Non so da che parte cominciare. Non so da che parte cominciare perché, da una parte, questa canzone — chi mi conosce lo sa, e l’ha fatto apposta — questa canzone è l’unica che volli, a suo tempo, per introdurre le trentaquattro puntate che stavo preparando per TV2000 sulla Divina Commedia.
Questa canzone, dalla prima volta in cui l’ho sentita tanti anni fa, ha come sintetizzato in me quel che c’è di veramente importante nella vita. Questo desiderio che citavi anche tu, questa responsabilità.
Fuori c’è un mondo che aspetta.
Aspetta cosa? Me? Sì, aspetta me, perché io porti qualcosa di più grande di me, di meglio di me. E perché io possa portare qualcosa di più grande di me, di meglio di me, bisogna che io prima lo incontri, lo veda, mi sia compagno nella vita.
Arrivi tu.
Arrivi tu, e la mente si apre; torna, torna tutto, tornano i conti, si mettono insieme i pezzi, se vuoi. E quella chiusura delle due strofe che mi ha veramente sempre colpito, folgorato:
Ti chiedo solo se mi perdoni.
Guardate, io ho una certa età: quest’anno batto i settanta. Una botta psicologica devastante, veramente. Non mi sembra giusto: io non posso avere settant’anni, ne avrò trenta, trentacinque, insomma, una roba così. Invece l’anagrafe dice che ne ho settanta — percepiti centoquaranta — per cui figuratevi.
Sarà l’età, ma le cose veramente importanti si stanno chiarendo. È come se col tempo tante cose che ritenevo importanti andassero pian pianino a fondo, e rimanessero a galla solo alcune grandi cose. E una di queste, forse la più decisiva, forse la più importante — e sarà un po’ il cuore di questa mia comunicazione stasera, a rischio di deludervi o di non rispondere alle attese, ma è veramente la cosa più importante che mi sento di dover dire — è in quel verso che chiude le due strofe: ti chiedo solo se mi perdoni.
Tutti, tutti noi abbiamo bisogno solo di essere perdonati, cioè amati, stimati prima di ogni possibile performance, prima di ogni possibile esito, prima di ogni possibile risultato. E se non vado errato — ma la mia esperienza dice che è così — questo è il problema educativo. Tutto il problema dell’educazione di questa generazione sta nel non sentirsi amata, cioè nel non sentirsi perdonata.
Ecco, per entrare a gamba tesa nel tema, mi aiuto con una lettera. Una lettera che mi è arrivata qualche giorno fa e che mi ha sconvolto; spero che sconvolga un po’ anche voi. È un altro modo per dire le stesse cose che dice la canzone. Ve la leggo quasi integralmente.
È la lettera di un’amica, di una mia cara amica ucraina, gravemente malata, gravemente segnata da una patologia molto particolare, molto diffusa dalle parti di Kharkiv — che le cronache ci hanno insegnato a conoscere come la città più bombardata dell’Ucraina, essendo vicina al confine. Io andavo a Kharkiv: sono stato chiamato per tanti anni dall’Università di Kharkiv a presentare Dante, facevamo insieme il Dante Fest, e lì ho conosciuto questi ragazzi e ragazze con questa particolare patologia, che si dice conseguenza della nube di Chernobyl. Una grave patologia che chiamo per brevità nanismo: sono piccoline, e in particolare queste ragazze che adesso ospitiamo sono piccoline e soffrono di una serie di patologie gravi, che vanno dalla cecità alla mancanza degli arti, piuttosto che tante altre cose.
Ecco, una di loro, questa Tania poco più che ventenne, mi ha scritto questa lettera. Le avevo chiesto di buttar giù due righe sulla sua storia, e in questa lettera, secondo me, c’è tutto quello che è importante sapere, anche in ordine proprio all’educazione.
Ciao a tutti, mi chiamo Tania. Ho due fratelli maggiori. Io e mio fratello di mezzo siamo nati con una grave disabilità e abbiamo iniziato a camminare a sette anni, con grandissima fatica.
Quando ero piccola vedevo molto chiaramente che i miei genitori soffrivano. Mio padre spesso beveva e la mamma se ne andava di casa per lunghi periodi. Ma nonostante questo loro mi dimostravano il loro amore con il loro sguardo affettuoso, quando mi abbracciavano e mi prendevano in braccio.
Quando avevo cinque anni mio padre si è suicidato, e mi fa soffrire che lui non abbia incontrato allora delle persone buone che potessero fermarlo e aiutarlo. Dopo due anni ho perso la mia mamma, uccisa nel nostro appartamento durante un tentativo di rapina. E allora sono stata mandata in orfanotrofio.
Ogni giorno che passavo lì — come moltissimi bambini di quelle regioni — ogni giorno che passavo sognavo di avere una famiglia e di essere amata. Ma la vita in quel luogo è tutto il contrario: è ingiustizia e solitudine, e a lungo io ho pensato che tutto il mondo fosse così.
Ora capisco che persino in orfanotrofio Dio mi ha mandato una salvezza.
Letteralmente: arrivi tu. Perfino in un orfanotrofio ucraino.
Amavo il teatro, e perciò nel mio tempo libero andavo a un circolo teatrale; e lì ho conosciuto il direttore del teatro.
Dio non l’ha visto sul pero o sul melo, non le sono comparsi gli angeli cantando: un uomo, un uomo che faceva il suo lavoro, ma pieno di pietà per queste situazioni che incontrava, e usava il teatro come possibilità espressiva per questi bambini, come possibilità di vivere una comunità — e per lui di vivere una paternità vera, grande.
Attraverso questa persona io ho visto che cos’è l’amore. Lui mi ha mostrato che il mondo non è così cattivo e che ci sono persone per cui io sono importante.
