Stella del mattino


Novena Immacolata "Ave Maria...", IV serata
Quarta serata della Novena dell'Immacolata Concezione della B.V. Maria in Porziuncola. Presiede fr Paolo Guerrini, OFM

Questa sera il titolo che ho dato è «Stella del mattino», ed è mutuato dalle litanie che tra poco canteremo insieme. Perché «stella del mattino»? Perché, appunto… E per la pagina del Vangelo che abbiamo ora ascoltato si potrebbe chiedere: perché parlare dei re Magi questa sera? Perché, appunto, come dice il titolo di questi nove giorni — «Ave Maria» —, dall’Annunciazione e dal dialogo che ne è seguito, ecco, ho pensato che è come un sasso lanciato nell’acqua della storia: è come quando si lancia un sasso in uno stagno, ecco, si formano onde concentriche che vanno sempre ampliandosi. Quindi queste onde che sono state mosse da quella Annunciazione sono arrivate lontano, non solo nello spazio, contagiando appunto i re Magi, ma sono arrivate fino a noi, e andranno oltre noi.

Ecco, Betlemme: siamo a casa. Betlemme vuol dire «casa del pane», ma è anche la casa del silenzio. Difatti, a parte il colloquio dei Magi con Erode, nessuno parla; poi, quando i Magi giungono a Betlemme, non vengono riferite a noi delle parole, quasi che a custodire tutto debba essere il silenzio. Il silenzio, perché spesso le parole — lo sappiamo — non sono sufficienti; anzi, spesso le parole sporcano, sembrano sporcare quanto viviamo interiormente. Quindi i Magi vedono e adorano, e alla fine della loro ricerca c’è questo adorare, questo portare la mano alla bocca e tacere: tacere perché parli appunto il silenzio.

In un libro del 1952 che ho trovato anni fa, di Fulton Sheen, un arcivescovo americano, c’è questo stralcio, questa frase:

Quanto più ci avviciniamo allo Spirito, tanto più aumenta il silenzio. Ad ogni passo che la creatura muove verso il Creatore le parole diminuiscono. Come l’amore: agli inizi l’amore parla, poi, approfondendosi nelle sue ricchezze, diventa senza parole.

Ecco, pur essendo ricchi — perché presumiamo lo fossero, per intraprendere questo viaggio durato lungo tempo —, i Magi, pur essendo ricchi, sapevano che per camminare sulla terra bisogna innanzitutto innalzare lo sguardo, come in fondo questo tempo di Avvento ci invita a fare. Quindi capiscono, i Magi, che la realtà non è solo quella che si vede, e che la terra ha bisogno di cielo, ne ha bisogno: quindi la terra è fatta anche di cielo, e ne ha bisogno. Quella stella che hanno visto brillare nel cielo brillava per tutti, però non tutti sapevano leggerla.

Ecco, e credo che la nostra anima, un po’ la nostra vita, appassisca quando non sappiamo più guardare in alto: quando non si hanno stelle nel cammino, qualcosa viene a morire della nostra umanità. Credere, come fu per Maria, ho pensato che è mettersi in cammino dietro una luce che cammina, così come la stella cometa: la stella cometa è una luce che cammina. Perché Dio è — adesso farò rabbrividire qualche teologo — immutabile dinamicità. Ho messo insieme queste parole: Dio è una immutabile dinamicità, perché è sempre se stesso, Dio, però è sempre in movimento, così come lo sono le vicende umane della storia, ma anche della nostra vita.

I Magi viaggiano quindi seguendo la scia di questa cometa, e in quella stella vedono molte cose, quasi che quella stella fosse abitata da altre stelle. Così come la parola «Dio»: questa parola di tre semplici lettere contiene tutto, tutto ciò di cui abbiamo bisogno. E i Magi si mettono in cammino perché desideravano scoprire cosa ci fosse al termine di quella stella. Ecco, Dio ha un desiderio — se è un desiderio non lo so, però ho pensato che il desiderio di Dio è che noi lo desideriamo —, perché Dio non è un dovere, non deve essere un dovere: Dio è un desiderio.

