La ferita


Chi è Ignazio di Loyola
padre Jean Paul Hernández SJ — Sant'Ignazio in 8 parole, prima puntata: dalle Camerette di Sant'Ignazio nella Chiesa del Gesù a Roma.

Ci troviamo nel centro di Roma, presso la Chiesa del Gesù, che è la chiesa madre dei Gesuiti. Ma se, al posto di entrare nella chiesa dal portone principale, andiamo un po’ a destra, troviamo un’altra porticina: c’è scritto «Collegio Internazionale del Gesù», dove tanti giovani gesuiti di tutto il mondo vengono a Roma per studiare, soprattutto teologia. Dentro questa grande residenza universitaria — si potrebbe dire così: è una comunità di giovani gesuiti che studiano insieme — si trova un gioiello, ed è la stanza dove Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, ha passato gli ultimi anni della sua vita ed è morto.

Noi ci troviamo adesso all’ingresso del corridoio che porta poi a questa stanza, che si chiamano le Camerette di Sant’Ignazio. Ci troviamo in questo corridoio, in cui ci possiamo rendere conto un po’ di chi è questo personaggio, chi è Ignazio di Loyola. Intanto la prima cosa da sapere è che Ignazio di Loyola non è il suo vero nome: il suo vero nome è Íñigo López, perché lui è nato in una famiglia, in un piccolo castello di nobiltà rurale chiamato Loyola — dunque «di Loyola». Nasce nel 1491, come ultimo di tredici fratelli.

Pensate, è un tempo allucinante. 1491: vi dice qualcosa? Cioè, un anno prima che Cristoforo Colombo arrivasse alle prime isole americane, di fronte alla Florida o vicino a Cuba, attualmente. Quello che noi chiamiamo la scoperta dell’America — poi sappiamo che, insomma, così tanto scoperta non è; però questo grandissimo cambiamento che è stato per l’uomo europeo di allora, fine del Medioevo, di dire: ma c’è un’altra terra!

Anzi, prima ancora, già i portoghesi negli anni precedenti avevano iniziato le grandi spedizioni, avevano già fatto il giro dell’Africa. Si capiva ormai che la terra non era piatta e che forse, andando verso l’occidente, uno potrebbe fare tutto il giro della terra: quello che poi Juan Sebastián Elcano, alcuni anni dopo, alcuni decenni dopo, iniziò a fare, e che Magellano ha compiuto.

Dunque il mondo è sconvolto da queste grandi scoperte. Noi oggi pensiamo di essere in un’epoca di grandi, grandi trasformazioni — non so: intelligenza artificiale, internet, teoria gender, e chissà domani. All’epoca i cambiamenti erano ancora più grandi, perché non soltanto si scoprivano nuove terre, nuovi mondi, ma la cultura stava riscoprendo tutta la storia dell’antichità e si ritornava alle fonti. È quello che si chiama l’Umanesimo: si andava proprio a studiare i testi del paganesimo antico, che cambiavano, scombussolavano la fede cristiana, e si iniziava a insistere sulla bellezza fisica. Si aveva un’altra idea anche dell’uomo, cambiava l’idea dell’uomo: l’identità umana non era più necessariamente legata alla relazione con Dio.

E dunque anche per la Chiesa c’era una grossa crisi. Infatti la Chiesa era caduta in una sorta di decadenza, pian piano, alla fine del Medioevo: per questi scombussolamenti filosofici e ideologici, ma anche per il fatto che molti monasteri erano decaduti, molti preti vivevano la loro vita semplicemente come una ricerca di potere, e anche molti vescovi. La gente viveva una disaffezione alla liturgia, una disaffezione alla gerarchia della Chiesa, e già si sentiva il rimbombo, in Europa centrale ma anche in Spagna, della necessità di grandissime riforme. C’era già stato Jan Hus a Praga, e da lì a vent’anni Lutero avrebbe fatto esplodere la bomba della Riforma protestante.

Ebbene, in questi anni di grandissima trasformazione, in un luogo un po’ dimenticato dal mondo, che sono i Paesi Baschi — un paesaggio meraviglioso: siamo nell’attuale Spagna, ma sembra un po’ la Svizzera, solo che vicinissimo c’è anche il mare; ci sono delle montagne verdi, alte, e delle masserie — in una di queste masserie, un po’ più fortificata, nasce Íñigo, dicevo, l’ultimo di tredici fratelli.

È una famiglia che aveva combattuto al servizio del re della Spagna. Suo fratello più grande è morto a Napoli, qua in Italia, combattendo contro i francesi. Sono stati, tutta la loro famiglia, sempre molto leali, diciamo, all’esercito spagnolo che si stava formando allora. Anche questo è un grande cambiamento: non esisteva la Spagna come la pensiamo oggi. Fino a pochi anni prima della nascita di Íñigo López de Loyola: il regno di Aragona e di Castiglia si uniscono nel 1474, quando si sposano Isabella, la regina di Castiglia, e Ferdinando d’Aragona, e poi dopo prendono la Navarra.

Ma proprio in queste operazioni di dare un’unità a questo insieme geografico che noi chiamiamo la Spagna, questa famiglia, la famiglia di Loyola, è presa dentro tutte queste dinamiche di potere. E che cosa farà il papà di questo piccolo Íñigo, l’ultimo? Cosa posso fare per l’ultimo? Perché tutti gli altri… i beni della famiglia, i beni — questo piccolo castello, che è la casa-torre di Loyola, ma anche i campi che avevano — sono stati già dati ai fratelli maggiori. Cosa si può fare per il piccolo di una famiglia? Lo si mette in un contesto in cui possa essere educato, perché certo, in quelle valli un po’ selvagge dei Paesi Baschi non è che l’educazione raffinata di una città come Firenze o Roma o Toledo o Alcalá o Parigi arrivasse lì.

