L'impostazione ambigua


Ripresa da vaticannews.va.


Con questa puntata iniziamo un nuovo corso che abbiamo chiamato Fischi per fiaschi: si parla della mistificazione vocazionale. Navigando dentro il brodo cattolico c’è tanta gente che cerca di fare discernimento, e ci sono tanti presupposti sbagliati su cui si basano certe valutazioni, certi luoghi comuni ecclesiali di dubbia origine, per cui mi è sembrato opportuno fare una serie di trasmissioni.

Mistificazione vocazionale: sugli errori che spesso vengono procurati nella vita delle persone e che possono essere molto dolorosi per le persone, nel discernimento di ogni tipo. Il tema della vocazione non è un tema che riguarda i religiosi, o i preti, o le suore, o non so cosa. È un discorso che riguarda assolutamente tutti, perché in una qualche maniera il nostro battesimo va interpretato concretamente, deve diventare qualcosa di oggettivo, di reale, di quotidiano.

E allora da questa interpretazione del battesimo deriverà la nostra realtà vocazionale. La parola vocazione di per sé indica un’opera di Dio: c’è qualcuno che voca, che chiama, che convoca. E lo stesso nome della Chiesa, ecclesia, da kaleo in greco, vuol dire chiamati: coloro che sono convocati, la convocazione. Radunati da chi? Da qualcuno che compie una sua opera. Allora c’è un’impostazione ambigua su cui dobbiamo concentrarci in questa prima puntata.

Partiamo dalla constatazione che c’è una differenza essenziale fra una struttura umana — come un’azienda o qualcosa di questo genere, una ditta, un’organizzazione umana, uno Stato — e un’opera di Dio, perché la Chiesa è un’opera di Dio. Il posto nella Chiesa non si cerca per avere un posto: è un’iniziativa di Dio.

Da non confondere con la struttura umana, la struttura psicologica, la struttura propria con cui uno parte: uno non deve cercare la propria realizzazione nella Chiesa. Tante volte abbiamo interpretato la vocazione come la forma di risolvere il tema della propria personalità. Beh, non è così che funziona. Questa è una visione antropocentrica pericolosissima, perché alla fine la misura di questa avventura sarà una misura molto umana, molto limitata, molto psicologica, molto carnale. Qui si tratta invece di partire da un’opera di Dio, che senza ombra di dubbio è richiesta per poter essere parte di quella cosa che si chiama Chiesa, quella cosa che si chiama corpo di Cristo.

Qui non si può stare al passo della struttura infantile, psicologica; non si parte dalla propria idiosincrasia, ma si parte dal Padre, dalla sua iniziativa, che ci chiama a una vita che è una vita oltre la natura umana, oltre il regno animale di cui facciamo parte. È parte del regno di Dio, del regno dei cieli; è entrare nell’essere quell’opera che fa presente il cielo sulla terra, che è ogni cristiano.

Se noi partiamo dalla prima vocazione che compare nella Bibbia, cioè quella di Abramo, noi abbiamo in Abramo un vecchietto con una moglie sterile che viene chiamato per diventare padre di un popolo. Le sue prerogative sono completamente incompatibili: cioè il casting qui è fatto non sulla base delle caratteristiche del candidato, ma sulla base della potenza di colui che chiama, come è sempre nell’opera che deve far presente Dio, nell’essere sale della terra, luce del mondo, segno della presenza del cielo nel mondo.

Allora, se noi andiamo a vedere: scegliere uno come Saulo di Tarso, cioè un persecutore, per essere il diffusore dell’opera compiuta da Gesù Cristo, ossia del Vangelo, è un’assurdità. A noi questi conti non tornano. Così come scegliere un uomo per guidare il suo popolo che è cresciuto alla corte dei nemici, come Mosè, che è cresciuto come egiziano. Viene riconosciuto, quando per esempio scappa dalla terra d’Egitto e viene conosciuto come tale in terra di Madian, come egiziano. Allora questo non è l’uomo giusto per condurre gli ebrei fuori dal paese d’Egitto. Eppure c’è un’opera di Dio che va oltre le caratteristiche. Questo è fondamentale.

Questa impostazione ambigua di cui vogliamo parlare in questa puntata è quella per cui fondamentalmente si parte con l’idea di studiare la struttura psicologica del poveretto in questione, del soggetto in questione, o dei soggetti, dei ragazzotti in questione, che devono essere condotti a ovviare alla mancanza di vocazioni, come se dovessimo riempire l’organigramma. La Chiesa è un’opera di Dio: è come Dio la vuole e come Dio la configura.

