Una frase delle immaginette delle Paoline: chi è diventato proprietà di Dio, diventa dono di Dio a tutti. E Maria è diventata, come ha detto ieri, la serva del Signore, quindi proprietà di Dio, ed è per questo che Maria diventa dono di Dio a noi tutti.
Allora Maria ci insegna, nel Vangelo di oggi, che il credente è un inventore di strade, non è tanto un esecutore di ordini. A Maria non è stato ordinato di andare dalla cugina Elisabetta, quindi è lei, di sua iniziativa, che, come noi dovremmo fare, apre sentieri che portano verso gli altri e insieme andare verso Dio, come appunto Elisabetta e Maria andranno insieme verso il mistero di Dio.
Elisabetta è un po’ l’immagine del popolo di Israele che è gravida da due millenni di attesa. Quindi il popolo di Israele attende il Messia, attendeva il Messia, e Maria invece porta in sé l’atteso del popolo di Israele. E quindi il loro incontro potremmo immaginarlo come un abbraccio tra l’Antico e il Nuovo Testamento, non solo tra due cugine, ma Elisabetta rappresenta l’Antico Testamento, Maria il Nuovo. Quindi l’attesa e il compimento si incontrano.
Maria va a riconoscere in Elisabetta, il segno che l’angelo di Dio aveva dato, questo segno impossibile. Allora il Nuovo Testamento, Maria, fa visita all’Antico Testamento, perché l’Antico Testamento ne è la promessa, e quindi per comprendere se stesso il Nuovo Testamento deve abbracciarsi, incontrare l’Antico Testamento.
Allora il credente, e noi come Elisabetta e Maria, dovremmo capire che l’altro è un portatore di un miracolo. Loro, Maria ed Elisabetta, portano in grembo la vita, però tutti noi siamo portatori di un miracolo e ogni uomo è portatore di una parola, una parola che viene dall’infinito. E ogni uomo è un frammento del volto di Dio, come nel grande Cristo Pantocratore di Palermo. Ognuno di noi è un tassello del volto di Dio, di Cristo. Quindi ognuno di noi è un momento di Dio.
Allora Giovanni Paolo II, se non erro, aveva detto che ogni uomo è una parola irripetibile dell’unico poema di Dio.
Quindi questo incontro di Maria ed Elisabetta supera la semplice formalità e ci introduce anche nell’incontro tra Antico e Nuovo Testamento. Come anche noi, per capire chi sono oggi, devo abbracciare il mio passato e non rigidamente rifiutarlo, perché altrimenti non mi potrei comprendere. Così Maria ed Elisabetta si chiariscono l’una all’altra.
Allora questa è l’unica pagina del Vangelo in cui protagoniste sono due donne e soprattutto due donne che sono madri, con il grembo carico di cielo e di futuro. Se vogliamo essere un po’ poeti, Maria è gravida di cielo e, come ogni donna quando aspetta un figlio, è gravida di futuro, il futuro che porta in grembo.
Quindi questo è un po’ il Vangelo della vita. Io penso che quando vediamo una donna incinta è come se vedessimo l’ostensorio quando facciamo l’adorazione: l’ostensorio porta in sè il corpo di Cristo, una donna incinta è l’ostensorio della vita e dovremmo veramente inginocchiarci davanti alle donne che portano in grembo la vita.
Allora Maria e ogni donna partecipano per naturale condizione alla profezia. Il corpo della donna è in se stesso profezia e ogni madre si avvicina molto più di noi sacerdoti alla fecondità di Dio, al volto di Dio. Proprio la donna che può tessere nel grembo la vita, lo stupore della vita, creare una vita. Ecco, l’uomo partecipa per la sua parte, ma la donna poi tesse punto dopo punto, come dice un salmo:
Mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Quindi la donna, e queste due donne, Maria ed Elisabetta, ci rappresentano il volto fecondo di Dio. E prima profeteranno, difatti, le madri, poi Giovanni Battista e Gesù, ma prima sono le madri che sono la profezia della vita.
Allora sono due gravidanze che vanno oltre l’umano. Ecco, una gravidanza che è una trasgressione al generare umano. Difatti la sterilità di Elisabetta e la verginità di Maria si equiparano: la sterilità era una maternità impossibile, la verginità ugualmente. Non si può generare, come dice Maria, senza aver conosciuto l’uomo.
Quindi sono due gravidanze che vanno oltre la logica umana e per questo l’esultanza di Maria nasce dal Vangelo della vita. Maria ha visto lacerarsi l’impossibile. Il Magnificat quindi non nasce così, da un momento, ma dall’aver visto l’impossibile farsi evento, come credo anche a noi nella nostra vita sia capitato: abbiamo visto qualche cosa che sembrava impossibile realizzarsi.