Ed ecco che il giovane Íñigo va a corte: è ammesso come paggio, come aiutante, come piccolo servitorello, alla corte del ministro delle finanze dell’impero. E questo era ad Arévalo, una città della Castiglia. Voi immaginate: il ministro delle finanze di quello che stava diventando la prima potenza mondiale, l’impero spagnolo. È come oggi essere a casa del ministro delle finanze, del Tesoro americano, o forse cinese: per dire, no?

E lì che cosa fa? Lui impara le buone maniere, impara a leggere e a scrivere, e vede queste dame che passano in quel castello, vede il potere, vede anche la vanità del potere, vede anche come questi uomini assetati di potere alla fine non hanno una vita felice. Ma lui è preso da questo verme, da questo serpentello della ricerca del potere, tanto che, non appena diventa un po’ più grande, a diciassette anni si mette poi al servizio di un altro nobile, il duca di Nájera, che sta nella Navarra.

La Navarra ancora oggi ha conservato una certa indipendenza di gestione, e questi nobilotti della Navarra amavano sì collaborare con il re della Spagna, ma avere anche la loro corte. E allora il giovane Ignazio andrà lì, dal duca di Nájera, e imparerà anche moltissimo nelle armi, e diventerà un galantuomo, un cortigiano — noi diremmo, nel nostro linguaggio, un grande figo — perché era attraente, sapeva ormai un sacco di cose che aveva imparato nella corte del ministro delle finanze, aveva un sacco di contatti.

E in quegli anni lì, probabilmente nel 1517 o 1518, vede addirittura arrivare in Spagna il nuovo imperatore, che è Carlo V. E il nuovo imperatore arriva con la sua figlia e con altre donne della sua corte. E che cosa fa? Ebbene, Ignazio, che è un folle di ambizione, perché lui vuole essere il migliore — lui ha imparato che o sei il numero uno o non vale la pena vivere, cioè lui reagisce così, è un vincente — e dice: magis! Che cos’è il sogno più grande che posso avere? Vincere tante guerre, essere un ufficiale dell’esercito, ma anche avere la donna più importante, la figlia dell’imperatore. E si va a innamorare proprio di una delle figlie di Carlo V.

Bene, tutto questo è il suo mondo. Tra l’altro non è una persona facilissima di carattere, e va volentieri in lite, e addirittura sappiamo che non solo nella guerra, nelle battaglie, dove è normale che ci si uccide, ma anche in duello ha ucciso qualcuno. Dunque, noi possiamo dire: un criminale, un vanitoso, un uomo pieno di sé e che vuole soltanto la gloria, può diventare un giorno santo? Impossibile. Come è successo?

Ebbene, nel 1521 lui sta al servizio dell’esercito spagnolo che difende la città di Pamplona. Contro chi? Contro le truppe francesi, quelle odiatissime truppe francesi: sono quelli che hanno ucciso suo fratello a Napoli. E allora dice: io qua non cedo. Cosa succede? I francesi però sono molto più numerosi, prendono già tutta la città di Pamplona, e allora lui si rifugia con alcuni altri soldati nella cittadella di Pamplona e dice:

«Noi, piuttosto morire che renderci».

Allora i francesi iniziano a bombardare con, sapete, delle palle di cannone, che sono delle palle così, di piombo, con questi cannoni della fine del Medioevo e di quell’epoca del Rinascimento, in cui già avevano una forza distruttiva: la balistica ormai era andata molto avanti, nel senso che si distruggevano le pareti e le mura anche dei castelli. Una di queste bombarde di cannone tocca Íñigo di Loyola, e crolla a terra.

Ebbene, lui ci racconta tanti anni dopo che, quando lui cade ferito, cade la cittadella, perché più nessuno ha avuto il coraggio ancora di resistere. Vuol dire che era lui che riusciva a mantenere il morale delle truppe, era lui che riusciva a dare coraggio a questi soldati, a tenerli lì in una situazione impossibile, in qualcosa in cui uno non può ragionevolmente… essere così matto da dire: con pochi soldati riusciamo a vincere contro un esercito francese così ben preparato!

Ebbene, quando lui crolla, crollano tutti i sogni, tutte le ambizioni, tutto il programma di vita che lui aveva, perché è ferito per sempre e, diciamo così, diventa un portatore di handicap — diremmo noi, un disabile — per tutta la vita. Un disabile, uno che ha una gamba più corta dell’altra, uno che è sempre, dopo, claudicante.

Ecco, questo è il nuovo Ignazio. Ma per adesso sa soltanto che tutto quello che ha costruito durante trent’anni della sua vita — perché all’epoca, in questa ferita di Pamplona, aveva trent’anni — tutto quello che ha costruito per trent’anni della sua vita, tutto il suo castello di potere, di ambizione, di donne conquistate, di piccoli flirt per sentirsi ancora più figo: ecco, tutto questo crolla. Ormai lui ha perso una gamba, ormai ha perso una battaglia, ha perso tutto quello che aveva conquistato nella vita. Ci ritroviamo con un Íñigo di Loyola a terra, da tutti i punti di vista.

E saranno molto generosi, i francesi, che ormai hanno preso totalmente il controllo della cittadella di Pamplona, di cercare di guarirlo, di curarlo. No, impossibile. Allora che cosa fanno? Addirittura lo portano in barella alla sua casa natale, dov’è nato appunto, a Loyola. Ecco, lì inizia un’altra tappa della sua vita: quando tutto è crollato, quando tutte le ambizioni, tutto quello che è il crearsi da sé, il costruire se stesso con il criterio del potere, del prevaricare sugli altri — quando tutto questo è crollato, allora finalmente, forse, Dio potrà fare qualcosa nella sua vita.

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