Carissimi, buongiorno. Vogliamo vivere semplicemente tre tappe, tre meditazioni in preparazione alla festa di san Giuseppe: vogliamo entrare nella sua paternità. E in un tempo come il nostro, attraversato dalla piaga della pandemia, tutti abbiamo bisogno di un supplemento di paternità. Vogliamo vivere un abbraccio, l’abbraccio del Padre, la vicinanza di Dio: e allora san Giuseppe ci aiuterà in questo.
La paternità nel segreto del Padre 1
Entriamo nel segreto della paternità di san Giuseppe. All’inizio della Quaresima abbiamo accolto la parola di san Matteo:
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Giuseppe è proprio l’uomo visitato dal segreto, è l’uomo benedetto dallo Spirito nel segreto. Tutti i passi di san Giuseppe — il suo continuo levarsi, mettersi in cammino, il suo custodire saggio e discreto — tutto è frutto di un segreto, di un’intima percezione della visita dello Spirito nel silenzio.
Vorrei che, con pacata dolcezza, ciascuno di noi entrasse oggi nella preghiera con accanto san Giuseppe, ripetendo più volte la frase del Signore:
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Sia una parola che scende proprio nell’anima, che ci consoli; è una parola che rinnova la nostra paternità, che ci ricostituisce padri, che ci fa sentire figli grati.
Giuseppe, nei suoi sogni, nella sua familiarità con lo Spirito Santo, ha cominciato a custodire, a fuggire, a tornare, a rimanere nella ferialità di Nazaret solo perché l’esercizio continuo della sua paternità attingeva da una storia segreta, da uno spazio intimo, inspiegabile ma percepibile, di un dialogo sereno del Padre con un figlio.
Ognuno di noi possa percepire la gratitudine commossa di essere figlio, sulle spalle del Pastore bello: siamo quella pecora smarrita che, dall’alto delle spalle di Cristo risorto, sente Gesù che sussurra:
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
La paternità di san Giuseppe ha così la sua radice nel segreto del Padre. Sì: san Giuseppe, dal momento in cui i suoi sogni lo hanno collocato in cielo, ha fatto diventare familiare nella sua coscienza la grandezza ampia della paternità di Dio. Nel segreto ha capito che non poteva fare a meno di rendere visibile questa paternità che ha sostanza di paradiso, di cielo.
Che onore grande: ogni paternità spirituale può toccare la paternità del cielo. La nostra paternità sa di paradiso, ha a che fare con un’ampiezza, una grandezza che ci supera, che ci rende capaci di abbracciarla e di esprimerla.
E vi invito a prendere il testo di san Paolo agli Efesini, primo capitolo, versetti 3-6:
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Questo testo ci conduce proprio nel segreto della paternità del Padre. Ognuno di noi, nel silenzio, provi ad elencare e a contemplare come lo Spirito ci ha fatto vedere dal vivo, fin dal fonte battesimale, ogni benedizione spirituale. Ci sono episodi, spazi, tempi dove queste benedizioni hanno dispiegato la paternità di Dio; quelle benedizioni ci hanno plasmato. Ogni benedizione spirituale ha dato sostanza alla nostra paternità.
La nostra paternità ha così le stesse caratteristiche di quella di san Giuseppe. Nel segreto della paternità del Padre ci ritroviamo a cogliere le caratteristiche di questa paternità: è una paternità santa e immacolata.
Giuseppe, con i piedi dentro il cielo, consapevole di una continua benedizione dall’alto, è stato davanti a Maria, davanti al Figlio, davanti al popolo, a Gerusalemme, a Nazaret, santo e immacolato. Qui entriamo nel segreto della paternità del Padre.
Essere un padre nella santità significa fare in modo che tutti gli spazi occupati della nostra vita siano riempiti dalla presenza di Dio. San Giuseppe non ha potuto farne a meno: se ritroviamo in lui un’ansia permanente, potremmo dire così, è che non ci fosse nulla della sua paternità estraneo alla presenza di Dio.
E nel cuore della Quaresima ci farà bene considerare tutti gli spazi che noi attraversiamo. Pensiamo ai nostri affetti, alle nostre relazioni, agli ambiti che attraversiamo, agli spazi che fisicamente abitiamo, alle parole che pronunciamo. Posso dire che sono occupati totalmente da Dio? La mia paternità ha le caratteristiche della santità? Ci sono spazi affettivi, situazioni in cui Dio fa ancora fatica ad entrare? Rischio di collocare la mia paternità fuori dal cielo?
