Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.
(Rm 4,18)
Ci accingiamo al secondo appuntamento del nostro viaggio. Un viaggio che, come abbiamo detto nella prima puntata, è soprattutto un viaggio di demistificazione. Noi abbiamo tanti concetti cristiani rovinati da una banalizzazione di origine plurima, che rende il cristianesimo abbastanza inguardabile, ma anche addirittura invivibile. Ecco, dobbiamo parlare in questa seconda puntata della speranza che non delude.
In genere noi abbiamo una serie di luoghi comuni sulla speranza, che parlano di un sentimento quasi ingenuo, che si apre al positivo della vita e poi è destinato alla delusione. Invece san Paolo parla della speranza che non delude: la speranza è stata riversata nei nostri cuori e non delude.
Perché questa speranza invece non delude, se noi pensiamo che normalmente si dicono cose banali del tipo «chi vive di speranza muore disperato», o stupidaggini simili? Ecco, perché la speranza di cui stiamo parlando non è una inclinazione di ordine antropologico, ma un dono divino. È un’inclinazione, o motivo dell’esistenza, che non è basata sulla conoscenza infallibile di un evento futuro.
Io non spero qualcosa che sono certo che accadrà perché ho una certezza quasi di fazione, di appartenenza, perché tifo per questo tipo di logica – no, le cose non stanno così. Le cose stanno in un’altra maniera: è un orizzonte di pensiero che vede tutto quello che succede sotto la potenza della misericordia e della provvidenza divina, cioè vede tutto come provvidenziale.
Per questo la speranza è un rapporto con Dio. È nella connessione, nella relazione con Dio che si percepisce la vita da figli, si percepisce la vita da persone affidate a lui e quindi certe della sua opera, certe della sua sorpresa, perché lui sorprendentemente tirerà fuori il bene da cose che anche a noi sembrano completamente ingovernabili e completamente storte.
Ecco, questa è un’origine che poi logicamente andrebbe scandagliata ulteriormente, ma su cui possiamo basarci, perché noi abbiamo questa fiducia nella sua onnipotenza, che tirerà fuori il bene da tutto. E quindi questa speranza non è un’attesa oggettiva di una cosa specifica, ma un’apertura alla potenza di Dio nelle cose, senza predeterminare quello che succederà.
Non è il dire «andrà tutto bene». Perché si può dire «andrà tutto bene», ma sulla base del fatto che ci fidiamo della generosità di Dio, per cui tutto sarà rivolto al bene; che invece tutto andrà bene secondo le nostre aspettative, questo non si può assolutamente dire.
Perché qui si tratta di avere esperienza del mistero della croce. La croce è lo strumento che Dio usa normalmente per salvarci, ed è una cosa che normalmente fa saltare per aria, frantuma le nostre aspettative, frantuma la nostra idea di vita, la nostra idea di benessere o cose simili. Quindi non andrà tutto bene: andrà tutto secondo provvidenza. Un po’ diverso.
Se noi ricordiamo il tempo della pandemia, in cui si diceva «andrà tutto bene», beh, le cose non sono andate proprio così bene. Il punto è che adesso si tratta di sapere cogliere i fili di ciò che bisogna vivere, che bisogna accogliere, su cui bisogna lavorare, perché erano seminati in quel tempo.
Tante volte, infatti, noi abbiamo un’idea della speranza comunque come di una realtà passiva, ed è questa forse la cosa più importante che dobbiamo dire. Noi pensiamo alla speranza come a un’attitudine di attesa, così, a mani aperte, stare davanti alla realtà aspettando che arrivi qualcosa. Ecco, questa non è la speranza. Questa è un’apertura, e la speranza certamente è un’apertura, ma non basta.
La speranza è un’attività, è un atto, è un’azione, ovverosia sperare implica il fatto di lavorare su ciò che speriamo. Cioè non lasciare le cose allo stato brado, ma iniziare a stare nelle cose che speriamo. Sperare non è attendere che accada qualcosa, ma lavorare, in un certo senso, lavorare in una certa chiave. Se io spero che il regno dei cieli sia mia eredità, lavoro per stare dalle parti del regno dei cieli.
Vale la pena forse di provare a spiegarci attraverso un esempio di ambito diverso. Mettiamo che ci sia una persona, un ragazzo, un giovane che sta faticando a studiare: non riesce a stare sui libri, sta in una condizione di discontinuità, non riesce ad andare avanti, non riesce a preparare gli esami. E allora cosa fa? Chiede il dono della perseveranza nello studio. Come funziona questa richiesta?
