C'è Speranza e speranza


Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.

(Rm 4,18)

Con la presente puntata iniziamo una serie di trasmissioni per affrontare il tema di questo Giubileo, che è il tema della speranza, dell’essere pellegrini di speranza. E iniziamo facendo un pochino di chiarimenti, ponendo un pochino di punti, per aiutarci a non perderci in questo tema come in altri temi. Quello che il cristianesimo patisce oggi è soprattutto un problema di mistificazione: cioè, quello che noi abbiamo da combattere non è tanto ciò che si oppone al cristianesimo, quanto il fatto di presentare il cristianesimo in una maniera inadeguata. Cioè di aver perso la radice della bellezza del cristianesimo, per una serie di problemi esterni e interni alla vita cristiana, e quindi trovarci spesso a contatto con concetti cristiani che sono stati corrotti da tendenze alla moda o da istanze mondane di altro genere, o quello che sia; e quindi noi ci avviciniamo a temi come la speranza e ci dimentichiamo dei fondamenti di questo tipo di virtù.

Allora, in primo luogo, la speranza è una virtù. Che vuol dire? È una cosa che richiede un esercizio, per cui dovremo parlare della parte umana della speranza. Ma è una virtù teologale, e cioè è una cosa che viene direttamente da Dio, non è un prodotto della psiche umana. In effetti la speranza cristiana non è semplicemente la risultante dei processi mentali umani, perché i processi mentali umani restano comunque angustamente rinchiusi dentro le loro prospettive e dentro le loro ipotesi.

Invece la speranza cristiana va oltre l’ipotesi umana. Possiamo prendere ad esempio la speranza con cui le donne vanno al sepolcro nei racconti della risurrezione di Cristo: alla fine dei Vangeli vanno sperando di trovare qualcuno che muova loro la pietra. Questa è la loro ipotesi di speranza, cioè poter ungere il corpo di Gesù per amore, il suo corpo straziato dopo la tortura della croce. E invece trovano che Gesù è addirittura risorto. Cioè, al massimo queste donne, che volevano bene a Gesù, potevano pensare di potersene prendere cura da defunto; e invece trovano che è vivo. La speranza cristiana è superiore alla speranza umana perché è un’opera di Dio nell’uomo.

In effetti noi dobbiamo saper distinguere sempre le virtù naturali dalle virtù soprannaturali. È una distinzione che fa già san Tommaso d’Aquino, e che distingue le virtù cardinali, che sono una dotazione di bordo della nostra umanità, dalle virtù teologali o soprannaturali, che sono un’opera di Dio. Sono un dono di Dio, che non possono essere pretese dall’uomo ma devono essere accolte nella vita interiore dell’uomo, perché diventano il motore di una vita che non è la vita umana: è una vita da cristiani, una vita da figli di Dio.

E allora dovremo un po’ capire che, quando noi ci troviamo di fronte a una cosa di questo genere, dobbiamo salvarci da un mainstream che sulla speranza produce tutta una serie di modi di intenderla. Allora il compito di questa trasmissione è un po’ smontare queste altre speranze; infatti, appunto, la chiamiamo C’è speranza e speranza, perché ci sono delle speranze false e ci sono delle speranze autentiche. Sant’Agostino distingue la condizione perduta dell’uomo fra l’uomo che ha perso la speranza e l’uomo che ha una speranza senza fondamento. La prima condizione può essere rimediata, perché la speranza si può riaccendere; invece una speranza senza fondamento diventa ideologia, diventa convinzione e diventa pretesa rispetto alla vita, ed è una condizione disperata. Perché è tranquillamente destinata alla delusione.

