Allora, eh — buongiorno. Grazie mille di questo invito che mi ha permesso di ascoltare una lezione magistrale di altissimo profilo. E però su questo mi imbarazza anche molto adesso, perché — cosa, cosa resta, da dove mi attacco? Boh. Sono così — non è una battuta — sono così interessanti e stimolanti le parole di Don Roberto, che rispetto anche a quel che avevo pensato di dirvi, mi sembrerebbe di ripeterlo.
Allora forse vale la pena fare una cosa più semplice. Mi sono segnato anch’io le cose che m’hanno colpito di più — vi dico come le capisco io, come reagisco io, che cosa mi viene in mente dal punto di vista delle cose che mi sono capitate, delle cose che ho visto. Non sarà ordinato — anzi, sarà un casino. Però sono delle foto, e poi voi le mettete in ordine. Facciamo una roba così? Dopo, quando devo piantarla, te mi dai una gomitata — finita la riunione, perfetto. Bravissimo.
Io so chi sono se so di chi sono
Perché, per esempio, su questa storia che ha toccato alla fine — del ruolo del padre, della madre, del volersi bene, dell’amore — nel tempo mi sembra di avere imparato a pesare un po’ le parole. A pesarle nel senso che l’amore — siccome non è un sentimento, anzi, quando è confuso con un sentimento ci mettiamo dentro di tutto, anche dei disastri veri e propri — l’amore, quando diciamo la parola amore, dobbiamo veramente riappropriarcene, perché ci è stata fregata, ci è stata portata via. Bisogna ricapire bene di che cosa si tratta. Altrimenti c’è tutta una serie di equivoci e di disastri educativi che si compiono proprio in nome dell’amore da cui bisogna guardarsi, a cui bisogna stare molto attenti.
Mi viene in mente — continuavo a guardare quello striscione là: “l’educazione è cosa di cuore” — che è vero — “e la chiave del cuore” — chi è che ce l’ha? “La possiede solo Dio” — Vero. Però a consolazione di tutti aggiungiamo che Dio nella sua saggezza ne ha fatto un po’ di copie e le ha date a San Giovanni Bosco, a Madre Teresa — sennò era un casino, eh! E invece qualche santo che ha quella chiave e che ha saputo e sa parlare al cuore, per fortuna c’è — c’è sempre, basta guardare.
E quindi la prima cosa che mi viene in mente è che l’educazione sarà sempre possibile. È un casino, è un disastro, si fa fatica, emergenza educativa, tutto quel che volete voi. Però l’educazione — m’ha colpito tantissimo la definizione — è cosa semplice. Adesso provo a dirvi in che senso.
Certo, siamo in un momento in cui, la battaglia, la guerra che è stata fatta culturalmente, scientemente, consapevolmente — da 100 anni, forse 200 — alla figura del padre. Una battaglia che ha fatto scrivere miliardi di libri contro il padre eterno, e poi contro il padre, contro ogni padre, e perciò contro ogni autorità e ogni autorevolezza. Ne individuiamo, cominciamo a sentirne oggi le conseguenze devastanti, devastanti. Perché siamo venuti su — almeno la mia generazione — in anni in cui si è veramente teorizzata la morte di Dio, ma non solo la morte di Dio: la morte del padre, proprio la fine di ogni autorità. In una confusione su che cosa fosse la libertà, in una confusione pazzesca. Il risultato è che, in assenza di paternità — in assenza, perciò, di una vera appartenenza — il padre è la garanzia della mia appartenenza, cioè della mia identità: io so chi sono se so di chi sono. In assenza di questa paternità, si è sbriciolata la percezione dell’io, si è sbriciolata la consistenza che uno ha di se stesso.
E questo ha avuto — non me ne abbiano a male le signore — come riscontro negativo una invadenza della figura materna devastante, devastante. Nel senso che non c’è più chi tagli — perché questa è la funzione del padre — il cordone ombelicale, non quello fisico, quell’altro che le donne c’hanno nel cervello — non c’è nessuno che tagli quel cordone ombelicale e permetta ai figli di correre, di correre via.