Io chiedo la perseveranza nello studio, faccio un triduo di richiesta, faccio una preghiera, non so, sto in ginocchio sui ceci per chiedere la perseveranza nello studio. Poi mi guardo: ma io sono lo stesso di prima, la perseveranza nello studio non mi è arrivata. Ciao, finito, non serve a niente. Allora, non è questo.
Chiedere la perseveranza nello studio implica che io faccia una cosa un po' strana. In primis chiedo la perseveranza; poi mi compro un barattolo di colla, lo metto sul pianale della sedia, mi siedo con tutto il peso, e apro il libro e mi costringo a stare lì tre ore. Tre ore dopo scoprirò che Dio mi ha dato il dono della perseveranza nello studio, perché mi troverò contento di essere stato lì; quasi addirittura non mi andava più di andare via, e ho scoperto che mi piace studiare.
Perché? L’ho fatto fondamentalmente perché mi sono messo nelle condizioni per ricevere il dono della perseveranza, costringendomi a stare lì dove la si poteva ricevere. Ecco, la speranza è analoga a questo risibile esempio: io spero, quindi devo vedere cosa spero — però bisogna stare attenti: noi dobbiamo fare un’analisi anche dell’oggetto della nostra speranza, cosa che abbiamo già accennato nella prima trasmissione — e poi mi metto lì, dove si spera.
Non è che io spero di guarire e quindi sto lì, aspetto che guarisco da solo. No: mi prendo le cure, seguo le cure con serietà, e poi forse guarisco, perché mi sono fidato dei medici e ho sperato che la cosa prendesse una buona piega. E allora cammino per quella piega. Io non so se l’esempio può essere sufficiente, ma il problema è che sperare nella grandezza, nella bellezza, nella vita grande implica andare per le strade della vita grande. E quindi dobbiamo capire come funziona tutto questo.
Possiamo ulteriormente basarci su un testo della lettera ai Colossesi, che dice:
Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria.
— Colossesi 3,1-4
Questo bellissimo testo lo proclamiamo il giorno di Pasqua. Parla di chi vive in conseguenza della resurrezione di Cristo, di chi spera nella vita nuova. Allora: «se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù», cioè lavorate sulle cose che riguardano Cristo risorto, sulle cose di lassù, le cose del cielo, le cose secondo il cielo, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. «Pensate a quelle cose, non a quelle della terra»: aperti alla speranza, noi concentriamo le nostre sinapsi su ciò che è secondo ciò che speriamo, e non secondo le cose che negano ciò che speriamo.
«Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio»: ecco, questo è molto importante, essere morti alle altre speranze, essere estranei alle cose contrarie a ciò che speriamo. «Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria»: ecco qui il punto, cioè stando in quella vita, quando questa vita arriverà a compimento, quando si manifesterà Cristo. È sempre così nell’esistenza: c’è il momento della verità, il momento in cui i conti diventano oggettivi, il momento in cui le cose vanno a bersaglio, i nodi vengono al pettine, e allora si manifesta ciò che abbiamo sperato, ciò che abbiamo atteso, ciò per cui abbiamo saputo orientare la nostra vita.
Ecco, quindi torniamo a considerare una cosa che appunto abbiamo detto, abbiamo accennato nella prima puntata: dove risiede la speranza? Qual è il suo luogo di esistenza, qual è il suo luogo proprio dentro di noi? Nel cuoricino? Nelle sensazioni? Nelle aspirazioni? Sembrerebbe che sia dalla parte più, come dire, agognante, più proiettiva del nostro essere. Ma invece, da quanto stiamo dicendo, si scopre che la speranza richiede la volontà, cioè si applica nella sede di ciò che noi vogliamo, di ciò che noi cerchiamo. Infatti in questo testo di Colossesi 3, «cercate le cose di lassù» è col verbo zeteîte, cioè il verbo del volere, del desiderare ciò che stiamo cercando.
Appunto, allora la speranza richiede che io ci applichi la mia volontà. Ma dobbiamo considerare una cosa importante: oggi noi siamo in una fase antropologica dove, mi si consenta di dire, abbiamo delle patologie della volontà. Noi siamo orientati a un modello umano che è molto più centrato sul piacere che non sulla volontà, sull’appagamento che non sulla volontà. Faccio le cose in quanto mi remunerano, non in quanto le voglio. E infatti è tanto difficile anche seguire i giovani nel processo del discernimento, perché non hanno chiaro cosa vogliono, non conoscono se stessi, non conoscono bene quella volitività che è necessaria per perseguire un obiettivo nella vita.
