La disperazione e la sua utilità


Accidia, lussuria e presunzione spengono la speranza; il crollo delle false speranze è un’occasione, non una disgrazia

Eccoci alla terza puntata del nostro viaggio nella speranza, distinguendola dalle altre speranze. Dopo le prime due puntate, in cui ci siamo dedicati un po’ a togliere dal campo un po’ di malintesi, ora dobbiamo parlare della disperazione e della sua origine. Ma per parlare della disperazione e della sua origine è bene capire l’origine della stessa speranza, perché logicamente si tratterà del processo inverso, del negativo del processo della speranza.

Dobbiamo dire a priori una cosa. La disperazione è una cosa negativa? Non sempre. Certe volte la disperazione è una salvezza, perché quando si è lanciati in una speranza senza fondamento la disperazione è il momento della verità e anche della salvezza. Quindi il problema è il fondamento della speranza e la sua cura: la speranza su cosa si può basare? Cioè, io spero questo, quello — su quale base?

Dopo aver parlato un pochino del fatto che la nostra speranza è una speranza fondamentalmente escatologica — non è una speranza mondana da quattro soldi, rivolta a cose piccole, ma alla più grande delle cose, al regno dei cieli — ecco, ma su che cosa noi possiamo basare l’aspettativa del compimento di una speranza?

Ecco, l’unica base di una speranza autentica è una promessa fatta da Dio: cioè noi possiamo sperare qualcosa se qualcosa ci è stato promesso. Se qualcosa non ci è mai stato promesso, non possiamo pretendere che vada a compiersi questa cosa qui. Cioè, quando noi abbiamo perso la speranza — ed è qui che parliamo della disperazione — non è perché ci stanno le cose particolarmente avverse che ci mettono alla prova, ma perché queste cose trovano in noi un vuoto: l’oblio del fondamento della nostra speranza.

Infatti la speranza non è un’attitudine sfusa, così, come una qualità del carattere o cose simili. La speranza è basata su una storia vissuta con Dio, cioè la speranza è basata su una promessa ricevuta da Dio: un fatto storico e un evento esistenzialmente rilevante che ci ha dato una speranza, che ha fondato una traiettoria orientata a quella cosa che ci è stata promessa da Dio. Il popolo ebraico aspettava il Messia, ma il Messia era stato profetizzato, era stato annunziato. E così Gesù è il compimento delle promesse, e così la nostra vita è il compimento delle promesse nascoste nel nostro battesimo.

Come pretendere che ci sia speranza in questa generazione che ha dimenticato le promesse del proprio battesimo? Dio ha promesso delle cose, ma queste cose non sono interessanti per questa generazione. Noi siamo nel tempo del dominio, della supremazia del comfort come ideale fondamentale della vita umana: il comfort, il benessere. E la scienza sembra essere la grande grazia salvifica che permette di arrivare al benessere, di arrivare alla salute, che sembra tutto ciò che dobbiamo sperare in questa vita.

Ma in questo tempo in cui la tecnologia sembra risolvere tutto e sembra portarci ad avere benessere, salute, forza, la domanda è: con un corpo sano, perfettamente funzionante, una salute, un equilibrio perfetto, che ci faremo? A cosa serve avere una macchina perfetta se non sappiamo dove andare? A cosa ci serve avere un corpo se non sappiamo come usarlo, a cosa finalizzarlo? E questo corpo, peraltro, prima o poi lo dovremo lasciare, perché non potremo morire in buona salute.

A un dato momento questa vita ha un termine, e se non c’è qualcosa che va oltre quel termine, tutto ciò che facciamo è destinato al fallimento, è destinato alla fine, destinato alla dissoluzione. Allora ben poca cosa è una speranza di questo genere. Ed è per questo che siamo disperati: perché tutte queste cose non possono che deluderci, non possono che svuotarci.