Quando Pietro riceve questa promessa meravigliosa:

«Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».

c’è da notare bene chi è l’attore di quel verbo. Edificherò: l’attore è Cristo, prima persona singolare del futuro. Io edificherò. Questa sarà un’opera di Dio, non sarà un’opera di Pietro; infatti Pietro si mostrerà assolutamente inadatto a questa avventura, dovrà fallire per essere pronto, per essere guidato e non guida di questa opera. Questa opera non può essere portata avanti sulla struttura di Pietro, sulla struttura di Abramo, sulla struttura di Mosè, su tutti i personaggi sbagliati, o di Saulo, no. Sarà sempre e comunque qualcosa che va oltre.

Quando ci si presenta per fare discernimento, il problema è collezionare le opere di Dio. Per capire se si è chiamati al matrimonio bisogna vedere se Dio ha operato in questa coppia, se Dio si è fatto presente fra questo ragazzo e questa ragazza: nel loro incontro, nella loro avventura, nella loro crescita, nel conoscersi, nel volersi bene, nel sapersi riconciliare, nel sapersi dire la verità in faccia e cose di questo genere.

Ecco cosa dobbiamo togliere come mistificazione di fondo nella lettura della vocazione: che sia la persona la misura della chiamata. No, la misura della chiamata è Dio stesso che chiama. Bisogna vedere se questa persona ha i segni di un’opera di Dio in lui o in lei. Altrimenti, qual è l’alternativa a questo tipo di impostazione, che è un pochino più reale, un pochino più adiacente alla dimensione biblica e spirituale, secondo lo Spirito Santo, di tutto questo discorso? Il rischio è la mediocrità dell’apertura alare umana, che resta quello che è, la povertà che può essere. Conseguentemente non si parte da casa propria e dalla segnalazione del proprio territorio, così come lo si disegna.

Quante volte succede di avere persone che si convincono di avere una vocazione semplicemente perché hanno un desiderio, una proiezione di identificazione personale in un ruolo, in un tipo di abito, in un tipo di importanza: qualcosa che è una fuga dal vuoto realizzata per mezzo di una proiezione, o un modo di accreditare la propria esistenza come valida a partire da una configurazione esteriore, una serie di attività che sono semplicemente la risoluzione delle proprie problematiche non ben metabolizzate.

Mettiamo dunque in chiaro il punto di partenza. La vita nella fede non è una vita che deve compiere le aspettative, le proiezioni della vita psicologica: è un’opera grandiosa, essendo la fede una virtù teologale, cioè viene da Dio, scende dal cielo. Lo ripeto per l’ennesima volta in questa prima puntata: un’opera di Dio nell’uomo. Conseguentemente il primo punto è passare dalla propria volontà — che è innervata normalmente nella propria struttura culturale, psicologica, storica, quello che sia — passare dalla propria volontà alla volontà di un altro. Quindi il primo punto è traumatico.

Il primo punto non è appagante. Se pensiamo che potremmo impostare una pastorale vocazionale, un’offerta vocazionale, sulla base del confortevole, del piacevole, dell’appagante, andremo a fallire: attireremo coloro che stanno alla ricerca del caldo, della tranquillità, del comodo, del comfort, e diremo una menzogna, perché passare dalla propria volontà alla volontà di Dio è sempre traumatico.

Ricordiamo come lo racconta per esempio san Francesco nell’incipit del suo Testamento:

«Quando ero nei peccati, iniziai a fare penitenza così: siccome mi era amaro vedere i lebbrosi, il Signore stesso mi portò in mezzo ad essi e usai con essi misericordia; e discostandomi da essi, ciò che mi era amaro mi fu cambiato in dolcezza di corpo e di spirito; e stetti un poco, e uscii dal mondo».

— san Francesco d’Assisi, Testamento

Questa è la storia di un trauma nel trovarsi in mezzo a ciò che uno odia, ciò che uno non trova gradevole, ciò che gli è amaro — questa parola terribile. Comincia da un’amarezza, l’avventura della vocazione; comincia da una tristezza. San Josemaría Escrivá diceva che la conversione comincia da un momento di paura. Addirittura c’è il momento in cui la nostra vita sembra un vuoto totale, sembra un fallimento totale: allora uno è finalmente povero in spirito ed è disposto ad accogliere il regno dei cieli. Finalmente affamato e assetato della giustizia che gli manca, che non ha, che gli è carente, si apre alla giustizia del regno dei cieli; uno che finalmente dai propri dolori cava l’apertura all’opera di Dio nella sua vita, e a dare il volante a Dio.