San Paolo parla di una speranza che non delude. Che cos’è questa speranza che non delude? Quella che è basata su un fondamento che è l’opera di Dio, che è la potenza, l’onnipotenza di Dio. Ci sono molte persone che vivono aspettandosi dalla vita cose che non arriveranno mai, perché sono speranze mondane; e così questo tipo di esperienza negativa dell’uomo diventa la nostra, diciamo, vulgata, la nostra maniera di pensare la speranza, con cose del tipo che «la speranza non costa niente» — e questo non è vero, perché la speranza, quella vera, è una forma di esistere che implica tante scelte molto serie —, che «la speranza è l’ultima a morire» — e invece quando muore la speranza muore tutto —, e che «chi di speranza vive, disperato muore». Ecco, questo è proprio il classico detto popolare che fa riferimento alle speranze senza fondamento. Ma la speranza cristiana è tutt’un altro paio di maniche.

Allora dobbiamo capire che cos’è. In che cosa agisce la speranza cristiana? E che cosa agisce la speranza, che è opera dello Spirito Santo nell’uomo? Nel confidare con certezza nell’ottenimento della vita eterna, cioè nel riferimento a qualcosa che è un po’ più grande che non sperare di risolvere un problema contingente: ma è tutti i problemi risolti nel regno dei cieli. Cioè è la speranza globale, che indica l’esito definitivo di tutta la vita. È questa la speranza che ci è stata donata nel Signore Gesù Cristo, perché sappiamo che la volontà di Dio, come dice il Vangelo di Giovanni, è la vita eterna. La volontà di Dio è vita eterna. Ecco, noi abbiamo la vita eterna come prospettiva della nostra esistenza.

Accettare questa speranza vuol dire cambiare radicalmente pensiero su tutto, e infatti quello è il punto di aggancio della speranza, che poi diventa motore operativo dell’esistenza umana. Ma questo continua a essere un modo, diciamo così, generico di affrontare il discorso. Confidare con certezza nella possibilità della vita eterna vuol dire che ci salviamo comunque? No, non è questo il punto, ma che questo è il piano di Dio e che non ne ha un altro. Ci è sempre possibile — quindi la salvezza eterna è sempre possibile — in ogni condizione e in ogni luogo, dopo ogni nostro errore, comunque trovare la via della salvezza. È sempre possibile la salvezza eterna. Disperare della salvezza eterna è una cosa contigua con il peccato contro lo Spirito Santo. Certo: chi dispera di una salvezza, come può salvarsi? Come può mettersi nella disposizione di essere salvato? Non si lascia neanche salvare, perché non ci crede nemmeno, non pensa nemmeno possibile che ci sia qualcosa di questo genere.

Quindi dobbiamo capire che, essendo virtù, la speranza non è un sentimento ma un atto; e qui mi sembra che possiamo citare uno dei più grandi malintesi sulla speranza. Mi spiego: la speranza come sentimento può essere un pochino equiparata a un buon carattere, così, all’ottimismo, e cose banali e mediocri di questo livello qui. Invece la speranza è un atto: quando uno spera, agisce diversamente. Altro è che io, di fronte a un’opzione, non abbia la speranza della vita eterna; altro è che, di fronte a un’opzione, io comunque sia orientato, in un certo senso resettato, istruito, illuminato dalla meta finale, che diventa quello che spiega tutto, diventa quello che comunque mi orienta nella selva delle speranze di vario genere.

Allora, l’oggetto della speranza è qualcosa di ultimo, non di penultimo. E questo vuol dire che non è un sentimento — lo ripeto — ma un atto, un modo di vivere, un modo di esistere. Io cambio radicalmente il mio modo di agire se spero o non spero che la mia esistenza sia un cammino verso il regno dei cieli.