Bisognerebbe segnarsele, impararle a memoria, certe cose. Perché il problema dei nostri figli è tutto qui: sentire di essere importanti. Noi crediamo di farli sentire importanti — anzi, quando andiamo a guerreggiare contro la maestra che li ha trattati male, poverini, pensiamo di farli sentire molto importanti; o quando prendiamo a cazzotti l’allenatore di calcio perché non ha messo in squadra, ha tenuto in panchina il tuo piccolo Maradona di sei anni. Eh, noi pensiamo di farli sentire importanti: c’entra niente.
Prima di morire ha voluto farmi conoscere la comunità di Emmaus
quella stessa comunità che mi chiamava su a Kharkiv,
quella comunità che è diventata la mia famiglia. A Emmaus mi hanno proposto di vivere con loro, e nella mia nuova casa ho sperimentato un amore che mi ha aiutato a diventare sicura di non essere sola in questo mondo così grande.
Racconta dei primi momenti della guerra.
Sentivo solo odio e rabbia nei confronti della Russia, che si era abbattuta come un incubo sulla mia amata Ucraina. Dopo una settimana abbiamo deciso di andare in Italia.
Insomma, racconta le peripezie anche del viaggio terribile che hanno dovuto sostenere, finché sono capitati a Bergamo, poi a Milano.
Per me è sempre stato molto importante lavorare, perché è un modo di vivere, di realizzarmi, e perciò di sapermi preziosa.
Che idea del lavoro.
Avevo un lavoro in un bar del centro a Kharkiv, ma nei primi giorni della guerra il bar è stato distrutto da un missile, e per me questo è stato un dolore gigantesco. Quando sono arrivata in Italia desideravo tanto trovare lavoro
insomma, fa la lavapiatti presso una mensa universitaria.
Adesso molti sperimentano il dolore e il vuoto che io ho vissuto nella mia infanzia, e io sento di avere una responsabilità, perché so che una persona ferita può riuscire a sentire solo qualcuno che ha vissuto un’esperienza simile.
A noi ucraini spesso chiedono se siamo pronti a perdonare. Io so che questo è un cammino molto difficile, impossibile da fare da soli. Lo so perché per molti anni ho provato rabbia e odio per la persona che ha ucciso la mia mamma; ma grazie all’amore che ho incontrato sono riuscita a perdonare quella persona. È proprio per questo che, quando la guerra finirà, voglio tornare a casa.
Pensate che roba: poco più che vent’anni.
Per questo voglio tornare a casa: perché se riuscirò ad aiutare anche solo una persona a fare quel cammino di perdono, questa sarà una prima vittoria sul male.
E poi — ma questo magari lo dirò dopo anche a voi — parla dei genitori che conosce.
Questi genitori sono sempre preoccupati per i propri figli. Si chiedono, in una situazione come quella, che ne sarà di loro: se dovessimo morire, chi si prenderà cura di loro? Questa esperienza in qualche modo è simile alla mia, anche se io sono cresciuta in orfanotrofio. Ciascuno di noi: quei bambini speciali, i loro genitori, io disabile e orfana,
e aggiungo io, adesso anche profuga di guerra,
e i ragazzi che sono sani fisicamente: anche loro però sono orfani. Insomma, ciascuno di noi ha bisogno di essere amato, di non essere abbandonato.
Una ricerca, un sondaggio effettuato da alcuni miei amici insegnanti in alcune scuole di Milano — non dell’Ucraina: di Milano — ha rilevato che il novanta per cento dei ragazzi, alla domanda «qual è la cosa che temi di più, la cosa che ti fa più paura?»… Non ci crederete: il novanta per cento dei ragazzi, fascia liceale, ha risposto l’abbandono. Cioè la solitudine, cioè il non avere padre e madre, il sentirsi orfano — perché anche vivendo insieme ai propri genitori è possibile essere soli.
Ciò che più di tutto vince queste difficoltà è un’amicizia, quando senti che sei amato e che non sei solo. E per ciascuno di noi è importante che questa amicizia sia per sempre, anche se sbagliamo.
Ecco, questo punto unisce tutti. Perdonate la lunghezza, eh, ma quando uno legge una roba così potremmo andare a casa, che ce ne sarebbe da meditare, no?
Ecco, quel che dico sull’educazione, guardate, alla fine è molto semplice. Si può ridurre a due o tre grandi affermazioni, che se volete sviluppiamo insieme ma ci sono due o tre cose che bisogna dire con forza, che bisogna dire con chiarezza.
La prima è che i nostri figli ci guardano. Cosa voglio dire? Che il problema non è educarli: il problema non è, come spesso immaginiamo, di avere a che fare con recipienti vuoti che noi avremmo la pretesa, o il desiderio buono, comprensibile, di riempire con tante cose buone che abbiamo da insegnargli. Non funziona così. Non funziona così perché i nostri figli non sono affatto vuoti: sono già pieni da sempre, dall’inizio. E il problema non è riempire il vuoto con qualcosa che riteniamo buono, è assecondare la molla che loro hanno, la tensione che loro hanno, il desiderio che loro hanno — anche inconfessato, anche non esplicito — il desiderio di una vita buona, di una vita fatta per il bene, di una vita che sentono giustamente come promessa di felicità.
Ci guardano. L’emergenza educativa di cui tanto si parla — diciamolo una volta per tutte, con forza — l’emergenza educativa non sono i figli. Quelli vanno bene, li fa Dio, più o meno. Metteteci tutti gli aggettivi o i sostantivi che volete: se foste tutti atei, miscredenti e mangiapreti, direi la stessa cosa, la chiamerei natura, e vi sfiderei a contestarmi se avete motivi per farlo. Ma ditemi: è vero o non è vero questo? Che per natura — io dico da cattolico: per grazia di Dio — i nostri figli vengono al mondo giusti, fatti bene, e cioè con quella cosa dentro che li rende diversi dagli animali. Quella cosa dentro che urge in loro: una promessa di bene, una vita grande. Si sentono fatti per una vita grande, meravigliosa, buona.
Perciò da quando nascono, per natura, aprono gli occhi e guardano. Guardano il mondo, guardano la realtà, per andare a vedere se ci sia qualcuno che dia loro testimonianza di quel bene. Il problema dell’emergenza educativa non sono loro: siamo noi. Loro, quando aprono gli occhi, guardano; il problema è cosa vedono quando guardano. Cosa vedono in noi quando ci guardano.