Ero giovanissimo, avevo 15 o 16 anni. Il prete della parrocchia m’ha chiesto di dare una mano — nascevano i primi… come si chiamano… i cosi estivi… Grest, Cre… insomma, si cominciava a radunare i bambini per fare i compiti delle vacanze all’oratorio, poi si andava in gita, però prima c’erano i compiti. Allora dovete sapere che c’era il libro delle vacanze — cioè, dall’Alpi alle piramidi, dal Manzoni al Reno, uno andava nella libreria del suo paese e quello era il libro delle vacanze per tutti. A me tocca la quarta elementare. Mi ricordo ancora come fosse adesso, perché eravamo nel vecchio cinema dell’oratorio. E devo far fare sti compiti. Si cominciava — quarta elementare — a fare un po’ di analisi grammaticale, qualcosina di analisi logica — perché dovete sapere, ragazzi, che c’è stato un tempo in cui a scuola si studiava. Adesso sembra… ma giuro che tanti anni fa era così! Faccio fare sta analisi grammaticale, e c’era una frase da analizzare:
Mia mamma mi vuole bene.
Abbastanza facile come frase. Un bambinetto — evidentemente un genio antropologico — scrisse così. Pensate alla frase, scrisse: mia: aggettivo ossessivo.
Allora nella mia ignoranza e ingenuità — non ero ancora sposato — pensai a un errore grammaticale, un errore di scrittura, aveva saltato la P. Quello lì era un genio, perché aveva detto quella che poi si sarebbe rivelata una verità terrificante: “mia mamma mi vuole bene” — “mia: aggettivo ossessivo.” È veramente — credo oggi, a 57 anni, dopo 35 anni di insegnamento — sia uno dei problemi, una delle origini più diffuse di tanti disturbi, di tante patologie.
Perché se tu vieni su in un mondo in cui il padre lo fa fuori — e lo vedo, perché poi grazie a Dio mi è capitato di girare un po’ il mondo — e di società senza padri — penso alla Russia, la Siberia, dove di padri non ce n’è veramente più. Se vieni su in un mondo senza padri — ma è uguale anche l’America, eh, non con la violenza della Russia, ma l’America uguale — perché ci hanno tirato su tutti a furia di Topolino, questo orrendo, orrendo fumetto fatto tutto di famiglie senza padri e senza madri: sono tutti zii, cugini, nipoti. Crepa! Se c’è una famiglia come Dio comanda — cioè o papà e la mamma — no! — son tutti nipoti, cugini di zii… Boh. Studiato per dare un’idea di un sacco di famiglie senza padri e senza madri, dove non ci si sposa mai — eterni morosi, sempre — Paperino e Clarabella, nessuno che si sposa. Sono due società molto diverse, ma in tutte e due si vede questo effetto terribile che è l’assenza della figura del padre.
Proprio ciò che 2000 anni di cristianesimo avevano faticosamente edificato, consolidato, reso patrimonio culturale di una chiarezza, di una familiarità assolutamente decisiva — tanto che ci hanno insegnato a noi — la chiesa ha insegnato — a chiamare “padre” i preti, che di figli non ne hanno, e “madre” le suore. Tanto è sembrato, a un certo punto, naturale sentire la paternità e la maternità come la possibilità che un adulto consegni a un bambino — non la vita biologica, quella la danno anche le capre — ma il senso della vita, lo introduca al mistero del suo destino. Questo lo fa padre e lo fa madre. E questo la chiesa ha abituato a fare — i padri e le madri, per secoli. Questo è stato scientemente distrutto.
Ho incontrato in Siberia — una donna proprietaria di una multisala modernissima, proprio una roba da andare giù di testa: otto sale cinematografiche, un locale, un ristorante incorporato, un posto incredibile. E pranzo con sta signora che mi dice che la sua collaboratrice — più che la padrona del locale, è una signora che ha investito, eccetera, che è la sua manager — insomma, mi continua a nominarmi donne. E dico:
Ma signora, ferma un attimo — mi faccia capire — anche da noi ci sono donne bravine, intelligenti, insomma. Ma qui, se capisco bene, tutto sto ambaradan lo tengono su tutte donne? Cioè, la padrona, la direttrice… — ma è un’impresa grossa, enorme.
Lei mi ha guardato e mi ha detto:
Professor Nembrini, cosa vuole? Quelli forti li abbiamo uccisi in guerra. Quelli intelligenti li abbiamo uccisi nei lager. Questo è quello che c’è rimasto.