Facciamo un esempio per capirci meglio. Altro è prendere la Roma-Milano per andare a Firenze, altro è prendere la Roma-Napoli per andare a Firenze. Nel secondo caso io continuo a vedere le varie fermate che mi portano, perché la strada porta a Napoli: io vedo le fermate di Napoli, io non capisco, penso di avvicinarmi a Firenze e non mi avvicino mai. Perché la strada non è sbagliata: è la mia intenzione che è sbagliata e non è concorde con la strada. La vita dove ci sta portando? La vita ci sta portando al paradiso. Se noi combattiamo contro questa predestinazione generosa di Dio nei confronti di ognuno di noi — ogni uomo è destinato a questa pienezza — ecco, la vita sembra assurda, sembra senza senso, perché io ho perso l’orientamento, la vera logica della mia vita, e mi sembra tutto sbagliato. Quando invece io recupero la speranza autentica della mia vita, ecco che inizio a capire perché la vita vada in un modo o in un altro.

Facciamo un esempio ulteriore. Un dolore nella vita, nella giovinezza: viviamo una prova molto seria. Forse questa è orientata alla nostra formazione, forse questa è orientata al bene che dobbiamo fare; forse — anzi, senza forse — questa è una zona di esistenza in cui stiamo passando per essere addestrati a qualcosa di grande, di importante. In effetti, chi è che sa fare qualcosa di bello nella vita? Chi è passato per qualcosa di difficile, chi è passato per qualcosa di serio. È come l’allenamento di un atleta: fa questo allenamento in vista del fatto di arrivare a una gara. Se il mio orientamento è imparare ad amare, e quindi arrivare alla pienezza dell’amore, la mia vita è sempre un addestramento utile: una malattia può essere un luogo di crescita, un “no” che la vita mi dice può diventare un momento di saggezza, di discernimento.

Ecco, questo è il primo punto, questo è un punto essenziale: cioè capire che, se io accolgo la promessa che Dio mi ha fatto di non essere nato per caso ma di essere nato con un orientamento grande, con un destino immenso, nobile, bello, allora tutto quanto concorre al bene del mio esito finale, come dice san Paolo al capitolo 8 della Lettera ai Romani: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». Coloro che apprezzano Dio, coloro che riconoscono la sua bontà, iniziano a vivere tutto come una grazia, a vivere tutto come qualcosa che concorre al loro proprio bene. C’è una forma di vivere che è una forma che trae luce da tutto, trae crescita da tutto, trae bellezza da tutto, trae vantaggi da tutto: valorizzare, vivere, accogliere quello che si sta vivendo, senza creare una strana classifica, quella per cui c’è ciò che è bello e ciò che è brutto. No: tutto diventa buono, perché in ogni realtà della vita ogni cosa può essere anche parte di un’opera più grande, di una pedagogia più grande da parte di Dio, per portarci alla nostra grandezza di figli di Dio.

Approfittiamo di questa prima fase per trarre una conseguenza da tutto quello che abbiamo detto nella prima parte della puntata. Quando la speranza cristiana viene offerta, non trova una pagina bianca. Mai. Non è che arriva la speranza e accende qualcosa che è spento. No: è un fuoco che combatte con un altro fuoco, è una luce che combatte con un’altra luce. La pagina è già scritta: noi abbiamo il cuore pieno di speranze orizzontali, piccole, cose senza grande prospettiva. E la speranza cristiana chiede di spostarsi da quelle piccole speranze alla grande speranza, passare dall’idea di realizzare una vita semplicemente comoda a realizzare una vita grande, che forse con la propria salvaguardia entrerà un po' in rotta di collisione.

Altro è sposarsi per amare, altro è sposarsi per stare bene. Non ci si sposa per stare bene, perché questo vuol dire pensare il matrimonio in funzione egoistica, narcisistica, e questo purtroppo è la condizione di molta gente. La speranza piccola è di sposarsi per mettere in piedi una cosa caruccia, comoda, morbida, non so, in qualche maniera piacevole. Altro invece è sposarsi per regalare la propria vita a qualcuno e vivere una vita di grandissime prospettive, e mettere in piedi — da noi cristiani — una piccola chiesa, un luogo dove splenderà la gloria di Dio insieme alla persona con cui si crea il matrimonio. Noi abbiamo un sacramento del matrimonio, non semplicemente l’accoppiamento umano secondo quelli che possono essere i gusti meteoropatici della persona, e che sono soggetti a cambiamenti, evoluzioni e alti e bassi che sono piuttosto difficili da regolare dentro un orientamento grande. Ecco, questo è un esempio, se vogliamo banale, che cerca di far capire che, se uno si deve aprire alla speranza cristiana nascosta per esempio nel sacramento del matrimonio, deve lasciare altre speranze.