Piantiamola di nasconderci dietro la foglia di fico, per cui il cambiamento generazionale, l’epoca diversa… tutte cose vere, verissime — ho insegnato quarant’anni, figuratevi se non lo so. Certo che ci sono tanti problemi che tempo fa non c’erano, va bene; ma sono, come dico sempre, problemi secondi, non secondari, cioè di poco conto, ma secondi rispetto al primo. Cosa vede tuo figlio quando guarda te — e guarda inevitabilmente te, all’inizio. Poi, certo, l’orizzonte si allarga e comincia a guardare i fratelli, i parenti, il vicino del piano di sopra, la maestra del nido, poi la maestra dell’asilo, poi i compagni, finché a vent’anni guarda il mondo intero. Cosa vede in quei vent’anni in cui cerca disperatamente il bene, la verità, una strada per essere un po’ felice?
Ecco, tutta la questione educativa a me pare risolversi in questa domanda che i figli hanno, che gli adulti hanno, e perciò nella nostra responsabilità di rispondere. Solo che se loro cercano una testimonianza, tu non puoi rispondere con un discorso: gli rompi le balle, si ribellano alle parole, le sentono anzi come una pretesa ingiusta, come una violenza.
Voler bene… facilissimo a dirsi. Non è facile, ma è semplice. Cioè, almeno proviamo a chiedercelo ogni tanto. Capitemi — se dico qualcosa che può offendere, ditemelo pure — io non è che metto in dubbio il fatto che vogliate bene ai figli, figuratevi se mi permetto. Però un suggerimento, questo sì: provare ogni tanto, soprattutto voi giovani genitori coi bambini piccoli, provare una volta che dormono, che sono a letto, a mettersi lì — invece che accendere subito la televisione o internet — mettersi lì in silenzio, faccia a faccia, marito e moglie, e chiedersi: noi diamo per scontato che vogliamo bene ai figli, facciamo tutto per loro, i sacrifici, il lavoro; ma siamo sicuri davvero di sapere cosa vuol dire voler bene?
Ecco, io suggerisco almeno di far emergere il tema, di guardare in faccia questa responsabilità scomoda. Scomoda perché ti leva la pelle. Potreste scoprire, per esempio — constatare in un dialogo un po’ franco con la moglie o col marito — che il messaggio che noi mandiamo tutti i giorni ai nostri figli, in mille modi, è: io ti voglio bene. Ma allora perché questi non lo capiscono? Perché si sentono orfani?
Papa Francesco — non sono parole mie, l’ha detto lui tante volte — questa generazione soffre di orfanezza. Come dice la mia amica ucraina: si può stare coi propri genitori soli come cani.
Mi sentivo un corpo estraneo in famiglia.
È la prima affermazione fatta al cappellano del Beccaria, don Claudio Burgio, dal ragazzo che qui in Lombardia ha ammazzato padre e madre un anno fa, due anni fa — lo ricordate il caso; vabbè, non mi ricordo il paese, comunque qui in Lombardia. La prima cosa che ha detto a don Burgio è stata questa: ero un estraneo in casa mia.
Se ci si chiedesse, se ci si facesse quella domanda con un po’ di lealtà, si potrebbe scoprire, per esempio, che c’è il problema; almeno che il problema esiste. Perché cerchiamo di dire ai figli ti voglio bene e quelli non lo capiscono? Anzi, sembrano proprio farlo apposta, no? Ingrati, mentitori, lavativi, stronzi. Ma perché?
Forse il messaggio che gli arriva non è quello che noi abbiamo cercato di far arrivare — come se qualcuno, in mezzo, avesse cambiato la lettera e gliene avesse data un’altra. Perché a loro arriva un altro messaggio, e in questo ci possiamo aiutare tanto.
A loro non arriva il messaggio ti voglio bene. Spesso, spessissimo, gli arriva un altro messaggio, che suona più o meno così: «Certo che io e papà ti vogliamo bene, con tutti i sacrifici che abbiamo fatto per il lavoro…» — e già questo gli fa cominciare la giornata con un macigno così, che li tiene storti. «Certo che ti vogliamo bene, ma quanto bene ti vorremmo io e il papà se tu…».
Ma questa formula, di cui non ci accorgiamo nemmeno, è la formula di un ricatto, non di un affetto. Io potrei volerti bene se tu…: si chiama ricatto. Uno ricattato per diciott’anni, a diciotto anni ne ha piene le balle, non ne può più. Se poi la formula del ricatto è, come spessissimo accade: «Io e il papà potremmo volerti bene se tu prendessi almeno la sufficienza in tutte le materie, brutto stronzo, ché è da quando hai sei anni che la maestra ci dice che hai le capacità ma non ti impegni»…
Ecco, grosso modo, dall’Alpi alle Piramidi, in Ucraina come in Africa, il ricatto — soprattutto da parte della mamma — è questo: la pagella, la performance. Risultato: una generazione debolissima negli affetti, ansiosa da morire. Ma lo dicono gli psicologi, gli studi, le statistiche: ansiosa, con il problema della riuscita, del successo — non in senso negativo, eh — ma dell’autostima; o, se preferite, di qualcuno che affermi il valore di te.
Ma chi afferma il valore di te? Uno che ti vuol bene. A prescindere, a prescindere. In questo sta l’amore: che Dio ci ha amati per primo, mentre eravamo ancora peccatori. Possiamo girare la frittata come ci pare, ma la legge dell’esistenza è questa: che noi stiamo in piedi per amore. E l’amore lo percepiamo proprio come dice la lettera che vi ho letto: lo percepiamo quando siamo davanti a uno che ci guarda e darebbe la vita per noi adesso. Adesso: non domani se prendo sei, non domani se smetto di dire le parolacce, non domani se smetto di drogarmi. Mi vuol bene adesso, darebbe la vita adesso.
