Giuseppe, un uomo giusto.


Novena Immacolata "Ave Maria...", III serata
Terza serata della Novena dell'Immacolata Concezione della B.V. Maria in Porziuncola. Presiede fr Paolo Guerrini, OFM

Ecco, sappiamo che il Vangelo di Matteo è rivolto soprattutto ai credenti che provengono dall’ebraismo, dal giudaismo, quindi sottolinea, rispetto all’evangelista Luca, la figura di Giuseppe per dimostrare che Gesù è appunto della discendenza davidica.

Allora, facendo una cronologia che io ho scelto, ma forse abbastanza sensata, il primo contagio che Maria, dopo l’Annunciazione, ha: la prima persona contagiata è Elisabetta, che abbiamo appunto meditato ieri. Questa sera invece il contagio avviene con Giuseppe. E perché questa cronologia? Perché presumo che solo dopo questa certezza, dopo aver visto la cugina Elisabetta, Maria avrà parlato a Giuseppe di questa gravidanza, di questo dialogo con l’angelo.

Allora questa che abbiamo ascoltato stasera potremmo chiamarla l’Annunciazione di Giuseppe.

Ecco, Giuseppe quindi è il prototipo del credente che, paradossalmente, diventa credibile nella misura in cui nella sua vita accoglie l’incredibile. Quindi noi siamo credibili. Un cristiano non è credibile quando è semplicemente ragionevole. Quindi il credente, proprio perché accoglie in sé l’incredibile, dovrebbe diventare quasi incredibile in se stesso.

C’è Simone Weil, questa pensatrice ebrea, che tra le tantissime cose che ha scritto ha una frase che ritorna spesso:

La vita del credente è comprensibile solo se c’è in lui qualcosa di incomprensibile.

Quindi il credente per forza deve ospitare in sé l’incredibilità di Dio, perché la fede è sempre oltre la ragionevolezza, oltre il sensato.

Allora Maria, come dicevo, gli avrà narrato del dialogo con l’angelo, di quanto sta tenendo nel suo grembo e del suo eccomi. E così come ha fatto con Giuseppe, Maria fa ugualmente con noi, che non eravamo presenti quel giorno. Quindi potremmo dire che noi siamo Giuseppe quando prendiamo questa pagina del Vangelo, quando recitiamo l’Ave Maria: è come se lei ci parlasse di quel giorno, di quell’annuncio, di quel grembo che si sta muovendo e sta lievitando in lei.

Allora questo figlio è per opera dello Spirito Santo, quindi è una vita che viene da altrove, non nella linea generazionale umana, ma un figlio che viene dall’alto. E Maria concepisce l’inconcepibile. Adesso uso questo gioco di parole: Maria concepisce l’inconcepibile.

Duplice significato: Maria nel suo grembo concepisce, come dirà Salomone nel primo libro dei Re, colui che i cieli dei cieli non possono contenere. Quindi l’incontenibile viene contenuto nel grembo di Maria.

Ed altra cosa inconcepibile alla ragione umana è che la creatura concepisce il suo Creatore. Il paradosso: come può una creatura concepire il proprio Creatore?

Quindi questo è avvenuto non forzando Maria, ma Maria ha consentito e Dio si è travasato in lei, perché ogni detto a Dio rende possibile l’impossibile. Anche noi, quando abbiamo detto sì a Dio, abbiamo reso possibile l’impossibile, a volte perdonando anche persone che ci hanno ferito profondamente, un tradimento.

Allora possiamo comprendere il turbamento del povero Giuseppe, come Maria restò turbata quando l’angelo le parlò di questa maternità.

Mentre stava considerando queste cose…

Pensiamo Giuseppe che è come noi: quando ci accade qualcosa di profondo continuiamo a pensare, a ripensare, e quasi diventa un tormento. Che cosa doveva fare con Maria?

Quindi Giuseppe è anche l’uomo innamorato. C’è un libro molto bello di Olivier Le Gendre che parla appunto di Giuseppe, in cui si immagina Giuseppe come un giovane innamorato di Maria. Quindi Giuseppe è combattuto tra l’amore e la giustizia della legge. Alla fine di questo travaglio prenderà con sé Maria, preferendo alla discendenza l’amore, e invece della generazione biologica sceglie di avere Maria.

