Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
Il titolo di questa serata è «La memoria del cuore». Ecco, mi è venuto questo titolo mutuandolo proprio da questa frase, che Luca ripete due volte: in questo brano di questa sera, ma anche al presepe, quando appaiono i pastori che vengono ad adorare il bambino dopo il canto degli angeli. Quindi c’è una memoria non solo della testa, ma nel cuore.
E questo brano del Vangelo di questa sera — il ritrovamento di Gesù nel tempio — è un intermezzo, un intervallo in questi trent’anni di vita nascosta di Gesù: dalla presentazione al tempio, tra le braccia di Simeone, fino alla vita pubblica, Gesù vive la vita nascosta. Ecco, questa incarnazione che non è solo nel grembo di Maria, ma è proprio l’imparare — tra virgolette — a essere uomo, come tutti noi abbiamo imparato. Allora questo testo fa da cerniera, diciamo da intervallo, in questo lungo silenzio in cui non sappiamo niente di Gesù, se non presumiamo la sua quotidianità.
Ecco, a dodici anni il primo pellegrinaggio. I genitori andavano ogni anno a Pasqua, ma a dodici anni c’è il primo pellegrinaggio del ragazzo, e quindi il suo ingresso solenne nella società giudaica, ecco, come maggiorenne: ed era il primo passo verso l’autonomia. Ovviamente erano altri tempi, con altra cultura e altre età che non le nostre.
E l’evangelista Luca, in questo brano, fa emergere ancora una volta il ruolo di protagonista di Maria rispetto a Giuseppe, che pur defilato è sempre presente. Anche già Simeone, nella presentazione al tempio, non si era rivolto a Giuseppe, ma a Maria, dicendole che una spada le avrebbe trafitto l’anima. Anche qui, in questo brano, è Maria che prende l’iniziativa e chiede spiegazioni al figlio adolescente. Quindi, il ruolo di primo piano di Maria.
Maria e Giuseppe perdono il figlio, credendolo nella carovana con i coetanei, con i parenti, come era uso fare questi pellegrinaggi verso Gerusalemme: in una carovana, anche per tutelarsi da eventuali assalti. Ecco, sembra strano perdere un figlio, ma è possibile, e credo — oserei dire — che tutti i genitori perdano i figli. È comune a tutti i genitori, prima o poi, accorgersi di aver perso tuo figlio, tua figlia. Perché? Perché è preso nella carovana delle cose da fare, nella carovana dei giorni, dal lavoro, da mille preoccupazioni. Un giorno ti fermi e d’improvviso ti accorgi che tuo figlio, tua figlia non c’è più: il bambino carino che conoscevi, la bambina dolce e deliziosa hanno ceduto il posto a uno sconosciuto.
Quindi quello che avviene per Giuseppe e Maria con Gesù credo che avvenga a tutti i genitori, con le loro crisi di crescita: le crisi di crescita dei figli nell’adolescenza — soprattutto nella turbolenza dell’adolescenza, come quella di Gesù —, ecco, determinano anche la crisi del genitore. Quindi, anche se non sempre, a seguito della crisi dei figli un genitore dovrebbe mettersi in discussione, come Maria e Giuseppe che si mettono alla ricerca del figlio smarrito. Smarrito non vuol dire perso chissà dove, come loro avevano smarrito Gesù; però a volte i figli sono smarriti, disorientati dentro, e bisogna andare alla ricerca del proprio figlio. Ed è un cammino a ritroso: bisogna tornare nel tempio, quasi a ritrovare le motivazioni del tuo essere padre, madre. Quindi un ritorno a ritroso. E credo che, se i genitori generano i figli, i figli mettono al mondo i genitori, con i loro passaggi, come è avvenuto per Giuseppe e Maria in questo brano.