È vero che così ci ama solo Dio — ma questo se si è cristiani; e se non lo si è, è uguale, perché il problema resta. Cristiani o non cristiani, il problema della vita è questa affermazione: essere amati, cioè perdonati. Io ti voglio bene, io darei la vita per te. Io do la vita per te adesso. Non se cambi, non se prendi dieci.
Credo che l’unico vero grande problema dell’educazione sia questo: imparare a voler bene, cioè ad affermare il valore dell’altro.
Il bambino di terza elementare che faceva tribolare — non vi dico, era veramente un disperato. Dopo si fa presto: lo chiamano ipercinetico, lo mandano dallo psicologo e gli danno due calmanti. Anche questa medicalizzazione dell’educazione è un delitto che pagheremo carissimo; chiusa la parentesi. Ma insomma, avevo a scuola un bambino così, e la maestra non riusciva assolutamente a tenerlo, ci voleva una persona solo per lui.
Andiamo a Venezia, a San Marco. Avete presente la Pala d’Oro, quell’immenso gioiello d’oro massiccio e pietre preziose che sta dietro l’altare di San Marco? Portiamo lì la classe a vederla. È coperta da una tenda. Arriva il prete, don Marco — mi ricordo ancora — arriva il prete che fa un po’ da guida, tira la tenda, e compare questa cosa pazzesca: saranno tre metri per due, forse di più, un altorilievo d’oro massiccio, tutto cesellato, tutto scolpito, pieno di pietre preziose. Figuratevi, una terza elementare: i bambini con gli occhi fuori dalla testa. E là, proprio quel bambino, fa la domandona: «Quanto vale?».
Il prete — che poi sono andato a ringraziare, veramente, con le lacrime agli occhi — sapete cosa gli ha risposto? Gli ha detto:
«Guarda, non lo so, non ho idea di quanto oro ci sia, di come si faccia a dirlo. Se un anello d’oro costa…» — e ha sparato una cifra — «figuratevi tutta questa roba: praticamente è impossibile sapere quanto vale, tanto quel valore è grande. Però una cosa te la posso dire: tu vali di più».
Io me lo ricordo bene. Vi giuro che quel giorno quel bambino non era più lui, era trasformato. A parte che stava zitto, ma stava anche fermo, mano nella mano della sua maestra. Alla sera la mamma, vedendolo arrivare così trasformato, mi telefonò per chiedere cosa gli avessimo fatto, se avessimo inventato qualcosa, se gli avessimo messo qualcosa in vena: non lo riconosceva più. È durata una settimana, ma non era più lui — perché un estraneo gli aveva detto: tu vali.
Immaginate se tutti i consigli di classe d’Italia, in tutte le scuole, si trovassero a fare la valutazione così, facendosi questa domanda: cosa vuol dire affermare il valore anche del lavativo, di quello che non ha studiato? Io sono uno che bocciava tanto, eh; ma c’è modo e modo. Si può bocciare affermando il valore: si chiama valutazione.
Ecco, abbiamo tutti bisogno solo di questo. Allora, primo: l’educazione è questo sguardo sull’altro pieno di perdono. La parola giusta, in realtà, nel linguaggio cristiano sarebbe misericordia. Pieno di misericordia. Perché «perdono» sembra una cosa che fai tu — sei buono e quindi perdoni — ma poi non è mai vero.
Abbiamo un modo di perdonare che non va bene, che è quello di tenere il conto, no? Quando vanno a chiedere a Gesù:
«Quante volte dobbiamo perdonare? Fino a sette volte?»
Sette volte: tante, eh? Se il figlio ti fa per sette volte la stessa cazzata, non so chi di noi arriva a sette. E Gesù gli risponde:
«Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette» —
cioè quattrocentonovanta. Beh, ci sono degli eroi che riescono a perdonare quattrocentonovanta volte. Perché ci riescono? Perché stanno aspettando la quattrocentonovantunesima, quella della resa dei conti, capito? Si può perdonare così, accumulando risentimenti, rabbia, delusione, fino a sentir maturare un odio profondo per coloro che si dice di amare.
La misericordia è un’altra cosa. È il perdono vero, quello di cui parla Manzoni: perdonare veramente. Da che cosa ti accorgi che hai perdonato veramente? Dal fatto che non rimane più niente da perdonare. Ricordatevelo, è un bel pezzettino dei Promessi sposi: si perdona veramente quando non rimane più niente da perdonare. Sennò stai solo registrando quanto sei buono e quanto è una testa di vitello quello che hai davanti — e prima o poi gliela fai pagare.
Il perdono, questa misericordia, come contenuto del rapporto. E la testimonianza — l’altra grande parola — come strumento di questo perdono. Cioè: non preoccupatevi di educare i figli, perché in loro quell’imitazione è assicurata dalla natura; guardarvi per vedere dov’è il bene è assicurato dalla natura. Preoccupatevi invece di essere così evidentemente testimoni del bene, della verità, di una letizia nella vita, da poterli non ammazzare di prediche, ma da farli morire d’invidia. Questa è l’educazione: che tu vivi così bene che il figlio ti guarda e alla fine è costretto a dire «porca Eva, sarebbe bello essere come il papà». E succede, succede.
Bisogna che diamo loro la testimonianza di una vita grande; ma se ci pieghiamo su di loro e ne facciamo lo scopo della vita, li abbiamo già ammazzati. Non va bene. Tu devi avere uno scopo nella vita grande, quello che tiene insieme i pezzi. Lo scopo della vita devi averlo davanti a te: il figlio che ti guarda, poi, ti viene dietro prima o poi. Introdurrò dopo l’ultima parola, ma si capisce così: vivi alla grande tu, e vedrai che il figlio si incuriosisce. Ma se tu gli stai attaccata — dico apposta al femminile — attaccata addosso, con una pretesa e un’ansia di controllo che toglie il fiato, non gliela può fare, non ce la può fare a diventare grande.
Non preoccuparti: il segreto dell’educazione è non avere il problema dell’educazione.