Allora il loro arrivo a Gerusalemme scuote Gerusalemme: questo è il torpore di Gerusalemme, e anche il nostro. Erode, il tiranno, il sanguinario, allora chiama gli esperti della Scrittura, tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo. Quindi a Gerusalemme ci sono i professionisti, ma non colgono la luce: loro leggono e studiano la Parola, ma non si mettono in strada, perché non ci credono davvero. Un po’ come tanti credenti che dicono di credere ma che non si mettono in cammino interiormente.

Allora la sedentarietà della loro religione si contrappone alla dinamicità che è la fede: la fede è dinamica, la religione rischia di diventare statica, di bloccare un po’ il cammino, i piedi del cuore. Allora la dinamicità della fede è rappresentata non solo dai Magi, qui, ma soprattutto da Maria, che ha cominciato il cammino della fede nel Nuovo Testamento. Gli scribi si muovono solo per andare a corte, per un pensiero cortigiano, compiacente, per compiacere al re: però hanno smesso di cercare, di desiderare. E credo che questo sia il pericolo più grande per noi: smettere di cercare, di desiderare Dio.

Allora Dio lo troverà non tanto chi presume di conoscerlo, ma chi lo desidera. Quindi, come incontrare Dio? Desiderarlo. Solo nella misura in cui lo desideriamo e lo cerchiamo possiamo trovarlo; e nella misura in cui lo troviamo non smetteremo mai di desiderarlo e di cercarlo. Allora poi i Magi si prostreranno e adoreranno e apriranno i loro scrigni, lo sappiamo; però il vero dono al bambino, e anche a se stessi, è proprio la loro ricerca: la ricerca del mistero, la ricerca di Dio è già ricompensa a se stessa, anche se sembra che non arriviamo al traguardo della nostra ricerca. Allora dovremmo essere come loro: cercatori sempre, mai smettere di cercare, a qualsiasi età.

«Videro un bambino». Dopo Maria, Dio ricomincia da un bambino. Perché? Perché Dio non s’impone. Dio non si impone, come un bambino non si impone: se non lo accogli, se lo rifiuti, il bambino non potrà mai fare violenza. Quindi Dio si presenta nel bambino perché Dio non vuole imporsi; come dissi la prima sera, si ferma sulla soglia del cuore di Maria perché non vuole forzare il cuore. E ancora, il Creatore si è fatto lui stesso polvere, e allora c’è una vicinanza assoluta: Dio è l’Emmanuele, il Dio con noi.

E oserei dire che il Verbo si fece carne, ma non si è fatto carne solo in quella volta: in ognuno di noi, in ogni uomo, c’è un frammento di Dio. Quindi l’incarnazione non si è conclusa solo con Gesù, ma l’incarnazione continua e fiorisce in ogni bambino che appunto si affaccia alla vita. Quindi ancora l’incarnazione in atto.

Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre.

Se una parola potrebbe accompagnarci al Natale, è l’umiltà: l’umiltà, la parola rivoluzionaria del Natale. I Magi adorano un bambino, semplicemente un bambino, il quasi niente. Ecco, per noi i bambini adesso sono diventati una specie in estinzione; ai tempi di Gesù ce n’erano tanti — altra natalità, alta mortalità. Però loro sì, si prostrano davanti a un bambino: tutta quella strada per arrivare a un bambino come tanti altri, eppure non c’è delusione in loro, anzi, si prostrano e adorano, si prostrano davanti a una scena vista chissà quante volte.

E non ci viene spiegato che cosa hanno visto, forse perché ognuno di noi deve fare quell’esperienza. E quando le esperienze sono profonde, quando qualcosa ci tocca profondamente, non sappiamo esprimerlo, e forse la cosa che lo esprime meglio è il silenzio. Ecco, forse perché la fede è più l’intuizione del cuore che un ragionamento della testa, come dice la volpe al Piccolo Principe, che più o meno conosciamo tutti:

Non si vede bene che col cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi.