Questo è il primo punto e sarà il primo step del nostro viaggio. Come si fa a liberarsi dalle false speranze? La risposta è abbastanza semplice: si fa memoria delle proprie delusioni, perché le delusioni sono un momento molto importante della vita. Tutte le volte che uno è deluso è perché prima si era illuso; infatti non c’è soluzione di continuità fra false speranze e illusioni. Le illusioni, prodotto appunto della nostra immaginazione, normalmente tendono alla distruzione della vita, la rendono brutta, perché ci fanno vivere quel famoso viaggio verso Napoli pensando di andare verso Milano; mentre la vita ci chiede di diventare grandi, adulti, noi stiamo vivendo per aspettative infantili, perché normalmente tutte le false speranze sono collegate alla nostra infanzia. Sono un modo di metabolizzare i nostri buchi affettivi, le nostre irrisoluzioni, tutte le cose che abbiamo patito come carenti: ecco, le andiamo a sperare, le piazziamo nel nostro futuro, e questo è un immaginare in maniera estranea alla Provvidenza e all’inventiva e alla creatività di Dio.

Conseguentemente il primo punto è focalizzare quali sono state sempre, nella nostra vita, le false speranze tendenziali, le nostre illusioni ripetute. Fare questo tipo di lavoro è molto importante: domandarsi dov’è che mi sono ingannato più volte, dov’è che io ho avuto questa convergenza storta ad andare a sbattere. Mi sono illuso sulle persone, sulla realtà, su me stesso in vari modi, sulle cose, sui fatti. Per esempio ci sono coloro che fanno debiti a ripetizione perché continuano a illudersi di avere un guadagno facile; ma il guadagno nella vita è frutto di lavoro, ed è frutto di un lavoro costante. Perché si cade spesso negli inganni del web? Perché si crede a una cosa che è il colpo di fortuna, che adesso sia capitato proprio a me di trovare il lavoro dove non faccio niente e guadagno tantissimo, di trovare la cosa dove investo un minimo di denaro e avrò un ritorno spaventoso. Ma queste cose non esistono, queste cose sono proiezioni: la vita è fatta di una costruzione saggia, adulta, fatta giorno per giorno.

Per questo, questo tipo di speranze inducono le persone a essere dei debitori renitenti, che cascano continuamente in ulteriori debiti. Perché? Perché continuano a pensare che tanto si rialzano, e adesso, in quattro e quattr’otto, arriverà il colpo di fortuna, e la vita dovrebbe dare questo colpo di fortuna. Non si sa da quale film venga questa scena primaria messa nella testa di queste persone ingannate. Ecco, le illusioni spesso ce le dicono gli altri: bisogna andare da qualcuno e chiedere «ma io dov’è che mi illudo spesso?». Ecco, farsi dare la risposta può essere doloroso, anche imbarazzante.

Ecco, questo è un primo step per iniziare a lavorare sulla speranza e sull’orientamento della propria vita, sul movimento interiore: a cosa sono orientato? Cosa mi aspetto? Verso cosa vado? Restare incastrati nella propria struttura psicologica vuol dire restare incastrati dentro un desiderio che forse è formato da una paura, perché molto spesso i desideri, gli appetiti, le voglie sono forme di fuggire da ciò che temiamo. Molti desideri sono paure truccate da desiderio: noi desideriamo sposarci per non essere soli, abbiamo paura della solitudine. E allora, per questa cosa qui, scendiamo a patti con la realtà, facciamo compromessi con il reale, accettando anche così quello che dovremmo verificare un po’ meglio — se non c’è qualcosa di grande in un rapporto — e poi ci si ritrova sposati in maniera un po’ frettolosa.