Se tu hai il problema di educarli, fai parte del problema: tu devi avere il problema di vivere. Vivendo, li educhi.
Come hanno fatto i miei genitori a tirar su dieci figli? Io sono il quarto di dieci. Il decimo è nato che il primo aveva quindici anni: classe 1952, poi la sorella del ’53, la sorella del ’54, io del ’55, il prete del ’57; poi han perso un colpo, e via. È nato il decimo quando il primo aveva quindici anni. Allora, quando non c’era la lavastoviglie, non c’era la televisione, non c’era niente: come hanno fatto?
Io rispondo sempre: non avevano il problema di educarci, avevano troppo da fare. Avevano il problema di vivere, e vivevano così alla grande che mio padre — malato, perso il lavoro, sclerosi multipla — mio padre girava in paese con la bicicletta con le due rotelle, come il triciclo dei bambini, perché con la sclerosi rischiava di cadere: gliele avevano montate apposta. Girava in paese, ma fischiava. Era contento, era contento. E mia madre cantava. E se tu hai un padre che fischia e una madre che canta, diventi grande più facilmente. Non è difficile. Si capisce?
Se poi vivono una carità impressionante… avrei da raccontarvi tanti di quegli esempi. La mia mamma ogni tanto — non ogni tanto: una volta al mese, con una certa regolarità — ci mandava a fare la spesa. Ma una spesa che noi non avevamo mai visto: un salame, un pezzo di parmigiano così, tutta roba che noi ci sognavamo. Dico sempre che non ho patito la fame, sarebbe ingiusto, ma sono andato a letto tante volte con tanto appetito; ecco, mettiamola così. E lei mi faceva comprare il pezzo di grana così, un salame, il filetto, faceva su un pacco di roba così, e a due a due ci mandava — forse era un ricordo liturgico o evangelico — una volta al mese a portare il pacco alla vedova del paese. E noi non avevamo i soldi per mangiare.
Da bambino non capisci niente, no, lo fai perché la mamma dice di farlo. Ma se tua madre ti tira su così — non ti fa le prediche, non ti dice «bisogna essere buoni»: ti fa portare alla vedova del paese una spesa che a pensarci ti viene l’acquolina — allora non c’è bisogno che la mamma ti spieghi che i poveri sono poveri. Perché se vai in quella casa lì, dove viveva una vedova con sei o sette figli insieme alle galline, nella miseria — quella vera, quella del dopoguerra — tu capisci tutto: capisci cos’è il bene, cos’è il male, cos’è la generosità, a cosa servono i soldi. Non li hai, non li hai mai visti i soldi, ma sai cosa sono e quanto bene possono fare. E vieni su così, libero.
E potrei, vi ripeto, elencarvene tanti. Mio padre non mi ha insegnato, non mi ha rotto le balle perché dovevo diventare grande, responsabile, no? Solo che tu lo guardavi: era un uomo che lavorava, e lavorava bene, era bravo. Allora, quando avevo sei o sette anni, un giorno c’è stato da aggiustare la tapparella, con la cinghia che si arrotola perché c’è la molla dentro il muro, no? Solo che per staccare la cinghia bisognava svitare le due viti che tengono la molla dentro il muro, e una non veniva via. Mio padre mi ha chiamato, mi ha detto: «Franco, vieni qua che mi devi aiutare» — e già questo. Cioè: mi ha dato il cacciavite e ha fatto così: «Quella vite lì è tua». Basta.
Non so quanto ci ho impiegato, eh, mi sanguinava la mano; il cacciavite era grosso, non riuscivo a tenerlo con una mano, ero troppo piccolo, dovevo lavorare con due mani. Insomma, possono essere passate due ore, in lacrime, dal male alle mani sanguinanti. Ma dopo due o tre ore sono andato da mio padre, avevo la mia vite in mano: «Papà!». E mio papà ha fatto così: «Brao».
Quel «brao» mi ha dato un’autostima che non vi dico. Cioè, io sono diventato grande stimandomi, stimandomi infinitamente, perché mio padre mi aveva guardato negli occhi e mi aveva detto: «Bravo, bravo». Lo fa una volta, poi altre volte, poi in altre occasioni; poi la mamma ti porta con sé a messa prima e tu improvvisamente capisci cos’è che la tiene su, cosa la fa vivere.
Perché ci faceva pregare per i bambini del Polesine, quando è avvenuta l’alluvione. È arrivata a casa dalla messa prima e piangeva come una fontana, perché il parroco aveva sentito alla radio che c’era stata l’alluvione — primi anni Sessanta, l’alluvione del Polesine — e lei, sentendo il racconto del parroco a messa, è arrivata a casa in lacrime, ha svegliato tutti, ci ha raccontato la predica e l’episodio senza averlo sentito in diretta, e ha detto a noi bambini: «Facciamo così: prepariamo il pacco per i bambini del Polesine. Andate dove avete i vestiti, scegliete il vestito più bello, che prepariamo il pacco del Polesine». E noi, orgogliosissimi, ad andare a prendere il vestitino più bello o la canottiera più bella, e a fare il pacco per i bambini del Polesine.
Non faceva discorsi. Ma quando una madre, quando tua madre ha nel cuore il Polesine, tu capisci che ha nel cuore il mondo intero. Non c’è il problema di tirar su i figli, lì a guardarli, a controllarli: vive di una tensione al mondo intero, e tu te la respiri e dici: «Ma che grande è il cuore di mia madre!». Non perché ha fatto dieci figli: perché pensa al mondo.
Quanta fatica facciamo oggi a pensare davvero al mondo, così che i nostri figli possano dire: «Ah, il papà, guarda la mamma, che meraviglia!». Invece che essere lì a crepare nei cellulari, nei social; invece che lamentarsi, come tutti gli adulti fanno, del tempo — se piove, perché piove; se c’è il sole, perché c’è il sole; perché mancano i soldi, la politica di merda, la Chiesa fa schifo e la scuola peggio. Come fanno a diventare grandi in mezzo a un lamento continuo?