Allora l’essenza del cristianesimo non è tanto nell’originalità della dottrina — tante cose le dicono anche le altre religioni —, ma proprio nella persona di Gesù, che è carne di Dio: questo è lo scandalo della nostra fede, Dio che si fa carne in un uomo. E allora la strada più diretta per arrivare a Dio, come l’hanno percorsa un po’ i nostri Magi, è proprio l’umanità di Gesù, la carne di Gesù. Adesso lo vediamo tra le braccia di Maria sua madre, poi lo vedremo abbracciato alla croce — più che inchiodato alla croce, penso che Gesù sia stato lui ad abbracciare la croce alla quale noi lo abbiamo inchiodato. Quindi un Dio sotto il velo di carne, un velo che è stato tessuto dal grembo di Maria.

Sant’Agostino dice:

Cammina attraverso l’uomo e giungerai a Dio.

Quindi si giunge a Dio camminando proprio nei sentieri dell’umanità di Gesù: ora, appunto, come dicevo, in braccio a sua madre; poi lo vedremo sulle strade della Palestina; poi lo vedremo che rantola, il suo sangue colare sulla croce. Ecco, quindi un Dio che si presenta bambino, un Dio che sceglie Maria, una ragazza sconosciuta, un Dio che contraddice le nostre unità di misura di grandezza. Per noi, che sotto sotto cerchiamo sempre i bagliori dell’onnipotenza, Dio si veste sempre di umiltà, di povertà.

Ecco, «il bambino con Maria sua madre»: questo significa appunto l’umanità di Gesù, di Dio, ed è un invito a tornare ai Vangeli. Ecco, tutti i cercatori di ogni tempo, come i re Magi, alla fine della ricerca troveranno sempre l’uno e l’altra, Gesù con Maria, perché Maria necessariamente parla di suo figlio Gesù, dell’Annunciazione, di questa maternità; e quando lo incontriamo, Gesù, la sua esistenza ci condurrà inevitabilmente a Maria. Quindi cristologia e mariologia si abbracciano sempre alla fine della ricerca: se incontri Maria troverai Gesù, se incontri Gesù inevitabilmente ti condurrà a sua madre.

Allora, un piccolo che vive solo se viene accolto: Gesù, questo bambino, come la fede. E la fede è un seme di luce che è gettato nel cuore di tutti gli uomini: quando Dio ha soffiato nel grembo delle nostre madri, ha soffiato se stesso, ed è come se avesse posto un seme di luce nel cuore di ciascuno. Solo che il pericolo è che non lo alimentiamo e che languisca: dobbiamo alimentarlo perché non si spenga.

I pellegrini dell’assoluto, i nostri re Magi, a Betlemme, casa del pane, trovano un pane che si offre alla loro fame: nonostante la ricchezza erano mendicanti di vita, e trovano l’eternità. Parafrasando il titolo di un libro di von Balthasar, Il tutto nel frammento, ho pensato che i Magi, quando arrivano lì, vedono il bambino e quella madre: trovano il tutto nella briciola di un bambino. Ecco, il tutto nella briciola di un bambino.

Nella reggia di Erode i nostri Magi avevano — Erode, simbolo un po’ di tutto ciò che spegne il cuore —, avevano perso la luce della stella: la stella era scomparsa, e con essa la gioia. Quindi, questo scomparire della stella: i cercatori di verità sanno che nella vita la stella scompare, la stella appare, poi dispare. Solo chi non cerca rischia di non perdere la stella, perché non l’ha neanche vista, però rischiando di perdere se stesso. Quindi i cercatori di Dio si devono attendere anche degli smarrimenti.