Quindi, più che altro, la partenza della vettura vocazionale è una chiamata a qualcosa che non può essere gradevole all’inizio. Cioè, non può restare sgradevole, ma non può essere gradevole all’inizio, altrimenti chi ci potrà salvare dal dubbio che stiamo semplicemente cantandocela e suonandocela, la banda municipale a noi stessi, che ci stiamo inventando una vocazione su misura, che ci realizzi e ci faccia stare comodi e caldi?

Ecco l’apertura a qualcosa che non è una tana. C’è Gesù che si misura una volta con un ragazzo che gli dice:

«Ti seguirò dovunque tu vada».

Ecco, questo è la patente vocazionale: colui che vuole a tutti i costi fare qualcosa. E Gesù gli risponde in maniera amara, dice:

«Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

Cioè: ma dove ti credi che sto andando? Ma cosa credi che stiamo facendo, trovarci una tana? Vuoi stare con me per stare sicuro, per toglierti la sfida della vita, che richiede scelte, che richiede un periglio, che richiede crescita, maturità?

Non si tratta di andare verso un posto, che non è un posto: si tratta di andare verso una cosa che richiede adultità, come si dice adesso; che richiede uscire dall’adolescenza, dall’indefinizione, e diventare padre, diventare qualcuno che vive per qualcun altro, che genera, che innesca, che dà — non qualcuno che prende, si foraggia e si rassicura.

Quindi la vocazione non è il posto dove sto meglio che mai, non è il posto dove la mia potestà è esercitata, il mio possesso sviluppato e la mia identità realizzata. No: la vocazione è lì dove sto con Cristo, e può essere un posto anche molto diverso da quello che pensavo. Io, il sottoscritto che parla, mai avrebbe pensato di fare il prete, o di fare il predicatore come mi tocca fare — con gioia, con allegria —, ma mi sono dovuto aprire a qualcosa che proprio non avrei mai scelto sulla base della mia struttura psicologica. Ecco, proprio questo garantisce che sia un’opera di Dio.

Proprio queste cose sono fondamentali. Però attenzione: non dobbiamo andare all’estremo opposto, cioè andare dalla visione confortevole della vocazione fino all’idea traumatica e basta, all’idea muscolare per cui bisogna forzarsi a fare esattamente il contrario di quello che uno desidera. No. Dio semina la sua opera in noi attraverso la nostra storia, c’è una continuità sin dall’inizio; ci chiama a un salto nella grandezza, un salto nella nobiltà, e questo salto nella nobiltà è il compimento grande, nobile, della nostra vita.

Conseguentemente il problema qui è un paradosso: da una parte la vocazione non può partire da noi; d’altra parte è — come anche l’affronteremo più avanti in questa serie di trasmissioni — quanto di più bello possa capitarci, quanto di più maturo e grande e meraviglioso ci possa capitare, senza ombra di dubbio. Qui c’è qualcosa di paradossale, ma bisogna navigare in questo paradosso senza facilitare la navigazione, senza rendere la cosa piccola, di un piccolo cabotaggio, in cui la misura che valuta ciò che stiamo affrontando sia una compatibilità con la nostra infanzia, una compatibilità con la nostra idiosincrasia. Come già detto: no. Qui si tratta di essere chiamati a qualcosa di meraviglioso, a qualcosa che è inaspettato, l’impensabile, ciò che non avremmo mai osato sperare per noi stessi.

Che implica la percezione di una bellezza, che però ci trova insufficienti rispetto a questa bellezza che solo Dio può realizzare in noi. Allora l’impostazione non può essere ambigua, ma paradossale deve essere. L’impostazione, se è ambigua, è ambigua nel senso che, mentre dovrebbe chiarire che è una perdita di un governo di se stessi, la annuncia come una piena realizzazione di se stessi. Ebbene, il è inteso come psicologico, strutturato secondo la modalità e secondo le mode. Beh, non è così. Questa è una fandonia, questo è un inganno: il povero ragazzo, la povera ragazza che sarà portato a capire se si deve sposare o no su questa base, se deve entrare in seminario o no su questa base, sarà comunque ingannato, perché andrà a cercare veramente fischi per fiaschi, cioè scambierà il piano delle cose.

Ma nello stesso tempo la chiamata è paradossale, cioè tanto grande da essere superiore a noi, ma tanto sublime da essere compatibile con noi. È compatibile con noi, è per noi, ma non è a nostra misura. Perché? Perché c’è un altro; perché noi non siamo compiuti solamente sulla base di noi stessi, sulla base dell’idea di quello che noi siamo.