Quindi le prime parole di Maria non possono essere altro che un canto di lode. Maria va portando in grembo il Verbo. Però adesso faccio un ragionamento: come ogni madre in attesa, però lei porta in grembo il figlio, ma a sua volta è portata dal figlio. Quindi c’è questa reciprocità: Maria porta il figlio nel grembo, come ogni donna incinta, però Maria è portata da suo figlio verso il futuro, il futuro che è in lei.
Il credente, noi, dovremmo essere un po’ come Maria e dovremmo passare nel mondo portando dentro di noi una vita dentro una vita, cioè la mia vita di fede dentro la mia vita di uomo. Come una donna porta una vita dentro di sé, così noi credenti dovremmo essere portatori di una vita che ci porta oltre, verso il futuro.
Quindi Maria canta il suo Magnificat, mentre Elisabetta grida la sua, la prima beatitudine evangelica. E il bambino, come quando si muove il bambino nel grembo di una donna, sembra che Giovanni Battista si sia messo quasi a danzare nel grembo di Elisabetta.
Allora la prima beatitudine non la pronuncia Gesù nel Vangelo, ma è proprio Elisabetta che proclama:
Beata colei che ha creduto,
perché nel credere è racchiusa la gioia.
Ecco, Dio è la prima e definitiva parola di gioia per l’uomo. Ho pensato così, facendo un po’ di archeologia del passato di teologia: etsi Deus non daretur. Se Dio non fosse, ho pensato che l’uomo sarebbe un flatus vocis, un discorso privo di consistenza. Se Dio non fosse saremmo tutti una promessa inutile, come lo fu Silvia per Leopardi, in cui tutto il suo canto si spegneva indicando una fredda lapide.
Quindi Dio è la ragione vera, unica e definitiva del nostro canto.
Ecco, il bambino ha sussultato nel grembo di Elisabetta e potremmo dire: che rivelazione ha avuto Elisabetta per avere questa intuizione? E già ci introduce in quella che penso sia una caratteristica di Maria. Adesso uso un aggettivo un po’ pericoloso in questi tempi: Maria è contagiosa, è contagiosa dello Spirito Santo. Difatti quando il saluto arriva a Elisabetta, Elisabetta è piena di Spirito Santo e quindi viene raggiunta Elisabetta dalla profondità di Maria.
Allora gli incontri veri non avvengono solo perché parliamo. Gli incontri veri avvengono quando la mia interiorità profonda risuona nella tua. Ma noi siamo abituati un po’ a incontrarci come le palle di un biliardo: ci sfioriamo senza incontrarci veramente. Noi soprattutto, noi maschi, siamo specialisti della superficialità. Quindi queste due donne ci insegnano anche l’arte dell’incontro.
Ecco, il Magnificat è un inno di frontiera. Possiamo pensare a una cerniera, questo canto che unisce l’Antico Testamento con il Nuovo, e noi impariamo da Maria che pregare è lodare, e lodare è liberare il cuore davanti a Dio.
Penso anche a Maria che, mentre tesseva questo cantico che le è messo sulle labbra, non stesse rigida come un baccalà, ma che danzasse. Quindi Maria che danza la gioia di aver capito Dio, perché il Magnificat nasce dalla gioia di aver capito Dio. Maria ha capito Dio, quindi ha capito Dio e si stupisce, perché il canto nasce dallo stupore, dalla meraviglia.
Ecco, Maria ha capito che è Dio che fa meraviglie nella nostra vita e anche nel mondo, nonostante quello che vediamo, nonostante noi uomini. Dio continua a operare meraviglie.
Ecco quindi Maria ha capito la bella notizia e la traduce in canto, come dovremmo fare anche noi: tradurre le cose belle e lo stupore che ci colpisce a volte, tradurlo in canto. Ma ahimè non lo sappiamo fare.
Quindi la bella notizia di Maria è che Dio è innamorato della sua creatura e al centro della fede non c’è quello che io faccio per Dio, ma quello che Dio fa per me. Quindi il Vangelo, l’evangelo, la buona notizia, è l’innamoramento di Dio: un Dio appassionato che considera ciascuno di noi più importante di se stesso. E lo vedremo sulla croce, quando Gesù muore: ci testimonia che Dio ci ama talmente da considerare noi più importanti di se stesso.
E Maria ha capito questo e per questo lo può cantare. Quindi il soggetto del Magnificat non è Maria ma Dio, quindi il chinarsi di Dio sulla terra, il cielo sulla terra.