Questo è un tempo in cui la gente ha una sindrome da delusione molto forte, una sindrome da diritto non rispettato, da frustrazione, perché abbiamo delle aspettative sulla vita che sono irreali, che sono completamente estranee alla verità, che consiste nell’amore, che consiste nella relazione d’amore con il prossimo, nel bene comune e tutte queste cose qua, che però sono sempre e comunque orientate a qualcosa di più grande che non questo mondo.

Allora l’origine della disperazione è un fondamento inconsistente per la speranza; quindi si va nella disperazione. Cioè, la disperazione in questo caso è una cosa buona, perché finalmente ci siamo resi conto di aspettare cose stupide, di vivere di cose stupide. Non possiamo dimenticare che tante volte proprio le seconde generazioni, di coloro che si sono spesi più alacremente per il benessere dei propri figli, rinunciano, rifiutano, rinnegano il benessere che i genitori con tanta fatica hanno offerto loro.

Non possiamo dimenticare la generazione del ’68, che era figlia del boom: cioè avevamo il boom economico, e questo si è risolto in questo nuovo benessere, questa condizione inaudita nella storia. Se noi pensiamo in termini di oggi, noi pensiamo che quel tempo era ancora molto molto primordiale dal punto di vista del benessere, ma se noi pensiamo al dopoguerra e a ciò che ne seguì, la fine degli anni Sessanta era un’esplosione di benessere.

Ebbene, quella fu la generazione di coloro che ebbero più furia iconoclasta, più distruttività, più rifiuto del modello paterno e materno, più antagonismo con il mondo del benessere: era la generazione ribelle degli hippy, di tutte queste persone qui, che poi si sono risolte in antagonismi fortissimi, e questo qua piano piano ha portato lentamente al tempo del terrorismo e a tutto quello che è stato il mondo distruttivo del rifiuto dei valori della generazione precedente.

Ecco, quella disperazione aveva del buono dentro di sé. Quel rifiuto aveva del buono dentro di sé, perché aveva il senso di una relativizzazione inaudita per la generazione del dopoguerra, ma giustificabile per una generazione posteriore. Ecco, allora la disperazione di oggi è basata su una pretesa esagerata sulla nostra vita.

La domanda che potremmo farci: ma com’è successo che la speranza sia diventata così pusillanime, così piccola? Questo è motivato da un fatto: nella fisica ordinaria e nella spiritualità non esiste il vuoto, cioè il vuoto viene sempre riempito immediatamente da qualcos’altro. Se noi perdiamo la speranza grande, entrano le speranze piccole. Se abbiamo smarrito, in una tronfia autoesaltazione della scienza in epoca post-positivista, la nostra radice di salvezza — che è etero-salvezza, che viene data da qualcun altro, da qualcuno che ci ama, da qualcuno che ci ha creato — se noi siamo semplicemente la spiegazione della nostra vita, ecco che perdiamo la speranza, perdiamo la radice della nostra speranza, ed è tutta solamente basata in noi, e questo fonda l’angoscia.

Il grande male di questo tempo è la depressione, ma questa è fondata su un’angoscia enorme, e questa angoscia è la mancanza di radice, la mancanza di origine. Perché io debbo sperare qualcosa di buono nel mio futuro, se lo devo costruire tutto da solo e se solamente ciò che è orizzontale spiega la mia vita? Conseguentemente mi guardo intorno, vedo tanta fragilità, vedo tanta cattiveria o quello che sia, e conseguentemente mi dispero.

Allora, avendo dimenticato la nostra radice nobile, il nostro essere chiamati a essere figli di Dio, il nostro potenziale straordinario di eternità, ecco che siamo scivolati in qualche cosa che ora ci delude, e quindi ora siamo depressi. Ora siamo sgonfi, ora non ce la facciamo ad andare avanti, perché ci aspettavamo cose sbagliate: come se tutto il tempo si illudesse un bambino che ci sarà una festa, ma poi non si prepara nessuna festa; viene il giorno della festa, e il bambino sarà delusissimo, non perché quel giorno è negativo in sé, ma perché aspettava altro.