C’è la discontinuità, in un’epoca di distrazioni, in un’epoca sconcentrata come la nostra, che vive di interruzioni, vive di multitasking, di cose che si fanno in contemporanea, cose che si fanno mentre si fa altro. È l’epoca in cui si fanno incidenti perché si scrive un messaggio mentre si guida, e cose di questo genere. Non si è capaci di concentrazione, non si è capaci di stare su una cosa. Certamente la nostra volontà, la nostra tenacia è molto povera: noi siamo in un tempo di patologia della volontà, ripeto.
E allora questo è il motivo per cui perdiamo la speranza, questo è il motivo della disperazione. Capiamoci: se il nostro essere è orientato al piacere, tutto ciò che non è immediatamente remunerante viene interrotto. Infatti abbiamo un problema di discontinuità, abbiamo un problema di curva dell’attenzione ridicola, cioè non siamo capaci di seguire un discorso, leggere un libro, fare delle cose con tenacia. Ripeto, allora, se noi siamo orientati al piacere, alla remunerazione, ripetiamo, vuol dire che non possiamo volere niente, non possiamo perseguire niente se non l’immediato.
La volontà persegue. Pensiamo a tutti questi ragazzi che vogliono fare i calciatori, che vogliono diventare famosi, non so, nello sport: nessuno raggiunge i risultati se non si applica costantemente. I grandi calciatori sono feroci persecutori del loro ordine fisico, della loro disciplina addestrativa; sono persone che si addestrano costantemente per raggiungere i risultati. Questo è un esempio che viene da san Paolo, che dice:
Qualunque atleta si esercita per raggiungere un obiettivo, e fatica, e fa sacrifici per raggiungere una corona corruttibile.
Noi invece inseguiamo una corona molto più importante: la vita eterna, cioè la vita grande. Ecco, l’obiettivo è sempre meno nitido, perché non c’è l’obiettivo nel nostro orizzonte antropologico: c’è il momento, l’istante, c’è, ripeto, l’appagamento. Se l’obiettivo diventa importante, allora io inizio a sperare, cioè inizio a lavorare con la mia volontà sulle cose che spero, le cose che cerco, e Dio mi benedirà, e Dio inizierà a mandarmi le sue grazie e inizierà a farmi vedere quella che è la sua opera in me, e io raggiungerò risultati molto più grandi di quello che penso.
Questa non è una tecnica, e non è un raggiungere a tutti i costi qualcosa che uno desidera. Questo è di più, questo è vivere la vita grande, perché la vita umana è fatta di obiettivi da raggiungere, senza ombra di dubbio: non si può vivere una singola giornata senza voler raggiungere, per esempio, il bene comune o la felicità di chi abbiamo intorno, senza preparare con gioia una sorpresa per un bimbo, o cose di questo genere.
Ecco, il bene si prepara. Il bene ha una sua strada, è una via lineare che è diretta al bene, e questo è il dono della speranza. Quindi la strada è quella di iniziare a identificare il bene, iniziare a liberarsi, a sdoganarsi dal mondo dei piccoli appagamenti, per cercare il grande piacere, quello definitivo, quello ultimo, quello serio, quello completo, integrale, che è fatto di cose nobili, alte. E lavorando in quelle cose si ritrova la strada che combatte contro la disperazione.
Noi siamo appunto in un’epoca disperata, di gente che non ce la fa, di gente che si sgonfia facilmente perché cerca un appagamento immediato — anche se questa è una generalizzazione che può non essere applicabile a tutti i casi, va da sé, come ogni tipo di cosa che diciamo: sempre va relativizzata. Ma è molto importante avere chiaro il bene, il bello verso cui camminiamo.
Attiviamo quindi un antivirus logico rispetto a quanto abbiamo detto. Questa puntata verte sulla speranza che non delude, quindi è una speranza che sa lavorare contro le illusioni: la speranza che non delude è quella che non si illude, cioè è una speranza che non è fatta di cose piccole, è una speranza che non è orientata a cose illusorie, a cose marginali.