Se tu invece hai un papà e una mamma, e intorno anche un paese, che ragionano diverso, che sono grati di quel che hanno e si assumono la responsabilità di chi non ha o fa fatica — eh, è un’altra cosa: si cresce, e si cresce in fretta. Capite cosa voglio dire? Si capisce?
D. — Posso dirti anche una cosa?
Franco Nembrini — Tutto quello che vuoi.
D. — Mi sembra che questo aspetto della carità… a volte la carità è una fatica, a volte è il sacrificio, è tempo da dedicare, è una pazienza da portare; e però mi sembra che sia, come sempre, l’esperienza in cui, quando tu la fai e ti impegni con la realtà, ti accorgi che c’è sempre una X in più, c’è sempre un fattore misterioso in più che poi ti risponde. Cioè, quando noi stiamo coi bambini a Spazio Compiti, succede sempre che il bambino magari cambia uno sguardo, ti dà una risposta totalmente inaspettata: è come se tu ti impattassi con la realtà — quella realtà è dura, ti provoca, ti gira una domanda — e poi, in un modo o in un altro, ti risponde. Fai come un’esperienza per cui ti accorgi che dentro la realtà non ci sei dentro da solo, che c’è qualcuno che poi risponde.
A volte, non so se c’entra, però mi sembra che sia questa la dinamica; mentre tante volte abbiamo come una paura di entrare nel merito, no, di mettere le mani in pasta, o magari di fare un passo in più. A volte anche con i colleghi — è una domanda che ti volevo fare. Una mia collega dice: «A volte abbiamo paura di urtare la sensibilità delle colleghe delle generazioni più giovani al lavoro, magari per una correzione, per segnalare una cosa». E siamo noi che siamo frenati all’inizio; ma è un freno perché siamo anzitutto noi che non ci accorgiamo che non siamo soli, che siamo anzitutto stimati — per cui, se facciamo quell’osservazione lì, è per condurli a un bene. Cioè, siamo noi insicuri in partenza. Cos’è che serve? Cos’è che manca?
Franco Nembrini — Io penso che manchi l’esperienza diretta di quello che vorremmo fare. Cioè: non riesci a perdonare se non sei perdonato, non riesci a correggere l’altro se non sei stato corretto. Perché correggere — quindi fare anche un’osservazione ai colleghi — è sempre faticoso: rischi di essere giudicato un presuntuoso; e poi ti piace fare l’umile, e quindi zitto, che gli altri non si giudicano. «Gli altri non si giudicano». Ma chi l’ha detto? Chi l’ha detto? L’altro non si giudica nel senso che non si condanna: questo voleva dire Gesù quando diceva non giudicate. Ma giudicava, eccome.
È per una carità che, se ti vedo fare una cazzata, te lo dico. Io ne ho piene le scatole di adulti che per questi timori — che sono proprio contorsioni psicologiche — non crescono e non fanno crescere nessuno. Io voglio degli amici adulti che mi dicano: «Franco, qui no, non vai bene; guarda che si può fare diverso e ottenere di più». E io devo avere non la forza, ma la gratitudine di accogliere il suggerimento e dire: «Grazie, sei veramente un amico».
Non sopporto più che per una correzione certe volte venga giù l’amicizia: «Allora non mi vuoi più bene», il sentimentalismo, «no, Dio non esiste» — guarda, mi tira giù tutto un sistema perché t’ho detto che hai fatto una cazzata. Ma cosa t’ho detto di male? Ti sto cercando di aiutare. Certo, c’è modo e modo; però rimettiamoci a fare gli adulti, cioè ad amare la verità sopra ogni cosa. Questo intendo: amare la verità sopra ogni cosa vuol dire che se ti vedo fare una stupidata ti dico: «Ma dai, non così; ti aiuto, faccio un pezzo di strada con te, ma non così», e te lo spiego, e ho la pazienza di perdonarti una volta, e due, e tre. Insomma, si fa della strada insieme: bisogna farla da adulti.
Quando lui mi ha fatto vedere la casa che abbiamo visto — la vostra sede, la sede di Casa Nazareth — sono rimasto… gliel’ho detto subito a cena: sono rimasto sconvolto, perché è la prima volta che vedo un’opera educativa per i bambini che ha lo spazio per i loro genitori. È una roba fantastica. Cioè, che preoccuparsi dei bambini sia prima di tutto preoccuparsi dei loro genitori: che siano grandi i genitori, questo farà grandi i bambini — non lo stargli addosso. Si capisce?
Allora quella preoccupazione che dici, di correggersi, diventa un atto di amicizia vera, diventa un amore alla verità tua, dell’altra famiglia; molto discreto, molto umile. Ma l’umiltà non è un compromesso con la verità: l’umiltà è l’intelligenza di capire di che cosa l’altro ha bisogno per fare un passo. Poi ne farà un altro, poi un altro ancora, proprio come i bambini. Da questo punto di vista siamo tutti da educare, e dobbiamo educarci a vicenda. E la Chiesa si chiama madre e maestra rispetto a noi adulti — non lo sta dicendo dei bambini. Abbiamo bisogno di un luogo che ci rigeneri in questo amore per la verità, che ci corregga e ci insegni come camminare: la Chiesa mater et magistra.
D. — C’è un esempio, scusami, che viene da una tua testimonianza: tu una volta hai fatto l’esempio di quella classe che aveva il pavimento sporco, no? Me lo ricordo bene, e adesso te lo faccio raccontare, perché giustamente spesso viene poi la domanda: si educa con l’esempio, si educa con un richiamo? Non c’è la ricetta perfetta, a volte servono tutte e due. Tu come hai fatto?
Franco Nembrini — Sì, è un episodio che racconto spesso per far capire che in educazione non ci sono meccanismi che assicurano il risultato, non ci sono ricette: ognuno di voi se la deve cavare rischiando tutti i giorni una possibile risposta, guidato dalle cose che ho detto prima.