Ecco, Maria e Giuseppe sono in un pellegrinaggio per la festa, ma dovranno poi incamminarsi verso un altro pellegrinaggio. A volte, quando si vedono le persone che fanno dei pellegrinaggi, è uno spostamento geografico, ma spesso è un pellegrinaggio interiore. Quindi, in quel camminare cercando il figlio, era un viaggio a ritroso, ma era anche un viaggio interiore per i genitori. E lo troveranno dopo tre giorni: tre giorni di ricerca. Per ritrovare il proprio figlio non basta pensare di conoscerlo: richiede tempo, ritrovare il proprio figlio. E appunto, poi, bisogna ritornare anche nel tempio, quasi a dire che lo trovi solo entrando nella sacralità del suo cuore, nel cuore del figlio, rispettandolo. Quindi Giuseppe e Maria tornano indietro: è un pellegrinaggio, diciamo un ritorno a Gerusalemme, ma anche un viaggio interiore. Come voi che siete genitori sapete: quanti pellegrinaggi interiori vi hanno fatto fare i vostri figli, alla loro ricerca.
Angosciati, ti cercavamo.
Famiglia santa, quella di Nazaret, eppure non le è risparmiata l’angoscia. Santa, eppure in crisi, dove i figli non capiscono i genitori. Ottimi genitori e santi, Giuseppe e Maria, eppure non capiscono il figlio. Sono profeti, visitati dagli angeli, eppure non capiscono quello che succede nella loro casa. Quindi potremmo dire che neanche i santi capiscono i santi — e questo ci consola, perché anche in famiglia, in comunità, per noi è difficile capirsi.
Allora da questa famiglia santa però imperfetta, santa però limitata, scende come una benedizione, una consolazione per tutte le nostre famiglie, che hanno tutte i loro limiti. Noi abbiamo l’immagine sempre un po’ oleografica, sdolcinata, della famiglia di Nazaret; però sappiamo che è una famiglia reale, che ha il travaglio, che viaggia per il censimento, che dovrà fuggire in esilio, che dovrà vivere la vita quotidiana. Quindi è una benedizione che scende sulle nostre famiglie, perché neppure la Santa Famiglia, la migliore delle famiglie, è stata esente da incomprensioni, dalle fatiche della vita.
Però c’è un particolare, ecco: insieme vanno a Gerusalemme, insieme cercano il figlio, insieme ritornano a Nazaret. Ecco questo avverbio, insieme, che è sempre più raro nelle nostre famiglie: ognuno vive la propria strada, ognuno ha le proprie mete, ognuno i propri segreti. È un pericolo, nelle famiglie soprattutto, questo non fare più quasi nulla insieme, tanto meno le cose del Padre. Ecco, quindi, ritrovare questo avverbio nelle famiglie sarebbe tanto importante, in queste monadi che circolano da sole.
Ecco, Maria chiede:
Perché ci hai fatto così?
Maria non riesce a comprendere, perché Gesù non si era perso: deliberatamente era rimasto a Gerusalemme. Ecco, la sua domanda, già come con l’angelo, è una ricerca di senso, il travaglio di una ricerca. Ecco, i perché spesso sono l’espressione di un travaglio interiore, di una ricerca interiore. E lei non ha accolto acriticamente il saluto dell’angelo, e neanche questa scelta di Gesù: ecco, lei fa la domanda perché non vuole correre il rischio di far dire a Dio quello che Dio non dice. Quindi interrogare anche Dio nelle situazioni della vita ci aiuterebbe, forse, a fare più chiaro, e a non attribuire a Dio qualcosa che lui non vuole dire.
E con l’angelo aveva chiesto il come:
Come è possibile? Non conosco uomo.
Al suo figlio chiede il perché. Ecco, sono le stesse domande che spesso affollano la nostra mente: come è possibile perdonare, magari, un tradimento, una ferita grande? Perché mi succede questo? Quindi, quel come, quel perché sono le domande che ci abitano, e spesso non c’è una risposta immediata. Ecco perché bisogna avere la pazienza del cuore. Noi siamo abituati ormai ad accendere un interruttore; se il computer è lento ci arrabbiamo, vogliamo risposte subito; ma ci sono risposte che solo la pazienza del cuore può attendere.