È assolutamente necessario, per vivere una vita che sia degna, essere sintonizzati su ciò che non può deludere, ciò che comunque, in ogni caso, dà un buon risultato. È come l’idea di aiutare un amico: al di là dei risultati, comunque l’atto di aiutare sarà buono, sarà gradito, sarà un atto d’amore verso questo amico. Quindi c’è quello che non delude e quello che delude.
Per questo torniamo a dire una cosa già detta nella prima trasmissione: è molto importante essere possessori del bagaglio delle proprie delusioni. Chiunque è deluso, vuol dire che prima si era illuso. Le aspettative idolatriche sono destinate al fallimento: quelle sono le speranze che deludono. La speranza che non delude è quella che non è idolatrica, è quella che è orientata a ciò che è il vero scopo della vita umana, è orientata verso l’amore.
E qui quindi siamo logicamente in quell’ambito, quello che non si può suddividere in compartimenti: le tre virtù, la fede, la speranza e la carità, sono contigue, confinano l’una con l’altra, si confondono fra di loro. Non è possibile sperare senza avere fede, non è possibile sperare veramente senza aprirsi all’amore, e l’amore non è possibile senza la speranza che lo precede, che diventa un pochino la spina dorsale dell’amore. E certamente l’amore è la cosa più importante, ma la fede e la speranza sono la struttura portante dell’amore.
Capitalizziamo un momento questo tipo di discorso: la speranza in relazione con la fede. Certamente non si può credere qualcosa che non si vuole, che non si desidera. E la speranza, come è stato detto, è la sorellina che precede fede e amore. L’amore senza la speranza non funziona, perché l’amore si applica a qualcosa, è un atto relazionale, un atto transitivo: quindi c’è qualcosa di bello, di buono, di importante, di vitale che io spero per qualcuno, e mi applico a questa cosa qui, mi dedico al bene che voglio perseguire per qualcuno che sto amando, e questo sarà l’amore fattivo. E io spero di raggiungere un risultato, e quindi mi dedico a quello che questo risultato amorevole implica.
Io spero di raggiungere un risultato per una persona a cui voglio bene, o per molte persone, o per un popolo intero a cui voglio bene, e quindi lavoro, mi dedico e amo: quello sarà l’atto dell’amore, in questa dimensione completamente pratica. Ecco, quello che è molto importante rilevare è che tutti questi discorsi hanno un aspetto pratico. Per quanto siamo costretti dalla condizione di una trasmissione radiofonica — non possono essere altro che chiacchiere, questi momenti qua —, però, per quanto teorica possa essere la cosa, qui stiamo parlando di qualcosa di molto pratico.
Ripetiamo l’assunto che la speranza è un atto. Vedo concretamente in cosa spero dal fatto che sono orientato a una cosa o a un’altra: se io spero in Dio, scelgo le cose dove Dio può operare; se io spero nella guarigione di una persona, lavoro perché questa persona guarisca, cerco le cure per questa persona; se io spero nella felicità di un bambino, cerco le cose che lo possano rendere felice; se io spero nella felicità di un coniuge, vado cercando con il mio ingegno tutte le cose che possano dare felicità al mio coniuge.
Ecco, questo vuol dire che appunto dobbiamo assolutamente sfilarci da una visione emotiva, sentimentale, sensuale della speranza: bisogna passare a una visione completamente attiva, pragmatica della speranza. Capisco cosa spero da ciò che faccio. Diceva un rabbi precedente a Gesù Cristo:
Verso l’uomo che io amo mi portano i miei piedi.
Cioè io faccio le cose, dirigo i miei piedi secondo ciò che amo veramente, ciò che desidero, ciò che mi interessa. Ecco, è lì che si mostra la speranza. Questa generazione cosa sta sperando? Ripetiamo, abbiamo detto poc’anzi: sta sperando un benessere, semplicemente il piacere, e quindi orienta tutto secondo quello. Quindi non avrà amore, avrà appagamento, perché l’amore non è condizionato dall’appagamento: ottiene un appagamento straordinario, ma è sempre sorprendente, è sempre oltre la banale, mediocre strategia del calcolo personale.
La speranza fa parte di questa attitudine nobile. Quindi speriamo, con queste cose dette in questa trasmissione, di aver un pochino frantumato l’idea della speranza come di una broda di aspettative in cui uno si culla e così starà un po’ meglio, perché non si è disperato, non si è abbattuto. Le cose non stanno così.