È una società che è consapevole di aver perso il padre — il padre nel senso di: l’uomo, la funzione che l’uomo deve avere nel processo educativo, cioè nel passaggio di generazione in generazione di un senso delle cose.
Mi sembra che questa sia una delle possibili cause — che ha a che fare evidentemente con la distruzione della tradizione religiosa, eccetera eccetera — ma una delle possibili cause proprio di quella che chiamiamo emergenza educativa. Emergenza educativa vuol dire che sono saltati i fattori di sicurezza della persona, si è sbriciolato l’io. Detto in altre parole: non ho mai visto soffrire tanto una generazione di giovani — mai. Io, a 37 anni che insegno — ma soffrire così per diventare grandi non ne ho mai visto. Soffrono, soffrono — anche di misteriose patologie. Insomma, guardate — vi leggo. Faccio prima se vi leggo qualcosa, perché io — imparo queste cose, le imparo. Non è che sono intelligente — però guardo quello che mi succede.
Una lettera
Per esempio, può succedere di ricevere una lettera così. Anzi, questa lettera me l’ha mandata un papà che riceve questa lettera dal figlio quindicenne e me la manda dicendomi: “Cosa devo fare?” Il figlio scrive al padre:
Medito e quando medito sto male, e quando sto male mi chiedete sempre cosa è successo — giusto per essere superficiali. Possibile che uno per star male debba sempre avere una motivazione, che gli debba sempre essere successo qualcosa, che ci debba per forza essere stato un fatto, un evento, un nodo gordiano chiaro a chiunque? Questo parte dalla comune volontà della nostra epoca di voler risolvere all’istante ogni problema. È tutto così nel mondo: hai il mal di testa, aspirina e non ci pensi più; hai il mal di pancia, l’Oki va bene per tutto; stai piano piano impazzendo, psicofarmaci. E così ci tolgono la responsabilità di quello che accade. Ci affidiamo a prodotti chimici che ci aggiustino per tornare a essere, appena possibile, macchine perfettamente funzionanti. Perché è questo che conta oggi — non la pace nel cuore, ma il dover costantemente essere oggetti funzionanti con il sorriso sulle labbra, che è l’etichetta di un prodotto che funziona bene. È uno sguardo sempre avanti verso l’obiettivo, verso il progetto per cui la macchina è stata creata.
Guardate — questo è un genio, 15 anni! Ci togliono la responsabilità di quello che accade. Mi permetto di commentare brevemente qui. Guardate che qui dentro — la sentite? — tra le righe ci sono delle cose importantissime dal punto di vista educativo. Da una parte, un atteggiamento che tende a evitare la fatica — cioè rende impossibile diventar grandi. Perché, viva Dio, l’uomo diventa grande se fa fatica. Io ormai sono lanciatissimo — farò una campagna contro i diritti dei bambini. I bambini devono lavorare — hanno il diritto di lavorare! Perché a 18 anni non te lo insegnano più, che è bello lavorare. Lo possono imparare quando per natura sentono che è bello. Quando per natura — e io me lo ricordo bene — quando mio papà venne a casa, avevo 7 anni, e mi regalò — non so come si chiama qui da voi — lui faceva l’operaio meccanico prima di ammalarsi. Arrivò a casa e l’azienda gli aveva regalato per i bambini: il Tony. Il Tony era la tuta del meccanico, quella tutta d’un pezzo, che te entravi dalle braghe, ti infilavi dentro così, poi tiravi su la cerniera. Io ricordo forse un momento di gioia, di realizzazione così forte — non l’ho più avuto nella vita — ero vestito come il mio papà al lavoro. E quel mattino, per la prima volta, m’ha detto: “Vieni con me.” E m’ha portato al lavoro a vedere mio papà lavorare. Avrei dato — se non fosse stato pericoloso — avrei dato la vita per poter fare con lui. Però qualcosina m’ha fatto fare: m’ha fatto vedere i ferri, m’ha fatto vedere la pinza, m’ha dato una cazzata da fare che probabilmente si è inventato lì per lì. C’ho tribulato tutto il giorno e poi, per capire che non serviva assolutamente a un osti! Ma arrivare, arrivare alla fine — ce l’avevo fatta — avvitare quella cosa lì, vestito col Tony e con in mano i ferri di mio padre. Ma sono diventato più grande quel giorno lì che con tutte le prediche che mi hanno fatto dopo! È lì, è lì che si impara la fatica. E i bambini hanno il diritto di fare questa fatica. È uno dei disastri educativi: impedirgli di farla.