Il correre di Giuseppe da Maria, il correre verso Betlemme, verso l’Egitto, il portare il bambino nel tempio, il cercarlo dopo tre giorni a Gerusalemme era mosso solo dal desiderio che non ci fosse neppure un frammento di vita estraneo alla benedizione spirituale del cielo: uno spazio santo, una paternità dove ogni spazio esistenziale è denso di Spirito Santo.
Sentiamo affascinante la chiamata di riempire di Dio, ogni giorno di più, tutti gli spazi della nostra vita: ogni giorno di più santi nell’amore. Una paternità svuotata di Dio è una paternità inutile.
Mentre ripercorriamo nella memoria grata ciascuna delle benedizioni spirituali ricevute nella vita, facciamo anche memoria degli spazi ancora troppo vuoti di Dio. Magari è solo uno, intimo, tenacemente ancora senza Dio Padre: permettiamo che la misericordia paterna abbracci quello spazio e la nostra paternità torni gioiosamente ad essere santa. Sia di nuovo la nostra paternità proprietà di Dio. Liberiamo gli spazi occupati da una paternità mondana, troppo piena di noi stessi, dei nostri progetti, dei nostri idoli. Facciamo come san Giuseppe: padri silenziosi.
La paternità immacolata, poi — l’ultima cosa — ha a che fare con le azioni. La paternità santa offre il terreno fecondo per azioni immacolate: ogni atto paterno di san Giuseppe è immacolato. L’intenzione immacolata è quella che lascia fuori dalla porta ogni interesse, ogni utile, ma fa della paternità un servizio senza guadagno, disinteressato. Mentre si genera, ci si ritira, ci si perde: una santità immacolata ci fa indietreggiare, sparire come san Giuseppe, perché le sue azioni paterne rendono visibile solo l’intenzionalità del Padre del cielo.
La paternità immacolata ci consentirà di mettere in atto azioni semplici, feriali, umili: trasparenza del modo di agire di Dio. Sarà bello, nel cammino verso la Pasqua, mentre facciamo memoria di ogni benedizione spirituale, mettere in fila le azioni quotidiane del nostro vivere. Spesso si ripetono, diventiamo anche schiavi di ritmi monotoni, stanchi; ma tutto necessita di essere purificato, di tornare immacolato, che tutte le azioni siano ricche del pensiero del Padre.
Vi auguro di sperimentare la dolcezza del Padre che, nel segreto, vi ricompenserà.
San Giuseppe, intercedi per noi; chiedi per il cuore di noi presbiteri, religiosi, consacrati e consacrate, di tutto il popolo santo di Dio, l’abbondanza dello Spirito. Scendi su di noi, Spirito forte, saggio: accompagnaci nella nostra preghiera, illumina la nostra intelligenza perché penetri nel segreto della paternità di Dio, apri le nostre orecchie perché ci possiamo mettere in ascolto della parola del Padre, ungi le nostre labbra per poter gridare con il cuore: Abbà, Padre! Riscalda i nostri cuori perché siano consapevoli dell’onore grande, impagabile, di essere figli. Amen.
La paternità nel segreto del Figlio 2
Giuseppe, e con lui la sua sposa, sono entrati più di ogni altro nel segreto del Figlio. La paternità di Giuseppe è stata vissuta immergendosi nella ferialità di Gesù: è stato il padre che lo ha visto crescere in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
In questa seconda meditazione vi invito a ripetere con dolcezza, e più volte, questo versetto di san Luca:
in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
E chiediamo, mediante l’intercessione di san Giuseppe, la grazia dello Spirito, perché la nostra paternità possa essere immersa nel vedere il figlio che cresce in età e grazia. Sì, ne abbiamo bisogno, ne abbiamo bisogno veramente: una paternità immersa dentro il figlio, nella sua età, nella sua grazia.