L’esempio che faccio spesso è questo. Io ho sempre insegnato ai ragionieri — ragionieri bergamaschi, aspiranti ragionieri bergamaschi — e poi il dolce stil novo: provare per credere. E mi capitava… io non riesco veramente a lavorare in un ambiente sporco. Dopo l’intervallo entro in classe per cominciare la lezione: il pavimento era uno schifo. Quel giorno, evidentemente, avevo dormito male, mi avevano fatto tribolare, che ne so, ero arrivato a scuola già un po’ girato; a vedere quell’aula conciata così sono esploso dal nervoso, e gli ho detto: «Sentite, io in una merda così non lavoro. Vado al bar a bere il caffè; quando l’avete pulita mi chiamate e riprendiamo la lezione». E devo dire che qualcosina è successo.
La volta dopo — no, non la volta dopo: mesi dopo — nella stessa classe si ripete la scena, pavimento di nuovo sporchissimo. E lì ho fatto esattamente il contrario: invece che urlare e insultarli, perché gliene avevo dette di ogni, invece che urlare e insultarli sono stato zitto, mi sono inginocchiato — giuro, eh — ho preso il cestino lì nell’angolo dell’aula e, in ginocchio, passavo tra i banchi chiedendo: «Scusa, puoi spostarti?». Tanto che alcune ragazze, le più sensibili, non hanno resistito e si sono messe in ginocchio con me: non ce l’hanno fatta a rimanere sedute, mentre il professore di italiano, coordinatore della classe, passa e chiede scusa, e raccoglieva le cartacce, la buccia di banana.
Qual è quello giusto? Vanno bene tutti e due, vanno bene tutti e due. Se una mattina hai i cinque minuti girati ti incazzi di più; una mattina che sei più francescano e hai parlato coi fiorellini e con gli uccellini, allora ti viene da essere più buono. Non lo so. Il problema qual è? Che l’una cosa e l’altra — il rimprovero, anche nervoso, anche un po’ cattivo, o l’umiliazione cercata per far vedere cosa vuol dire servire — tutte e due le cose siano guidate da un amore per la verità. Io volevo che i miei ragazzi imparassero a servire, imparassero che in un ambiente bello si lavora meglio, si sta meglio tutti, e che è responsabilità di tutti.
Allora, inventatevi giorno per giorno la soluzione: non ce l’ho io. Il problema è quale criterio usate. Cioè: se avete lo sguardo addosso ai figli in modo esclusivo, che li fa annaspare, che li soffoca; oppure avete uno sguardo grande come la mia mamma, che non è mai uscita dal paese — dice che in viaggio di nozze è andata da Trescore a Sarnico, che sono quindici chilometri, ma è sul lago; questo pare sia stato il viaggio di nozze — non è mai uscita di casa, ma aveva come orizzonte il mondo intero: i bambini dell’Africa, i bambini del Polesine. Capite? Se avete come orizzonte il mondo, i vostri figli ci sguazzeranno dentro, verranno dietro, impareranno. Magari non tutti, magari non sempre, magari non subito, perché poi c’è il grande tema della libertà.
Neanche un atteggiamento così vi assicura il risultato: santa Monica ha dovuto aspettare che Agostino si convertisse non so quanti anni, ed era già molto grande, e gliene aveva fatte di tutti i colori prima. Non c’è assicurazione del risultato. C’è da pregare Dio che tuo figlio incontri il suo sant’Ambrogio — perché Agostino ha cambiato tutto sentendo una predica di Ambrogio da fuori della chiesa. C’è da pregare che tuo figlio incroci le compagnie giuste; e puoi fare tanto, su questo. Ma tu dove sei? Tu a chi servi? Tu come usi i soldi? Tu come usi il tempo, la salute, le competenze che Dio ti ha dato? Perché sennò, hai voglia, con le prediche.
D. — Leone XIV, ai diplomatici, la settimana scorsa diceva: «Noi siamo i tempi», con una provocazione, come dire, di responsabilità notevole.
Franco Nembrini — Esatto.
D. — Allora, io avrei altre mille domande, però sono già le dieci, le dieci e mezza. Se qualcuno invece ha una domanda, lascio volentieri la voce a chi vuole porre una questione: abbiamo un microfono, Luca là in fondo ha il microfono. Sentitevi liberi, insomma; sennò urlatela e io la ripeto e la poniamo.
Franco Nembrini — Ho parlato troppo, non so, non me ne sono accorto: è volato il tempo, questa è la questione. In attesa che magari intanto qualcuno pensi a una domanda, mi ricollego un secondo a quest’ultimo tema — perdonami, però temo di aver lasciato un po’ inevasa la domanda così chiara di non so chi l’abbia fatta all’inizio: «Lascio le bambine a casa e mi sento in colpa perché vado al lavoro».
È come la mamma che mi dice, una volta: «Non farò mai un secondo figlio». La Peppa, mi sembra una… «Però, come mai così decisa?». «Perché sarebbe un delitto dover dividere l’amore a metà». Io sono andato dal marito e gli ho detto sottovoce: «La faccia vedere da uno bravo». Perché mia madre cosa avrebbe dovuto fare? Che l’ha diviso per dieci — ma moltiplicando. Ma guardate, c’è gente che ragiona così, eh. Ci siete?
Il problema è veramente che cosa vuoi tu dalla vita; e poi un figlio, o anche dieci, cresce guardandoti. Certo che ci vuole attenzione: c’è un’età in cui è più facile andare a lavorare e lasciare a casa il figlio, c’è un’età in cui forse il figlio reclama maggiori attenzioni. Anche qui, aiutiamoci: aiutatevi, quando andate al piano di sopra di quella casa lì, parlate di queste cose e abbiate il coraggio di correggervi a vicenda, perché non c’è quasi mai.
Il sesso, i soldi e l’educazione sono le tre cose su cui anche l’amico più caro non deve permettersi di mettere il becco: ecco, questa è la regola generale. Invece, se si ama la verità più di ogni altra cosa, se si amano i figli davvero, viene anche il coraggio di chiedere all’amico: «Tu, quando mi vedi coi figli, cosa vedi? C’è qualcosa che sto sbagliando? Dimmelo, abbi la carità di dirmelo e di suggerirmi». Questo è decisivo.