Ecco, e qui comincia la radice della verginità. Noi quando parliamo di verginità abbiamo un’idea di castità, ma castità e verginità non sono la stessa cosa. Giuseppe ci dice che è possibile amare senza possedere, senza impadronirsi della persona.

Allora, come ogni carpentiere, penso che Giuseppe avesse le mani indurite, però con un po’ di romanticismo potremmo dire che aveva anche un cuore intenerito dall’amore e dai sogni.

Allora è un uomo giusto che farà proprio il sogno di Dio. E quando nel sonno la parola umana tace, gli parla Dio. Allora quando il ragionamento non basta più, quando la testa si ferma, ecco allora Dio parla.

Giuseppe è affascinato e sgomento da questa cosa. Abbiamo sentito che vorrebbe anche sottrarsi dal mistero che, come dice san Paolo, abita una luce inaccessibile.

Come posso entrare e fare entrare in me l’inaccessibilità del mistero di Dio?

Quindi c’è anche uno sgomento di tipo religioso da parte di Giuseppe. Ma l’uomo non può vivere senza mistero. Noi non possiamo vivere senza il Mistero con la M maiuscola, non con gli enigmi della cronaca. L’uomo senza mistero resta un enigma a se stesso.

E quindi Giuseppe diventa beato perché ascolta la parola di Dio e la mette in pratica. Quindi anche lui è figlio di quella beatitudine che poi proclamerà proprio Gesù nel Vangelo.

Allora anche lui concepisce l’inconcepibile, come Maria. Cioè concepisce l’inconcepibile nel senso che darà il nome a colui che è il Nome che, anzi, nella Bibbia Dio non era neanche pronunciabile.

Quindi anche Giuseppe darà il nome al bambino chiamandolo Gesù, come Adamo fece dando il nome alle cose, dominandole e diventandone quasi padrone.

Allora anche a Giuseppe, dicevo, l’Annunciazione viene rivolta con l’esortazione che fu rivolta a Maria:

Non temere.

Ecco questo non temere che torna tantissime volte nella Bibbia, ai personaggi che hanno una missione. Ecco, è rivolto anche a noi.

Non temere è l’antidoto della paura. Ecco la paura, quel veleno che il serpente ha inoculato in Adamo e che tutti abbiamo ereditato quasi per discendenza cromosomica. Siamo abitati dalla paura e Dio sempre ci dice:

Non temere.

Come lo disse a Maria, come lo disse a Giuseppe, a Pietro.

Allora la paura infatti è il contrario della fede ed è inversamente proporzionale: più c’è paura in noi, vuol dire che poca è la fede. Ecco, ma Giuseppe non ascolta la paura e diventa vero padre di Gesù, anche se non è il genitore.

Allora generare un figlio è facile, ma essere padre e madre, farlo crescere e tutto quello che ne consegue, insegnargli il mistero e il mestiere di uomo, è tutta un’altra avventura. Bastano pochi istanti per diventare genitori, ma padri e madri lo si diventa nel corso di tutta una vita. Dostoevskij ha una frase che ho trovato:

Colui che genera un figlio non è ancora un padre. Padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno, degno di questo nome.

Ecco, come tutti noi, anche Giuseppe mostra la sua difficoltà ad aprirsi a qualcosa di più grande di lui. Siamo sempre restii ad accogliere qualcosa di più grande in noi. Però noi siamo fatti per l’impossibile. L’impossibile è la forza che ci attrae.

Se alcuni sognatori non avessero sognato di volare, non avremmo mai volato. Ci sono stati sognatori che hanno sognato il computer e noi ancora lo usiamo. Quindi noi siamo fatti per l’impossibile.

Ecco quindi l’arrendersi a Dio è un modo per vincere e Giuseppe si arrenderà a Dio. È il suo modo di realizzare la sua umanità. Anche Giuseppe, senza proferire parola, senza dire neanche una parola, anche lui pronuncia il suo eccomi come lo pronuncia Maria. Accoglie Maria e il dono che lei porta. Quindi Maria ha detto il suo fiat, il suo eccomi; Giuseppe non lo dice, ma lo fa.