Ecco, se noi continuiamo a correre su cose che poi non arriveranno, noi siamo disperati e siamo angosciati. Siamo in un senso di vicolo cieco: la nostra vita non porta da nessuna parte.

Allora, quali sono i peccati contro la speranza, quella vera? Innanzitutto, ovviamente, la disperazione, di cui stiamo parlando già da vario tempo in questa puntata. Poi altri, che nella tradizione abbiamo riconosciuto come gli agenti che cancellano l’origine della speranza in noi e la spengono.

Innanzitutto la tradizione spirituale riconosce il motivo della perdita della speranza nell’accidia. Questo lo abbiamo già ampiamente spiegato nella puntata precedente: la speranza non è un fuoco del cuoricino, un rimestamento interiore di qualche genere, è un’attività. Io agisco secondo speranza, io costruisco le cose, do spazio alle cose che possono mettere in piedi la speranza. Ecco, quindi il non lavorare sulla speranza, l’accidia, cioè la mancanza di attività, cioè lo stare ad aspettare che succeda qualcosa dall’esterno senza coinvolgersi, senza valorizzare la situazione che può portare alla realizzazione di ciò che speriamo, uccide la speranza, perché la rende vana.

La seconda radice che la tradizione spirituale riconosce come motivo di disperazione è la lussuria. E che c’entra adesso la lussuria? La lussuria è un’attività di degenerazione del proprio io affettivo, che porta a una perdita del senso della propria dignità e della propria nobiltà. E allora non ci si aspetta più niente di bello quando si è abituati al brutto, quando si è abituati alla cosificazione della lussuria: si diventa cose, si diventa solamente corpi, e allora non c’è niente di trascendente, non c’è niente altro, non c’è più segreto nella storia, perché tutto è profanato, tutto è banalizzato.

Ecco, l’ultima attitudine che distrugge la speranza è la presunzione, che ha due versanti. La prima cosa è che tutto ciò che noi desideriamo lo potremmo raggiungere con le nostre forze. No: nel nostro cuore ci sono desideri che non possono essere realizzati da noi, e che ci chiamano alla fede nella Provvidenza, all’apertura a qualcosa di più grande. L’idea di vivere delle proprie forze, come già spiegato nella prima parte di questa trasmissione, ci porta alla disperazione, perché se tutto si spiega orizzontalmente, tutto è semplicemente opera delle nostre mani, allora sappiamo già dove andiamo a finire, sappiamo già quello che potremmo fare.

Basta guardarci un pochino in radiografia, basta fare le analisi del sangue e scopriamo quanto siamo limitati. Basta misurarci un po’, vedere la nostra apertura alare, e restare così in un mondo piccolo, in un mondo largo quanto noi, intelligente quanto noi, sorprendente quanto possiamo noi sorprendere noi stessi: cioè per nulla.

Ecco, l’altra radice della perdita della speranza è la pretesa di salvarsi senza merito. È un’antica forma, questa dicitura, per cui è la pretesa di ottenere ciò che la nostra fede ci promette senza convertirci a quelle cose. Così come in questo tempo, per esempio, di Giubileo, pretendere di fare gli atti del Giubileo senza conversione, senza distacco dal peccato, non ci servirà a niente: potremo passare tutte le porte di questo mondo, ma tanto restiamo esattamente identici a prima. Quando si indicono le giornate di Giubileo per questa o per quell’altra categoria, si indice un percorso di conversione, di allontanamento dal peccato, per rientrare attraverso il segno della porta, rientrare nella comunione ecclesiale, nel corpo di Cristo, nella comunione sacramentale.

Ecco, questo è ciò che fa perdere la speranza: se io spero che questa cosa mi caschi addosso in maniera burocratica, senza che il mio cuore venga in certo senso messo in discussione, trafitto dalla selezione che una speranza grande fa di me, delle mie aspirazioni, delle mie attitudini — ecco che io perdo la speranza, perché non ha più senso, perché non ha radici in me, perché non la assimilo, perché non la capisco, non la comprendo, non so più perché dovrei fare questo o quello.