I Magi, se è per questo, sono un po’ i santi più nostri, perché sono lontani, sono lontani, sono confusi, perché il loro cammino è pieno di errori: arrivano a Gerusalemme, sbagliano la città; arrivano, vanno dal tiranno; cercavano un re, trovano Dio. Quindi anche loro, il loro cammino è pieno di errori come il nostro; però hanno un pregio, che non si arrendono. Ecco l’infinita pazienza di ricominciare: perché questo consola il nostro cammino spirituale, che è fatto di ritardi, di rallentamenti. E forse il problema più grosso non sono gli errori, ma arrendersi agli errori.

Allora ripartono, e

al vedere la stella provarono una gioia grandissima.

Ecco, questo uscire dalla reggia di Erode mi sembra un po’ la metafora di quando si esce dalle crisi che la vita ci impone: quando prima avevamo perso la luce della stella, rivediamo la stella e con essa la gioia; ecco, Erode non ci opprime più, non ci sovrasta più.

Poi la casa del pane, Betlemme, diventa la casa dei doni. Difatti noi sappiamo che

aperti i loro scrigni, offrirono oro, incenso e mirra.

I Magi, nella tradizione, sono tre in base ai tre doni; però sappiamo che i Magi sono tutti i cercatori di Dio, tutti gli inquieti cercatori che si sono messi sul sentiero del loro desiderio. Non c’è adorazione senza dono, senza dono, perché forse, quando amiamo qualcuno, nasce necessariamente l’esigenza di donare; però si apre il cuore donando ciò che si è, più che ciò che si ha. Quindi i Magi ci insegnano che, quando si adora veramente, si apre lo scrigno del cuore e si offre ciò che si è.

E poi i Magi ritornano — l’abbiamo sentito —, ritornano in Oriente, ma non si smarriscono per la strada, perché oramai la stella che cercavano ce l’hanno dentro. Quindi la fede è un incontro che cambia la vita, lo sguardo, le scelte:

Per un’altra strada tornarono al loro paese.

Ed è vero: quando si incontra il Signore, quando facciamo un’esperienza profonda di fede, si torna per un’altra strada alle cose di tutti i giorni, alla stessa vita di tutti i giorni, però con uno sguardo, con un cuore diversi. Così loro torneranno alle loro terre, ma abitati da ciò che hanno vissuto: non saranno più gli stessi. Ecco, Erode ha perso la sua seduzione. Erode, che è colui che vuole manipolare l’uomo, non potrà mai dirmi chi sono io: solo Dio ha il segreto di me stesso, e quindi troverò me stesso solo nella misura in cui cercherò Dio.

Allora poi sappiamo che Betlemme diventa anche la casa dell’esilio: non abbiamo letto la pagina, ma Giuseppe, Maria e il bambino dovranno fuggire in Egitto. Ecco, e sarà anche la città della strage degli innocenti, delle domande, dei perché che ci attraversano. Però pensate: Dio non ha risparmiato l’esilio a suo Figlio, a Maria e Giuseppe. Ecco perché la strategia di Dio non è toglierci l’esilio, i deserti, ma di darci forza in mezzo ai deserti.

E anche a Maria non fu risparmiato questo: anche lei, come noi, deve uscire ogni giorno — come gli ebrei nel cammino del deserto — ad accogliere la manna necessaria per il giorno di oggi; domani raccoglieremo la forza e la manna ancora che scenderà dal cielo per le necessità e la forza di quel giorno. Allora sì, la vita a volte è in esilio, ma ho pensato che sempre dietro c’è un progetto più grande che ancora noi non capiamo.

Il Signore dunque viene dentro la nostra storia non tanto con la bacchetta magica — non l’ha risparmiata a Maria, non l’ha risparmiata a Giuseppe, a Gesù —, ma come forza per camminare, e forza per prendere, come fu detto a san Giuseppe:

Prendi con te Maria, il bambino con lei.

Ecco, sono loro la nostra forza per ricominciare. Si ricomincia sempre altrove: ma non altrove come luogo, bensì come sguardo del cuore, con un cuore diverso, così come fecero i Magi, così come ha fatto Maria.

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