Ecco, la prima e l’ultima parola nel Vangelo di Luca — le prime e le ultime parole di Maria nel Vangelo di Luca — sono due domande. E con la sua domanda Maria obbliga Gesù a dire la sua prima risposta: quindi Gesù, fino adesso, non aveva proferito una parola, ed è Maria, con la sua domanda, che farà rompere il silenzio a Gesù, così come farà alle nozze di Cana — e lo vedremo domani sera.
Per la prima volta Gesù parla, e la prima parola di Gesù è una domanda, come fa spesso nel Vangelo: quando qualche interlocutore gli pone una domanda, Gesù risponde con un’altra domanda, per portare l’interlocutore a un livello più alto. Difatti, alla domanda, al perché di Maria, Gesù rifà un’altra domanda:
Perché mi cercavate?
Ecco, è una domanda che non è rivolta solo a Giuseppe e Maria, ma anche a noi: ma perché cerchiamo Dio? E che Dio cerchiamo? Se il Dio che risolve i problemi o il Dio che abita il mistero.
Il tuo volto, Signore, io cerco: non nascondermi il tuo volto.
E Gesù risponde con una oscura chiarezza: oscura, perché Maria e Giuseppe non la capiscono, però è chiara — lui dice il perché del suo essere venuto:
Devo occuparmi delle cose del Padre mio.
E questo sarà stato un promemoria per i genitori: che lui era loro figlio, ma era un figlio da altrove. Vi ricordate la poesia di Gibran, quando una madre chiese al profeta «raccontami dei figli»:
I tuoi figli non sono figli tuoi, sono i figli…
Anche Giuseppe e Maria dovranno ricordarsi che quel figlio, come tutti i figli, non è possesso dei genitori, ma della vita; e Gesù era figlio del Padre.
Ecco, Maria, ponendo la domanda, apre un dialogo pacato, senza risentimenti, senza accusa: ecco che sa interrogare e ascoltare, cosa che non riusciamo più a fare in famiglia, forse anche in comunità. Lei interroga, riceve una domanda incomprensibile: questo sapersi interrogare, ascoltare, lasciarsi interrogare. Perché anche i genitori dovrebbero lasciarsi interrogare dai figli, che sono sempre una domanda posta nel cuore dei genitori: «che sarà mai di questo figlio?», si chiedevano, come alla nascita di Giovanni Battista.
Ma essi non compresero quello che aveva detto loro.
E non sempre, non spesso è facile comprendere i propri figli, anche magari quando ti rispondono in un impeto di rabbia: ecco, è espressione del loro disagio; spesso i figli rispondono con un’aggressività che esprime il loro malessere. Ecco, Maria e Giuseppe hanno fatto l’esperienza di non comprendere. E a volte bisogna accogliere anche la parola di Dio che non si comprende: a volte non ci giunge chiara, convincente. Allora, a volte, la parola di Dio bisogna coglierla così com’è, non perché è chiara, ma perché è parola di Dio; e quando non la comprendiamo si innesca il meccanismo della ricerca, il percorso della meditazione nell’attesa. Ecco, dobbiamo chiedere a Dio che ci aiuti a conservare nel cuore le sue parole, anche quelle che non comprendiamo, e anche quelle dei nostri cari.
E la prova di Giuseppe e di Maria educa anche loro alla libertà: fu una prova importante per loro. E credo che anche per noi le prove che abbiamo vissuto bene rendano sapiente il cuore. Come posso rendere sapiente il cuore? Dio non ci toglie le prove, ma attraverso le prove, se le reinterpretiamo bene, ci rendono più sapienti. Ecco perché padri e madri — e direi uomini e donne — lo si diventa nel corso di tutta una vita, rinnovando l’impegno anche quando non si capiscono i figli, anche quando non si capiscono certi passaggi della vita.
