armi per combattere le battaglie a cui ci chiamava, ci ha dato gli strumenti che ci servivano per vivere le cose che abbiamo vissuto. Quindi dobbiamo assolutamente fare sempre memoria dell’esperienza della speranza che va a compimento, realtà che Dio si manifesta a noi nella nostra storia; e nella nostra storia ci sono esperienze di grazia, di generosità, di Provvidenza.

Il secondo punto è ricordare sempre le promesse ricevute, cioè avere sempre davanti ai nostri occhi spirituali che ci sono delle cose in cui Dio si è impegnato con noi, facendoci una promessa. La prima cosa sono i sacramenti. Il nostro battesimo ci ha concesso, da parte di Dio, una serie di promesse: una vittoria sul maligno che è insita nel rito del battesimo, e il dono della fede, che è una cosa che nel battesimo si chiede e si ottiene piano piano, la dimensione profetica, sacerdotale, regale collegata al battesimo.

Noi non dobbiamo diventare sacerdoti, re, profeti: lo siamo, ma non sappiamo utilizzare questa realtà, non sfruttiamo il potere della promessa ricevuta di poter vivere questa nostra dimensione. Molto spesso noi viviamo come quelle persone a cui si regala un libro molto bello, ma che non lo aprono, e quindi è come se non glielo avessero regalato; poi quando però lo aprono e si mettono a leggerlo si rendono conto di quale regalo gli è stato fatto. Ci sono libri che hanno stazionato sul nostro comodino anche due anni prima di essere letti finalmente, ma quando li abbiamo letti, che piacere, che gioia, che ricchezza! E così sono le promesse ricevute nel battesimo, e così sono tutti i sacramenti.

Ripercorrere ogni tanto qualcosa che Dio ci ha consegnato: il sacramento della confermazione, che è la conferma, che è molto più che essere il dono dello Spirito Santo — che lo è, senza ombra di dubbio — ma è la conferma del battesimo, è il compimento dell’iniziazione. Noi abbiamo bisogno di conferme, in una generazione come questa dove ci si sente delegittimati, privi di conferma: un’ansia da insufficienza che permea moltissimo i giovani e che porta a dover aver bisogno di compensazioni e conferme continue. La conferma del sacramento della confermazione è molto seria: ci è stato confermato di essere di Cristo. Se mi ricordo di chi sono, se mi ricordo chi è il mio vero Signore, io sono libero dalle signorie insulse di questo mondo.

E quindi compare la terza dimensione. Come si alimenta la speranza? Vedendo esempi di speranza, guardando a coloro che ci sono posti anche come esempio dalla Chiesa, guardando le vite dei santi. Certamente leggere le vite dei santi, o comprendere, meditare le vite dei santi, ci permette di alimentare la nostra speranza: sono persone che molto spesso sperano contro ogni speranza, mentre un mondo intorno li deride, magari, o non li ha capiti. Ecco, noi vediamo in loro un’opera di Dio, e vediamo portare a compimento il bene che è nato nel loro cuore.

Ricordiamo una cosa, perché è importante alimentare la speranza in tutto questo modo: con l’esperienza della Provvidenza, con la memoria delle promesse ricevute, con gli esempi che sono davanti a noi. Sono gli esempi visti anche nelle persone care che ci hanno insegnato la fede, ci hanno insegnato la speranza — magari dei nonni, magari dei genitori, magari dei parenti in cui abbiamo visto, degli amici in cui abbiamo visto un modo totalmente diverso di porsi di fronte al futuro: un modo fiducioso, aperto, che va a buon fine, che porta a vivere bene oggi soprattutto, e che illumina tutto con una certezza, che è una certezza di bene, la certezza di Provvidenza.

Ecco, dobbiamo ricordare qual è la natura della speranza. Lo abbiamo detto un po’ all’inizio della nostra avventura, nella prima trasmissione: la speranza è una parte della ragione che viene illuminata da un orientamento buono, e la volontà che viene ispirata bene dalla ragione, per l’esattezza. Vale a dire che inizio a desiderare, a volere, a orientarmi a qualcosa che è ben fondato, e quindi è qualcosa che razionalmente va assimilato. La speranza non è un lancio nel vuoto, è un’apertura all’opera di un altro, è l’apertura a qualche cosa che vale la pena di sperare, vale la pena di considerare; quindi si alimenta razionalmente, si alimenta considerando le ragioni della speranza.