Allora un Dio che è per l’uomo e per questo l’uomo è per Dio, non viceversa. Io sono per Dio perché Dio è per me. Il primo movimento lo compie Dio.
Allora Maria canta una speranza che è contro ogni speranza, contro l’evidenza dei fatti. Lei afferma che la storia non la fanno i potenti, né il denaro, né gli intelligenti, ma la fanno gli affamati, gli umili, e Dio scommette proprio sui perdenti.
Quindi Maria ha capito la strategia di Dio, che non punta sui forti. Lei l’ha sperimentato su se stessa:
Ha guardato l’umiltà della sua serva.
Quindi Dio punta sui perdenti, su quelli su cui la storia non punta mai.
Allora però nel cantico c’è uno scandalo, un inciampo della fede, perché sappiamo che i poveri restano poveri, gli affamati restano affamati, i potenti restano sui troni. Non potremmo chiederci dov’è il cambiamento che cantava Maria? Cristo sembra che non sia assolutamente venuto.
Però dobbiamo entrare nello scandalo della speranza. Maria canta lo scandalo della speranza. Per questo noi il Magnificat lo cantiamo distrattamente. Infatti lo cantiamo, però non dovremmo cantarlo distrattamente, perché diciamo che la speranza è più forte dei fatti. La speranza non nega l’evidenza, però non la aggira: la attraversa, la contesta.
Quindi dovremmo essere cantori di una storia capovolta. Io, se credo che il mondo sarà cambiato, non è perché vedo i segni, ma perché Dio si è impegnato con noi. E quindi si è impegnato con noi. E poi sappiamo che uomini e donne coraggiosi hanno sfidato la notte per contendere il giorno alle tenebre della notte.
Una frase famosa che dice:
Dio non esaudisce le nostre richieste, ma sempre le sue promesse.
E Gesù, sappiamo, ha promesso di stare con noi tutti i giorni sino alla fine del mondo, che manderà il suo Spirito.
Ecco, Dio esaudisce le sue promesse. Ecco perché possiamo cantare il nostro Magnificat anche nelle fatiche dei giorni.
Ecco, Maria usa i verbi al passato, no? Sembra:
Ha rovesciato, ha innalzato.
Sembra che tutto sia compiuto, mentre sappiamo che i poveri continuano a essere poveri, ancora ci sono ingiustizie. Dov’è il ribaltamento?
Allora dovremmo essere anche noi profeti, nel senso che il credente sa che il futuro entra in lui prima che si realizzi, prima che accada. Quindi proprio noi, nella fede, siamo chiamati ad anticipare il futuro.
Quindi io non canto l’evidenza che vedo, ma canto il futuro che accade in me prima che accada nella storia.
Ecco, per questo io ho sfoggiato uno slogan mio:
Mani giunte ma maniche rimboccate.
Perché il Regno di Dio non viene per caduta di pioggia, ma per cuori che pregano e per mani che lavorano.
Allora Dio verrà, ma non verrà come nella categoria delle favole, per cui Cenerentola diventa la principessa. Il povero non viene portato al denaro e all’arricchimento. Dio viene a portare il canto dentro la povertà. Dio viene a portare il canto anche dentro il dolore.
Si può cantare anche con le lacrime, perché appunto sappiamo che le lacrime, il dolore e la povertà non hanno l’ultima parola.
Allora quindi siamo chiamati a generare il futuro, come Maria canta e genera il futuro, come una donna che è incinta porta dentro di sé il proprio bambino ed è chiamata a generare il futuro.
Allora l’ultima cosa: c’è l’autore Causato che dice che “ricordandosi della sua misericordia” dovremmo leggerlo come:
Ricordarsi della sua misericordia,
quasi fosse un post-it, un promemoria.
Quindi nei giorni delle fatiche, quando magari nella nostra vita sembra che tutto sia pesante, che niente vada bene, che l’orizzonte sia solo sofferenza, dovremmo ricordarci della sua misericordia.
Ricordati di quei giorni quando il cielo era chiuso, quando sembrava tutto finito e poi è venuto un amico, ti ha aperto, ti ha detto:
Alzati e cammina.
Quando forse una mano amica ti ha portato un bicchiere d’acqua quando il cuore ardeva di sete.
Quindi ricordare quando il cielo si è squarciato, perché ecco quella è la misericordia di Dio che passa attraverso volti concreti.
Allora il Magnificat è scritto in filigrana nella nostra storia e a noi il compito di dedurre dall’agire di Dio il nostro agire e così diventare veramente testimoni credibili della speranza, come Maria.
Maria è diventata testimone credibile di Dio perché ha capito che Dio è possibile nei giorni dell’uomo.