Quanta gente per esempio procede a fidanzamenti troppo brevi quando si ha una certa età, perché si dice: siamo adulti, capiamo le cose, andiamo avanti, sposiamoci, dai, siamo a quarant’anni, che stiamo ad aspettare? E poi quelli sono i matrimoni più terribili, perché accoppiare due persone con la loro struttura, con la loro comprensione della vita a quell’età è molto più difficile che non accoppiare due vite quando si è nell’età in cui ci si sta anche definendo, per cui ci si definisce insieme, si cresce insieme, ci si orienta insieme, ci si adatta più alla forma dell’altro, si entra meglio nella forma della vita, dell’esistenza.

Ecco allora il primo punto che noi dobbiamo trarre da questo viaggio nella speranza — che non è quella falsa, che non è il mainstream della speranza mondana — è quello di iniziare a sospettare delle nostre aspettative sulla vita, che non siano infantilismi di ritorno, rigurgiti di irrisoluzioni antiche, di cose che stanno lì, di domande, di rivendicazioni rispetto alla vita, e poi diventano magari anche ecclesiali. Una persona ha avuto nella vita delle carenze, allora vuole nella Chiesa trovare quello che la vita non gli ha dato: e questo diventa pure una speranza santa, perché riguarda le cose sacre? No, quello è strumentalismo, quello è usare le cose di Dio per storcerle al nostro fine, un fine piccolo, che è disegnato dal nostro ego.

Terminiamo questa prima puntata ribadendo di peregrinare insieme in questo viaggio, che è il viaggio della speranza, passando dalla nostra speranza alla sua, passando dalla nostra struttura psicologica che produce aspettative e desideri all’opera di Dio in noi, che è basata sulla sua chiamata alla vita — ma la vita con la V maiuscola, non alla vitarella, al sopravvivere, a risolvere i problemi. Molto spesso la nostra speranza è fatta di problemini, ma Dio non risolve i problemi: risolve il problema, il grande problema. Possiamo pensare alla storia della risurrezione di Lazzaro: mentre tutti gli chiedono di guarire Lazzaro mentre è malato, Gesù invece aspetta, per arrivare a fare ben altro, a risorgerlo da morte, cioè a richiamarlo dal sepolcro — ben altra esperienza della potenza di Dio che non aggiustare la degenerazione di una malattia.

Noi pensiamo a evitare i problemi molto spesso, ma Dio molto spesso non ci porta per la strada che evita i problemi, ma per la strada che ci porta a risolvere, a illuminare il grande problema, che è il problema della nostra meta ultima, che è il problema della nostra vita, che è il problema della morte: cioè illuminare nell’eternità tutto quello che è la nostra esistenza.

Molto spesso queste speranze piccole si proiettano sugli altri: genitori si aspettano per i figli cose piccole, cose che sono semplicemente la soluzione del problema adesso — riuscire a trovare lavoro, riuscire ad avere un nipotino, per questo si deve accoppiare in qualche maniera, cercando, sperando che questo faccia. Ma ci sono cose molto più grandi da fare. Certo, è una cosa grandissima avere una discendenza, avere un figlio, un nipote; certo sono cose importanti. Ma la cosa più grande è l’eredità che non si corrompe: non una cosa corruttibile come l’argento e l’oro, ma il sangue di Cristo, che ci ha procurato un’eredità che non si corrompe e non si macchia, come dice la prima lettera di Pietro.

Possa il Signore donarci di iniziare il percorso di questo Giubileo orientandoci a quello che illumina tutto, non per risolvere una contingenza che può essere piccola e anche molto deludente. Il Signore ci dia di iniziare a vedere le nostre false speranze, le nostre speranze da quattro soldi, per poter iniziare ad aprire il cuore alla speranza; e così ci prepariamo a continuare nel nostro viaggio.