È essere chiamati da qualcuno, restare con qualcuno, realizzarsi in qualcuno, vivere per qualcuno. Così come la paternità la capisci solamente quando hai un figlio, la maternità la capisci solamente quando stai allattando un poppante, il tuo cucciolo. E allora capisci che cos’è quella serie di meccanismi interiori, anche chimici, biologici, collegati a questa cosa straordinaria che è la vita, la vita che si manifesta proprio attraverso di te. Ed essere padri di una creatura vuol dire cambiare completamente prospettiva: non avere più lacrime proprie, ma le lacrime del figlio sono le proprie lacrime, le risate di un bimbo sono le proprie risate; la propria gioia non è più la propria gioia, ma la gioia nel proprio figlio.

Questa trasformazione implica la perdita di se stessi, implica una crescita per cui ciò che capita è assolutamente meraviglioso, è assolutamente gioioso, felice, ma non è compatibile con la salvaguardia del proprio ego. Perché anzi apre alla perdita della propria autonomia, la perdita del proprio sonno, dei propri tempi, la perdita della propria carriera o cose di questo genere.

E così diventare ministri del Vangelo non vuol dire arrivare a una cosa che è esattamente come me l’aspetto io, ma vuol dire vedere la vita potente di Dio installarsi nelle persone, vedere la grandezza dell’opera di Dio nei cuori, vedere sciogliere nodi legati da secoli, da anni, nei cuori delle persone; e vedere questo dà una grandissima gioia, vedere la gratitudine che viene rivolta verso di noi, che siamo semplicemente matite nelle mani di Dio — così come diceva Madre Teresa di Calcutta — e siamo semplicemente strumenti e non attori di questa opera.

È una gioia immensa, infinita, invisibile, ma non è assolutamente la potestà su se stessi: anzi, è la perdita di se stessi, è la fine della propria autointerpretazione.

«Le sue vie non sono le mie vie, i suoi sentieri non sono i miei sentieri».

Per fortuna, perché i miei sentieri sono piccoli, mediocri, deludenti, mentre i suoi sono secondo il cielo, secondo l’eternità. E Dio porta avanti in maniera inspiegabile per noi, misteriosa, la salvezza di tutti, per cui la mia salvezza è compatibile con la salvezza degli altri. È una cosa che io non so articolare, l’organicità della mia esistenza con quella altrui, per cui siamo parte di un solo corpo e siamo organici l’uno all’altro. La mia felicità è la tua felicità.

Così come avviene la sorpresa della paternità: è qualcosa di sublime, e che assolutamente non è secondo il mio sistema di autoconservazione. Non posso far entrare l’opera di Dio nella mia autosalvaguardia; è invece la chiamata a perdere la mia vita, ed è proprio lì che la troverò. Sarà lì che io mi realizzerò come persona, come uomo, come donna, come figlio, come padre, come fratello, come sia, quello che sia.

Ecco, dobbiamo uscire dall’ambiguità ed entrare nel paradosso: questo è un po’ lo slogan di questa prima trasmissione. E il paradosso è che proprio quando perdiamo la vita la troviamo, proprio quando entriamo nello sgradevole cambiano i nostri gusti e cresciamo e siamo adulti, proprio quando usciamo dalla zona di comfort troviamo il piacere più grande, quello vero, perché solo l’amore vero ha piacere vero. L’amore falso, autoedificante, autopreservante, normalmente si risolve nella delusione, si risolve nella frustrazione, si risolve nell’inappagamento, cioè diventa una grande ferita, una grande tristezza. Perché? La frustrazione di un possesso ipotizzato che poi non arriva, che non è per noi.

Ecco allora, dobbiamo aprirci a qualcosa che vedremo nelle prossime trasmissioni e che sarà l’avventura di essere oggetto di una chiamata paradossalmente unica, che si accomuna per noi come anche per gli altri, e che non è schematica, non è clericale o cose di questo genere, e che si attaglia proprio a noi. E che è un’idea di dirottamento costante dalla nostra deriva autopreservante. Perché non può essere industriale, ma per forza deve essere provvidenziale, per poter anche a pieni polmoni respirare l’unico compimento della vita umana, che è la comunione: che è la vera nostra chiamata, la comunione con i fratelli, la comunione con tutti, la comunione degli uomini, la pace, la pace a cui siamo chiamati. Questa è la nostra vocazione: essere strumento di pace, operatori di pace.

È il punto d’arrivo del discernimento, lì dove siamo strumento di questa pace, ma non in maniera sacrificale, volontaristica: in maniera divina, provvidenziale, assecondando l’opera di Dio. Ecco, cominciamo così questa avventura, e poi spiegheremo un po’ queste cose accennate al termine di questa puntata, per poter andare in questa avventura che illuminerà un po’ tutti i discernimenti, non solamente quello vocazionale — si prende il discernimento vocazionale come paradigma di ogni scelta nella propria vita.

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