Ogni padre sa molto bene che, una volta che ha generato, deve uscire da se stesso. Ogni padre sa che nel momento in cui diventa custode del figlio si deve immergere in lui: ogni passaggio in età e grazia non può sfuggire al padre. Il padre sarà tale, rimane padre, se non si lascia sfuggire nessun passaggio dell’età e della grazia del proprio figlio. Se diventasse estraneo all’età e alla grazia del proprio figlio, la paternità s’indebolisce, si incrina, si frantuma.
Quanta emozione nel padre nel vedere il proprio bimbo fare da solo i primi piccoli passi; quanta gratitudine nel vedere i passaggi della sua crescita, i segreti di piccole maturazioni, di segreti successi, di splendidi passaggi che fanno della paternità la custodia di un mistero più grande.
Il padre si immerge nella crescita in età e grazia del proprio figlio, e ciò vuol dire che entra con naturalezza nel mistero del proprio bambino. Più entra in quel mistero, più la paternità ne riceve sostanza. Un padre non è tale se riempie di sé il figlio, ma è padre se si lascia riempire, impregnare dal mistero del figlio. Il padre si lascia trasformare da quella crescita in età e grazia: è quel crescere del figlio che trasforma il padre.
Entrare nel mistero del figlio ci consente di non fare della paternità un esercizio di funzioni, di compiti; non la riduce a un mestiere, ma si è grati testimoni di un mistero che cresce e di cui non siamo presuntuosi proprietari. Un padre che entra nel segreto del figlio sa essere libero da se stesso. Il silenzio di Giuseppe, la sua obbedienza a quel mistero, a quel figlio dello Spirito, lo ha reso libero di esserci senza pretendere, di custodire senza trattenere, di amare senza possedere.
Entrare nel segreto del figlio significa immergersi completamente in lui, favorendo la crescita in età e grazia del figlio: allora la paternità si arricchisce.
Invito a meditare, in questo momento, in questa giornata, con attenzione, la lavanda dei piedi — Giovanni, capitolo 13, versetti 1-17 — ma soprattutto i versetti 3 e 4:
Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le sue vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Il segreto del Figlio si esprime proprio in quelle parole: “sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”. Non è il mistero di san Giuseppe che qui assomiglia proprio al Figlio? Si è immerso nel segreto del Figlio, san Giuseppe: padre perché ha imitato il Figlio, si è immerso nel suo segreto, che è la consapevolezza lucida e grata che il Padre ci ha dato tutto nelle mani.
Giuseppe era grato solo di questo, e ciò è stato il segreto dell’esercizio della sua paternità: ha ricevuto dal Padre tutto quello che il Padre aveva di più caro. Il Padre ha messo tutto nelle sue mani, ha messo il Figlio. Guardiamo le nostre mani: come a san Giuseppe, anche a noi Dio Padre ha dato tutto, perché ci ha consegnato il Figlio.
Sì, Giuseppe è stato padre perché entrato in questo segreto del Figlio. Lo deve aver capito con chiarezza quando ha cominciato a vedere che era un figlio estraneo, un figlio non suo, un figlio donato, posto nelle sue mani. È stato padre perché ha accompagnato la sua crescita in età e in grazia, permettendo che il Padre agisse in quel figlio. Si è padri se si permette la liberazione del Padre.
Gesù si è alzato da tavola, si è messo a servire, solo dopo aver riconsiderato la consapevolezza che tutto aveva ricevuto: senza la coscienza di questo dono non avrebbe avuto il coraggio di alzarsi, togliersi le vesti e mettersi a servire. Giuseppe si è alzato dal sogno della notte, ha preso Maria sua sposa, si è affrettato ad andare in Egitto, è tornato a casa, ha avuto il coraggio di servire un mistero e una persona — il Figlio — solo perché sapeva nel cuore che tutto gli era stato posto nelle mani. Entrare nel segreto del Figlio, per san Giuseppe, è aver avuto la gratitudine per ciò che di grande è stato posto nelle sue mani. Spero che questo avvenga per tutti noi.
Spesso, in maniera quasi inconscia, si ha la percezione che Giuseppe sia stato sì un uomo obbediente, giusto, saggio, ma che abbia dovuto di fatto vivere un’obbedienza a una situazione difficile e innaturale. Dimentichiamo che la sua obbedienza nasce da una gratitudine. Non si è sentito fuori luogo, obbediente a un progetto sbagliato che gli era dovuto capitare addosso così. No: ha vissuto una gratitudine, e questa gratitudine è aumentata nel suo cuore nel vedere crescere quel figlio di età in età e in grazia.