Ecco, accoglie il proprio sogno, il segreto che è nascosto in Maria. E come dicevo, le persone feconde di Dio sono contagiose. Quando incontri un santo, ti contagia inevitabilmente il desiderio di Dio. Quindi Maria, dopo aver contagiato, tra virgolette, Elisabetta, ecco che contagia Giuseppe.

Quindi sia Maria che Giuseppe ci insegnano una cosa: ad accogliere le parole non che vengono dalle nostre paure, ma dalla nostra fede, quelle che vengono da Dio, e metterle in pratica.

Ed ecco, dopo i sogni e le incertezze, i dubbi, le incertezze, la concretezza di Giuseppe:

Prese con sé la sua sposa.

E come Maria fece spazio nel suo grembo a Gesù, a questo figlio d’altrove, ecco anche Giuseppe scava nel suo cuore, nella sua vita, uno spazio per accogliere questo bambino estraneo, che è frutto dello Spirito Santo.

Adesso posso dire qualcosa che mi è venuto così. Oserei dire che accogliendo Maria il bambino, inizia la gravidanza di Giuseppe. Come quando a un papà la moglie dice che aspetta un figlio: anche il padre comincia la sua gravidanza, come fu per Giuseppe.

Ecco, come Maria il giorno dell’Annunciazione, anche Giuseppe era solo davanti alla scelta. Dio si ferma sulla soglia della sua libertà. Anche se l’angelo dice:

Fece come gli ordinò il Signore,

però è un ordine che non ha subìto. Giuseppe ne è diventato interprete per tutta la vita. Un ordine si esegue puntualmente, lui ne ha fatto una ragione di vita.

Allora “Giuseppe siamo noi” è il titolo di un libro che ho letto tempo fa. E anche noi viviamo la sfida della fede che Maria ci lancia narrandoci il suo dialogo e della vita che lievita nel suo grembo, nel suo ventre.

Parole di De André nella canzone della Buona Novella, questo disco molto bello che De André incise basandosi sugli apocrifi, e dice:

La stagione in cui lievita il ventre.

Ecco la prova che Giuseppe attraversa, come anche noi. Le prove della vita mettono a nudo la nostra umanità ed emerge l’essenziale: un uomo vale davanti a Dio quanto vale la sua fede.

Allora Giuseppe, superata la prova, attraversata la prova, sceglie di amare Maria, di amarla senza possederla come cosa sua. Quindi, ripeto, castità e verginità non è fare o non fare, ma è amore senza possesso, senza impadronirsi dell’altro.

Giuseppe non si impadronirà né di Maria né del bambino, ma anche Maria, lo vedremo nei prossimi giorni, dovrà capire che quel figlio che lei ha tessuto, che le è stato dato, non è sua proprietà.

Vi ricordate Kahlil Gibran, quando nella sua poesia sulla madre:

La parola più bella sulle labbra del genere umano è madre e la più bella invocazione è “madre mia”. E’ la fonte dell’amore, della misericordia, della comprensione, del perdono. Ogni cosa in natura parla della madre. La stella sole è madre della terra e le dà il suo nutrimento di calore; non lascia mai l’universo nella sera finchè non abbia coricato la terra al suono del mare e al canto melodioso degli uccelli e delle acque correnti. E questa terra è madre degli alberi e dei fiori. Li produce, li alleva e li svezza. Alberi e fiori diventano madri tenere dei loro grandi frutti e semi. La parola “madre” è nascosta nel cuore e sale sulle labbra nei momenti di dolore e di felicità, come il profumo sale dal cuore della rosa e si mescola all’aria chiara e all’aria nuvolosa.

Ecco quindi passare dal possedere al proteggere e custodire è il cammino di ogni vero amore. E amare per primo, amare in perdita, amare senza calcolo: quello che fece Giuseppe per accogliere in sé Maria. Non fece il calcolo di quello che gli conveniva. Ecco, amare veramente qualcuno vuol dire lasciare il calcolo fuori dalla porta del cuore.

E Giuseppe sarà padre fino a nascondersi nel silenzio. Difatti di Giuseppe non viene pronunciata neanche una parola nel Vangelo, quasi che Giuseppe si nasconda nel silenzio, ma facendosi sempre trovare presente nel momento del bisogno, come dovrebbe essere ogni padre.