È un po’ la realtà della perdita della fede, cioè questa realtà di una generazione che non è più interessata al cristianesimo. Ma perché è una generazione a cui forse abbiamo annunziato un po’ troppo facilmente l’amore di Dio: c’era il grande teologo protestante che parlava della grazia a basso prezzo, cioè della vita nuova senza perdere la vita vecchia. Non ha senso: non c’è vita nuova senza perdita della vita vecchia, non c’è vita di grazia senza la morte dell’uomo vecchio, va da sé.

Allora queste radici della disperazione fanno capire come la disperazione diventi un segnale, il segnale che qualcosa è stato gestito male; quindi la disperazione torna a essere una spia d’allarme per iniziare un percorso, per aprirsi a qualcosa che dobbiamo recuperare. Logicamente l’argomento successivo dovrà essere quello di come nasce la speranza in noi, e anche come rinasce la speranza in noi: di questo ci occuperemo nella prossima puntata. Ma per quel che riguarda la nostra tematica di oggi, la disperazione ha tutte queste origini di cui abbiamo parlato, e va sfruttata.

La disperazione è la radice della preghiera. Cioè, in noi c’è sempre qualcosa di angosciato, c’è sempre qualcosa di irrisolto. Il nostro essere creature ci porterà sempre un’incompletezza, che può sfociare nella disperazione; ci porterà sempre in un’instabilità, in un’inquietudine, che può sfociare nella crescita, nella maturità. Ed è questo il punto: non si tratta di eliminare, distruggere, odiare la disperazione per se stessa, ma di saperla sfruttare, saperla prendere come un punto di partenza buono.

Facciamo l’esempio di questa generazione di giovani molto fragili, molto molto vulnerabili. Non è una generazione maledetta, tutt’altro: è una generazione potenzialmente straordinaria, perché ai poveri si annunzia il regno dei cieli. Ha un senso quel che ha detto Gesù Cristo:

Beati i poveri, perché di essi è il regno dei cieli.

Questa è una generazione di giovani poveri, svuotati, disperati. Ecco, questi possono accogliere il Vangelo meglio di altri, forse meglio della ribelle generazione precedente, quella appunto post-sessantottina, quella che si è risolta in distruttività fine a se stessa e in un’arte vuota, senza senso, che è l’arte del Novecento: un’arte così, semplicemente angosciata, ma senza speranza, senza nessuna prospettiva. Ecco, annunziare la prospettiva a questa generazione fragile è molto più facile e proficuo di quanto possiamo pensare. Quindi sotto tutti i punti di vista possiamo rimarcare che la disperazione è un’occasione, non una disgrazia: è un momento di verità molto più che un momento di perdita.

Ricapitoliamo. La disperazione non è solamente negativa. Cioè, è sicuramente un momento duro, ma è un momento di verità: è il momento del crollo delle false speranze, delle speranze senza fondamento.

Conseguentemente possiamo porre la disperazione come una grazia, come un dono di verità che ci fa la vita. Ma si può vanificare questo dono, e molto spesso la tortura della disperazione è collegata a questa mancanza di saggezza, a questo spreco. Nel momento della disperazione, di cosa stiamo parlando? Ecco: dell’aspetto cattivo della costanza o della perseveranza.

La perseveranza non è solamente un dono; la perseveranza rientra in un detto celebre:

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Cioè, perseverare sarebbe un atto diabolico? Perché? Perché stiamo parlando della rigidezza di pensiero, della mancanza di plasticità, del ripensarsi, di interrompere il nostro delirio. Ci si affeziona alle false speranze e si diventa rabbiosi difensori di una posizione dimostrata dai fatti completamente falsa.