Quanto deve essere stato bello, per Gesù, accorgersi della gratitudine segreta di Giuseppe, perché consapevole di avere tutto nelle mani. Quanta gratitudine abbiamo bisogno di vivere nella nostra vita, che la nostra vita sia piena di gratitudine! Quanta obbedienza è vissuta, purtroppo, senza rendimento di grazie. Proviamo a chiedere a san Giuseppe la gratitudine: saremo più liberi da noi stessi, ci alzeremo, ci toglieremo le vesti, prenderemo il grembiule e ci metteremo a servire.
Giuseppe, davanti a questo sguardo grato, non ha avuto bisogno di parlare: si è alzato, ha messo il grembiule del Padre, ha cominciato a servire il Figlio. Senza saperlo ha anticipato il mistero del Figlio, di Gesù; ha anticipato tutta la dinamica presente in quei due versetti della lavanda dei piedi.
Quante volte il non essere immersi in questo segreto ci ha paralizzati nella nostra paternità: senza questa consapevolezza di aver ricevuto il figlio nelle nostre mani non abbiamo il coraggio di alzarci. Allora andiamo da servi verso coloro che ci sono stati affidati; mentre laveremo loro i piedi, li guarderemo con gli occhi del Padre, come Gesù fa con Pietro. Quello sguardo paterno, mentre si lavano i piedi dei figli, farà vedere la crescita in età e in grazia: è un grande dono che vi auguro di sperimentare.
San Giuseppe, donaci di essere padri come te hai saputo essere padre, facendo maturare in te il segreto del Figlio. Occuparsi delle cose del Padre: sia così per noi, glorioso san Giuseppe. Amen.
La paternità nel segreto dello Spirito 3
Vi invito a ripetere nel cuore una frase della Scrittura, l’espressione che Giuseppe e la Madre si sono sentiti dire dal Figlio nel tempio di Gerusalemme:
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?
Credo che Giuseppe lì abbia ricevuto una consapevolezza nuova della sua originale paternità: “Sì, potrò essere padre, custode di questo figlio unigenito, se con lui entro nelle cose del Padre.” Il Figlio sta indicando la via della paternità: entrare nelle cose del Padre è la via per rimanere padre.
Queste cose del Padre hanno a che fare con quella creatività dello Spirito che viene a plasmare ognuno di noi: ciascuno di noi è un frammento prezioso del volto paterno di Dio. Giuseppe sapeva bene che le cose del Padre, che lo coinvolgevano, gli permettevano di comprendersi, di configurarsi alla sua volontà, di ricevere identità.
Allora occorre una familiarità con lo Spirito: lui solo sa donare l’intelligenza delle cose del Padre. Entrare con lo Spirito nelle cose del Padre significa essere accompagnati a trovare oggi la via per dare forma visibile, concreta, alla nostra paternità.
Un brano della lettera ai Galati ci può aiutare — Galati 3, versetti 1-5 — quando Paolo dice:
Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede?
Cioè, il testo ci invita a conversione: a rimanere nelle cose del Padre, a non distrarci e finire nel segno della carne, come dice Paolo, lontani, estranei alle cose dello Spirito.
Il silenzio di san Giuseppe è un silenzio generativo, fecondo, proprio perché nell’ombra dello Spirito Santo. San Giuseppe, dice papa Francesco nella lettera apostolica Patris corde, è un padre del coraggio, è un padre del coraggio creativo. Il coraggio creativo nello Spirito Santo è il coraggio del padre che sa trasformare un problema in un’opportunità, anteponendo sempre la fiducia nella provvidenza.
Giuseppe è stato così aiutato, nel tempio di Gerusalemme, a rileggere la sua paternità nel segno dello Spirito Santo. Solo entrando nelle cose del Padre si diventa capaci di introdurre un figlio nella storia dove Dio è protagonista: l’essere nelle cose del Padre ci allontana da ogni sterile protagonismo. Sì: se non entriamo da padri nel segreto dello Spirito, rischiamo di essere padri protagonisti. L’assenza dello Spirito non favorisce lo spazio della paternità, ma dà spazio solo alla propria sterile onnipotenza. Giuseppe invece ha dimorato nello Spirito, e lo Spirito gli ha consentito di rimanere padre. Quindi evitiamo di tornare nel segno della carne: rimaniamo nella disposizione di padri abitati dallo Spirito Santo.