Giuseppe ci insegna che il più forte, il più grande, non è chi vuole l’ultima parola, ma chi per primo sa tacere. E che è l’azione, l’agire, sarà la prova della sua vera grandezza.

Quindi Giuseppe non è un parolaio, ma è colui che veramente con il suo agire dimostra la sua fede.

Non chi dice: “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,

dirà Gesù. E Giuseppe ci rientra bene.

Ecco, Maria lascia la casa del sì detto a Dio dell’Annunciazione e va nella casa del sì detto a un uomo. Maria è la donna del sì, ma però il primo sì l’ha detto a Giuseppe. Quindi l’angelo, quando venne, non trovò una ragazza asettica, ma una ragazza che era innamorata, che aveva già avuto forse i battiti del primo innamoramento, degli sguardi degli innamorati.

Quindi Maria aveva bisogno di Gesù, Dio aveva bisogno di una donna innamorata, e Maria aveva bisogno di un uomo innamorato come Giuseppe per superare lo scandalo di questa maternità, lo scandalo della fede. Come noi, quando diciamo l’Ave Maria, siamo chiamati a superare lo scandalo della fede.

Allora Ermes Ronchi ha un testo che dice che ogni tanto dovremmo chiedere perdono a Maria per aver fatto un torto alla sua umanità. Forse per paura di contaminarla con le cose di quaggiù l’abbiamo creduta capace di amare solamente Dio, invece maestra anche nell’amare le creature, in calore e tenerezza, maestra anche di quella stagione felice che è l’attesa di essere madre.

Quasi mai si parla di Maria come moglie, nel quotidiano esistere di questa parola. Però sappiamo che bisogna essere prima sposi per poter essere genitori, e per esserlo insieme, essere consorti, condividere la medesima sorte.

Quindi Maria e Giuseppe furono consorti perché condivisero la stessa sorte e furono veramente genitori di Gesù. Allora:

Prima che andassero a vivere insieme,

si dice nel Vangelo. Che cosa vuol dire andare a vivere insieme? Ecco, adesso si va a convivere, ma forse non si vive insieme. Vivere insieme vuol dire forse fare casa, costruire la casa. E quella casa è il luogo dove noi viviamo gli eventi più importanti della vita, che non sono quelli straordinari, che sono rari, ma gli eventi quotidiani in cui qualcuno ti sfiora dentro. E allora veramente tu vivi insieme a quella persona, non solo perché vai a viverci insieme.

Allora con la fede la vita di Giuseppe e Maria si intrecciano nel fluire dei giorni. I due saranno una carne sola. E chi è sposato da tanti anni sa cosa vuol dire, e chi perde dopo tanti anni la persona amata sa cosa vuol dire questo strappo profondo nella carne di chi ha amato. Ecco, i fatti più importanti sono quelli.

E così se ci lasciassimo raggiungere da Maria anche noi faremmo l’esperienza di un cambio di vita. Chi va a Medjugorje, almeno, anche nei santuari mariani, torna sempre cambiato, perché c’è un’esperienza profonda di essere sfiorati dalla mano di Maria, dal cuore di Maria.

Allora per noi, come fu per Giuseppe, prendere con se Maria e il bambino generato da lei vuol dire fare casa con loro, condividendo con loro il mistero di luce di cui sono portatori. Quindi recitare l’Ave Maria non è una semplice preghiera, ma voler fare casa e accogliere il mistero che ha uniti l’uno e l’altra. Anche Gesù chiamerà i Dodici:

Perché stessero con lui.

Quindi come Dio Padre scelse Maria, sconosciuta, Giuseppe, anche lui sconosciuto, ecco anche Gesù sceglierà le persone umili, non profeti, ma persone umili e quotidiane, anche contraddittorie, perché anche con loro voleva fare casa, voleva che stessero con lui. E credo che l’abbia imparato proprio tra le mura domestiche, perché noi apprendiamo tante cose nelle nostre famiglie. Ha appreso anche Gesù cosa vuol dire fare casa nella quotidianità dei giorni.

Ecco, sapienza di cui Giuseppe e Maria furono testimoni credibili. E pensavo che se questa sapienza noi non la troviamo, quella che fu di Giuseppe e Maria, è perché la si cerca non tanto nel luogo sbagliato, ma la cerchiamo nel modo sbagliato.

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