Si è ciechi di fronte ai risultati miseri delle nostre aspettative e si continua testardamente a sbattere contro il muro della realtà senza mettere in discussione il proprio pensiero, ma mettendo in discussione la realtà: e questo è un atto stolto, che non porta da nessuna parte. È chiaro che la prima cosa che deve succedere per poter accogliere la speranza che non delude, quella che porta dritti e filati al regno dei cieli, è essere liberati dalle speranze false, dalle aspettative inconsistenti.

Cosa molto difficile da fare, perché implica un mettersi in discussione radicalmente: perché tutto il nostro agire è sempre orientato a qualcosa che speriamo, a qualche meta, a qualcosa verso cui andiamo. Mettere in discussione la meta vuol dire mettere in discussione tutto, e anche forse dover ammettere di essere stati ingannati nel passato, di aver agito secondo una linea di tenebre e non di luce.

Questo molto spesso non sappiamo farlo: a livelli personali, a livelli anche comunitari, a livelli anche sociali. Riconoscere di essere andati nella direzione sbagliata, riconoscere di aver posto la propria speranza in qualcosa di inconsistente implica molta umiltà, implica molta disposizione a mettersi in discussione, questa plasticità del nostro cuore che diventa appunto flessibilità, e che ci porta ad avere la necessità di interrompere la nostra traiettoria.

Cioè, non ci sarà speranza autentica senza crollo e sofferenza per le speranze false. Quindi la disperazione, alla fine di questa trasmissione, si pone davanti a noi come un dono — ripeto, come un’occasione. Ma questa occasione non serve a niente se uno testardamente resta ancorato alle proprie pretese. Esistono persone che passano tutta la vita a fare la stessa domanda alla vita, a chiedere la stessa cosa, aspettandosi qualcosa che non è mai arrivato né mai arriverà.

Quando una domanda non trova risposta, non è la risposta che non c’è: è la domanda che è sbagliata. Qui è il punto: contestare la propria domanda, contestare la propria attesa è un segno di grande maturità, è un segno di grande profondità, di grande finezza di spirito. Ecco allora, in questo tempo in cui si parla tanto di speranza, è anche un tempo in cui siamo chiamati a entrare nella parte più nobile di noi stessi e fare un salto nella verità, per quanto doloroso possa essere, per quanto ci costi, magari, il crollo di una serie di ipotesi che abbiamo amato, abbiamo atteso.

E forse sono tasse sull’infanzia che ancora paghiamo, cose che ci portiamo dalle nostre delusioni infantili, dai nostri vuoti, dalle nostre carenze, e che diventano prospettive future, attese. Così si distrugge la propria vita: continuando a fare alle cose la domanda sbagliata, continuando a odiare la realtà, le persone, i rapporti, le relazioni, perché non danno quello che uno si aspetta, e non sapersi mettere in discussione e saper dire:

Non è sbagliata la persona che ho accanto, ma è sbagliata la mia domanda su di lei; la mia pretesa su di lei non mi porterà da nessuna parte.

Ecco, dobbiamo aprirci a questa prospettiva prima di affrontare il tema sacrosanto della ricostruzione della speranza, dell’uscita dal vuoto delle false speranze. Questo processo implicherà una grande umiltà e una grande flessibilità, una grande disposizione a lasciarsi mettere in discussione radicalmente.

Per questo mi sembra piuttosto noioso questo insistere sulla speranza come se fosse una cosa che parte automaticamente, e tutti quanti ce l’hanno e tutti quanti la condividono. Ma quale speranza? Ma quale prospettiva? Potrebbe essere che ci capiamo molto male quando parliamo della speranza, che capiamo molto male quello che io sto auspicando per te rispetto a quello che tu ti aspetti dalla vita.

Ecco, facciamo tabula rasa della nostra idea di futuro e lasciamocelo regalare dalla Provvidenza. Lasciamocelo spiegare dallo Spirito Santo, che è colui che insegna le cose future.

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