L’essere nelle cose del Padre ci permette di vivere in un reale oblio di noi stessi, in una serena e ferma castità. Il padre è casto perché sa dimenticare il suo spazio; ed è tenacemente casto nelle cose del Padre: sarà padre autentico, fermo, silenzioso. Rimanere nel segreto dello Spirito è l’ambiente che permette di rendere visibile una paternità casta, umile. Fuori da questo spazio saremo abitati dall’orgoglio, che tende a possedere.
Il padre che rimane nel segreto dello Spirito sa affidarsi a Dio, sa consegnare continuamente l’opera della sua paternità. Lo Spirito apre san Giuseppe a questa dinamica: la paternità va offerta, se non si offre si trasforma in egoismo profondo. Rimanere nel segreto dello Spirito, nelle cose intime del Padre, diventa la vera via che ci consente di condividere davvero la ricchezza e la debolezza dei nostri figli. La partecipazione, nello Spirito, alla vita degli altri alimenta la nostra castità, la nostra libertà, la nostra umiltà.
Siamo inviati agli altri perché si incontrino con la salvezza, e questo incontro richiede un’umanità integra: quella di padri sani, forti, sicuri nello Spirito. Essere nelle cose del Padre, essere nel segreto dello Spirito, è lo spazio per un’umanità pulita, dove si esalta il bene. Gli altri hanno diritto di incontrare uomini, padri completi, che trasudano le cose dello Spirito. Entrare sempre con più coraggio creativo nelle cose del Padre significa rendere visibili le risorse umane buone della nostra vita, e ciò ci renderà padri affidabili.
San Giuseppe, senza alcuna parola, ci offre l’esempio nel Vangelo di uomo giusto, uomo pieno di Spirito Santo, perché si offre totalmente, non a metà: l’offerta di se stesso è integra, totale. E ciò prende poi forma nel continuo sognare, alzarsi, prendere, custodire, fuggire e rientrare, lavorare, accompagnare, consegnare, cercare, abitare. Tutta la vita, se nel segreto dello Spirito, sarà dono, e non ci sarà nessun frammento di se stesso fuori del dono gratuito. L’essere nello Spirito garantisce la perseveranza dell’offerta, dell’oblazione di se stessi. Essere nello Spirito ci consente di metterci da padri nelle mani della Chiesa madre: consegnandoci, renderemo a tutti il servizio di vedere dal vivo, reali, declinabili, le cose del Padre.
Ricordiamoci, carissimi, che nel segreto dello Spirito la cosa più grande è che potremo gustare la dolcezza della nostra paternità: il segreto dello Spirito ci fa assaporare la bellezza della vocazione ricevuta. Vorrei invitarvi ad entrare nel segreto dello Spirito, a farvi accarezzare nella dolcezza della vostra paternità, a gustare la luce della vostra casta paternità, a rinnovare il vostro sì al Padre sentendone la sua tenerezza misericordiosa. È l’augurio che vi faccio con questa preghiera, con cui concludiamo queste nostre tre tappe in preparazione alla festa di san Giuseppe.
San Giuseppe, regalaci il tuo stupore. Le parole del Figlio a Gerusalemme — “Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” — ti hanno confermato sicuramente nella tua vocazione: chiedi per noi lo Spirito, perché possiamo da padri entrare nelle cose del Padre, perché lo Spirito ci renda esperti delle cose del cielo, perché lo Spirito ci faccia essere padri ricchi solo delle cose meravigliose che sono nella Trinità. San Giuseppe, consenti alla nostra paternità di essere padri continuamente rinnovati, di essere padri di cose nuove, del vino nuovo delle nozze; di non essere padri dei rattoppi, padri di cose del passato svuotate della vitalità dello Spirito. San Giuseppe, facci padri ricchi di Spirito Santo, fecondi solo di ciò che viene dall’alto, pronti a pronunciare il nostro eccomi, mai stanco, mai svuotato della potenza gioiosa dello Spirito, della luce di chi continuamente rinasce e si lascia ricreare. Amen.