Ecco, allora, nei momenti difficili la strategia non è accusarsi reciprocamente, ma cercare un progetto insieme. Giuseppe e Maria non si sono accusati — «è colpa tua», «è colpa mia» —, ma insieme vanno a cercare il figlio. E quindi anche evangelizzarsi reciprocamente: sapere che, se hai seminato del seme buono, il tuo figlio — anche se ora sembra inverno per quel seme — prima o poi germoglierà, la primavera tornerà. Quindi, come dice un salmo:
Nell’andare, se ne va e piange.
I genitori sono sempre chiamati a seminare, anche se non c’è un raccolto immediato. Ecco, quindi, se c’è una virtù un po’ dimenticata nella nostra società, è la perseveranza: ecco, noi siamo nella cultura dell’immediato, dell’effimero, mentre la virtù della perseveranza è una vita quotidiana che non s’arrende, discreta, umile. Ecco, come genitori, essere come Maria e Giuseppe, perseveranti nella seminagione, sapendo anche che verrà il tempo del raccolto, ma non sai quando.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita,
dice Gesù.
E Luca racconta due pellegrinaggi: da Nazaret a Gerusalemme, e da Gerusalemme a Nazaret, verso la casa; quindi verso il sacro e verso il quotidiano. Allora Nazaret e Gerusalemme sono come due poli in cui si dovrebbe muovere il cuore di una famiglia: Gerusalemme, che dice la casa di Dio, le cose di Dio; Nazaret, che è il nostro quotidiano. Gerusalemme, come dire «amerai il Signore Dio tuo»; Nazaret, «ama il prossimo tuo come te stesso». Ecco, la nostra vita dovrebbe svolgersi tra queste due polarità, Gerusalemme e Nazaret, e farle coincidere, perché quando io vengo in chiesa mi porto la mia Nazaret, la mia storia, la mia famiglia, le mie lacrime, le mie speranze; e quando torno a Nazaret, a casa, porto Gerusalemme con me, quanto ho vissuto nella chiesa. Quindi, unificare Nazaret e Gerusalemme nelle nostre famiglie.
Allora Gesù, pur avendo risposto così bruscamente — apparentemente — alla madre, torna e si sottomette a loro, perché non scavalca il crescere umano. Quindi si sottomette anche a chi non lo capisce; e si può diventare sapienti anche sottomettendoti all’incomprensione di chi magari ti è più caro, perché non tutto ci va bene nella vita. Però c’è un passo della Lettera ai Romani, 8,28, che dice:
Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.
Tutto concorre al bene. E io mi ero chiesto: ma com’è possibile che tutto concorra al bene? Perché mi ero fermato alla prima parte e non alla seconda: «per coloro che amano Dio». Quindi Maria e Giuseppe fanno concorrere al bene anche una pagina abbastanza dolorosa, in cui smarrire un figlio crea angoscia — e chi è padre, madre lo sa. Allora è una consolazione per i limiti delle nostre case, come dicevo: ma si può crescere anche nelle difficoltà, sottomessi a chi non ci capisce.
Maria impara l’arte di pensare, di meditare:
Maria custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
Ecco: conservare le cose e inserirsi in qualcosa di più grande, perché se non lo capisco non vuol dire che è assurdo, ma che forse non sono ancora pronto per capirlo. Quindi Maria meditava, metteva insieme come i pezzi di un puzzle, nell’attesa che si componesse, per comprendere qualcosa che ci supera, che la superava. Allora, almeno capire che c’è un oltre nelle cose.
La verità è che viviamo, che la vita la viviamo in modo precipitoso. Ecco, Maria ci dice anche una calma nel vivere le cose: e così, vivendo sempre frettolosi, ci sfuggono tantissime cose, tante ricchezze che potremmo scoprire se fossimo un po' più meditativi, contemplativi. C’è una frase che dice:
Si annega nella superficie, non nella profondità.
Si annega nella superficie del mare, non nella profondità. Per questo ti chiediamo e ti preghiamo, Maria: donaci la tua sapienza, che è l’arte di un cuore che ascolta.