Rendere ragione della speranza che è in noi è qualcosa che ci è detto dalle Scritture, con una chiamata che noi dobbiamo sempre avere presente: ho motivi per sperare nel bene, ho motivi per sperare nel cielo, ho esperienza del cielo che mi consente di credere che sto andando verso il cielo. Non dimentichiamo una dimensione anche oggettiva: il credo che noi professiamo, il simbolo della fede, ha varie articolazioni — per esempio il battesimo si professa, «professo un solo battesimo».

È interessante che tutti gli articoli si credono, tranne gli ultimi due: «aspetto la risurrezione dei morti, la vita del mondo che verrà». Si crede in Dio, si crede nel Figlio, si crede nello Spirito, si crede la Chiesa, si crede nel perdono dei peccati, del battesimo, che si professa per l’appunto; ma si aspetta la risurrezione della carne, la vita del mondo che verrà: qualcosa che si aspetta. Aspettare qualcosa è un po’ diverso dallo sperare mediamente inteso: una donna che spera di avere un bambino è diversa da una donna che aspetta un bambino.

C’è qualcosa di gravido in questo tipo di speranza: noi aspettiamo la risurrezione della carne, la vita del mondo che verrà, cioè il nostro corpo è orientato alla risurrezione, il nostro corpo è qualcosa di compatibile con il cielo, compatibile con il paradiso; e c’è una vita, la vita eterna del mondo che verrà, la vita piena, il compimento della vita, che è l’opera di Cristo, la volontà del Padre: vita, vita eterna. Dice appunto il Vangelo di Giovanni: «la volontà del Padre mio è che abbia la vita eterna». Ecco, queste cose richiedono una riflessione, richiedono una meditazione. Si cresce nella speranza continuando a coltivare i motivi della propria speranza, i motivi della volontà che si orienta a una cosa buona che è davanti a noi.

Vorrei terminare questa puntata ricordando un altro aspetto rispetto a tutto quello che abbiamo detto. La virtù della speranza resta comunque virtù, se anche teologale: cioè, se è dono di Dio e se c’è la grazia — che abbiamo ampiamente ricordato in tutto quello che abbiamo detto — è comunque virtù, cioè va esercitata, richiede un’apertura, senza ombra di dubbio, un’apertura razionalmente esercitata, un’apertura a vedere il bene.

Perché possiamo chiuderci, e anche tutte queste cose che abbiamo detto — l’esperienza della Provvidenza, le promesse ricevute, gli esempi ricevuti — se uno vuole chiudere gli occhi, non vuole vedere, non li vede; se uno non apre gli occhi per vedere il bene della propria storia, se anche dalle storie più tristi, più dolorose che noi possiamo aver vissuto non ne vediamo la potenzialità, non ci apriamo a poter comprendere che tutto è grazia, che tutto può essere letto in maniera costruttiva. Ecco, noi logicamente, se diciamo un no interiore a tutto questo, tutto questo non serve a niente, tutto questo è una pura teoria che ci scivola addosso.

E invece qui si tratta di aprirsi a questa dimensione costruttiva, che è necessaria. Cioè, a un dato momento bisogna dire con il cuore: «voglio cercare il bene», cioè mi voglio aprire al bene della vita, perché se uno vuole piangersi addosso si può piangere addosso per tutta l’esistenza. Ma se uno si è un po’ stufato di piangersi addosso, se uno finalmente si apre alla dimensione costruttiva, ebbene deve un po’ combattere contro questi no interiori, questi rifiuti, questa autocommiserazione sempre latente che uccide, spegne la speranza.

Quindi è chiaro che si tratta qui di operare un’apertura, un esercizio che non può essere fatto se non da noi, cioè nessuno lo può fare al posto nostro. Questa è una porta che va aperta solo all’interno: la porta della speranza è una porta che bisogna saper aprire nel proprio cuore, la porta della costruttività, della prospettiva bella con cui leggere tutta la vita, tutto il passato, tutte le condizioni vissute. E questa è una cosa che non può essere imposta dall’esterno, e non è una convinzione, un’idea, che ce la può dare, ma un’apertura, un desiderio di vita che è collegato a quella vitalità naturale che noi abbiamo dentro, a quell’appetito di vita che noi non possiamo non avere dentro di noi, la fame d’aria che abbiamo sperimentato magari in certi momenti di malattia, questa fame di bellezza, di allegria, di gioia, che apre a voler vedere, a potersi confrontare con la dimensione appunto costruttiva di tutta la vita. Senza questa apertura, tutti i discorsi che stiamo facendo in queste trasmissioni non servono a niente, evidentemente.

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