Fatto sta che, se il figlio guarda te, se hai quell’ideale grande che segui tu nella vita, che tiene insieme il lavoro, il tempo libero, il bene da fare — come faceva mia mamma a trovare il tempo di fare il pacco per i poveri e via dicendo? Non aveva il tempo di respirare, da un certo punto di vista; però lei aveva il mondo intero a cui pensare, e ci pensava. C’è un modo, insomma, di vivere per cui i tuoi figli non sentiranno come un abbandono il fatto che vai a lavorare. Anzi.
Erano gli anni Ottanta, quando scoppiò Solidarność in Polonia; i più vecchi ce lo ricorderanno. Lech Wałęsa era il leader e faceva l’elettricista: era il leader della rivolta che buttò per aria il sistema. Bene, lo arrestano perché si è rifiutato di firmare un contratto dei cantieri di Danzica, un contratto che consegnava di fatto la protesta in mano alla polizia. Si è rifiutato una volta, due volte, tre volte; alla fine vanno a casa e lo portano in galera. La moglie era incinta del sesto figlio — ne avrebbe poi avuti altri due o tre, mi pare. E i giornalisti corrono là, perché era ormai un personaggio famoso, e chiedono alla moglie: «Ma perché non si è opposta? Perché non ha detto a suo marito: firma questo foglio, dopo non fa la guerra, vedrà, ma firma; adesso in galera, e mi lascia qui da sola con cinque bambini e il sesto nella pancia?».
Lei ha risposto, ha detto al giornalista: «Ma lei come ragiona? I miei figli hanno bisogno di un padre, non di un traditore. I figli hanno bisogno di un padre; può essere in galera, ma un padre». Se è un padre, c’è. Si capisce?
Non è un problema di divisione dei tempi. Certo che è un problema, ma non lo risolvi ritagliandoti cose strane, o rinunciando per poi avere la frustrazione che i figli ti hanno impedito di realizzarti nella vita: non funziona mai. È un cuore che diventa così grande da tenere dentro il lavoro, la famiglia e il mondo intero. Troverai anche il tempo di occuparti della Sierra Leone, come fa mia moglie da anni, o dell’Ucraina. Non c’è tempo per far niente, ma ci sta tutto: in un cuore grande ci sta veramente tutto. Si capisce, vero?
D. — Possiamo riassumere che il titolo che ci siamo dati questa sera, La vita come compito, è in sostanza la vita come missione: cioè la vita come un riconoscersi e un fare veramente questa esperienza di essere anzitutto amati. E lo si riconosce perché siamo oggetto, come dire, sempre di un di più: ogni volta che ci si impatta con la realtà, ci si affida, e il buon Dio ti dà sempre un di più. Fare esperienza di questo — il centuplo quaggiù — ti dà come la consistenza per cui uno si appassiona anche al mondo, e rischia nell’educazione.
Franco Nembrini — Certo. E rischia, e scommette sulla libertà anche dei figli. Sarebbe il tema di una seconda serata, evidentemente; ma non si può fare tutto.
D. — Però è anche il tema di tanti tuoi libri.
Franco Nembrini — Bravo! Questa è una buona idea. Eh, che gancio! No, nel senso: gliel’ho detto prima, io non ho scritto praticamente…
D. — Vai, dai. Te l’ho servita su un piatto d’argento.
Franco Nembrini — Sì, mi ha alzato la palla. Scherzo, perché gli ho raccontato che mi capita a volte di tornare in un posto dove sono già stato — e ci torno volentieri, perché magari mi racconta il prete, o il capo del centro culturale, insomma chi aveva organizzato il primo incontro: «Ma sai, Franco, che riprendendo il tuo libro Di padre in figlio» — per dire il primo che ho scritto sull’educazione — «riprendendo il tuo libro Di padre in figlio abbiamo cominciato a trovarci all’oratorio? All’inizio erano cinquanta, perché sull’entusiasmo; poi ne sono rimasti venti, ma ci sono venti mamme e papà che sono andati avanti, e anzi più vanno avanti e più sono contenti di riprendere le cose che ci avevi detto quel giorno. Torneresti a darci una mano?». Io lì torno sicuramente: vale di più che andare in giro a fare i fuochi d’artificio, dove è cominciato un lavoro.
Su queste domande che ho lanciato stasera, su queste provocazioni: che ci sia qualcuno tra voi — non tutti, evidentemente, non succederà mai, ma qualcuno — che comincia a dire «voglio andare a fondo di questa cosa», e trova tre amici che lo fanno con lui. Ecco, allora vuol dire che è nato qualcosa di nuovo, allora qualcosa di grande è successo. I libri che porto in giro servono esclusivamente a questo: servono come strumenti per chi ha voglia di riprendere il ragionamento.
In questo caso, se mi permettete — non so se farlo, perché non ve l’ho chiesto prima, di solito chiedo, ma lo faccio lo stesso; mi sento così a casa che lo faccio — voglio fare una precisazione. Siccome a seguito di quella lettera, insomma di una serie di cose, di amicizie, di rapporti, sto organizzando insieme ad alcuni amici la possibilità che quaranta famiglie di Kharkiv — proprio dopo tre anni di bombardamenti, dopo tre anni di fughe nei bunker e nelle stazioni della metropolitana, dove fanno un po’ di scuola, e non ne possono veramente più — siamo riusciti a organizzare una vacanza in Italia, al mare, per quaranta persone. Sono tutti nuclei familiari composti da una mamma e uno, due o tre bambini, di cui almeno uno portatore di handicap gravi, e il marito in guerra o morto: quindi o vedove, o col marito in guerra. Siamo riusciti a ottenere i permessi eccetera; insomma, verranno quest’estate in Italia per quindici giorni, di cui una settimana al mare — e vedranno il mare per la prima volta.