E l’altra cosa — paradossalmente, anche questa l’ha accennata — sono soffocati da un’ansia da prestazione allucinante, in un mondo di adulti che confonde il voler bene e il volere il loro bene con il raggiungimento di una serie di performance — normalmente scolastiche — che se non avvengono sono sentite come frustrazione. Si capisce? Cioè i genitori gli dicono sempre: l’amore universale, uomini tutti uguali, l’Africa, le prediche — sempre. Dopo, però siamo così deficienti che coi figli si ragiona più o meno così: dopo la terza media, mio figlio si è iscritto al classico. Te vai in giro per il paese: “Scusate, eh, ma che figo di genitore sono!? — mio figlio va al classico!” Eh, se fa lo scientifico può andar bene, ma se fa un tecnico industriale — porca Eva — la mamma un po’ il magone ce l’ha. Ce l’ha. Ma se fa un istituto professionale o un centro di formazione professionale, alla sera il papà e la mamma si trovano a discutere: “Dove abbiamo sbagliato?” Se poi, per caso, quel figlio lì, dopo la terza media, gli piace lavorare — vanno in analisi. Due genitori falliti nel loro compito educativo.
Si capisce? Cioè, in realtà, i nostri comportamenti contraddicono manifestamente le nostre grandi affermazioni di principio, le nostre grandi intenzioni educative. Dov’è il problema? Il problema è — adesso proviamo a dirlo — è la natura dell’amore, a cui siamo stati richiamati prima. Ma voglio chiudere con quello. Qui c’è dentro, in questa lettera, la disperazione di un figlio che è soffocato dagli obiettivi. Tu hai degli obiettivi — ma per cosa siamo stati creati? Per raggiungere degli obiettivi?
No, dice sto ragazzino:
Siamo stati creati per amare, per amare chi ci sta vicino — gli amici, gli affetti, la famiglia, la gente. E non si ama, come tu vorresti farmi credere, caro babbo, non si ama continuando a mostrare a chi ci sta vicino che la propria macchina funziona e raggiunge gli obiettivi bene e da sola. Si ama solo con la pace nel cuore. Il tipo di amore che tu mi vuoi insegnare — quello che chiami responsabilità — mi sembra una gran cazzata.
Scusate. E poi — sentite cosa dice:
Credo che Gesù Cristo non abbia mai amato i suoi fratelli sperando che essi non peccassero, affinché lui non dovesse intervenire per rimettere i loro peccati. Credo che Gesù Cristo ci ami sperando di poterci amare, cioè di poterci perdonare. Non lo amiamo facendo in modo che lui debba smettere di intervenire perché ormai siamo responsabili e non abbiamo bisogno di lui, e così lo lasciamo in pace. A me, a volte, papà, sembra di riuscire a volerti bene solo quando riesco a far quadrare la mia vita, a camminare con le mie gambe, non costringendoti più a intervenire nella mia vita. Ma è questo l’amore che tu vuoi da tuo figlio? Mi piace di più quando mi permetti di correggerti nei tuoi errori che fai, anche se sei mio padre e a me superiore e con più esperienza. Mi sembra di amarti di più dicendoti che devi smettere di comprare orologi — perché questa è una correzione amorevole e fraterna, anche se sono tuo figlio.
Va avanti un pezzettino e dice:
Babbo, dirò una frase che non ho mai detto in vita mia, perché mi è sempre sembrata volgare, da ragazzo da quattro soldi che non ha niente da dare al mondo. Ma è così: babbo, io la vita la voglio godere.
E qui siamo al cuore della questione. Perché — e la dico così — se un ragazzo a 15 anni sente come colpa il desiderio della felicità, ciò per cui siam venuti al mondo, c’è dentro una stortura educativa terrificante. Questa è la condanna a morte di tutto il moralismo — anche cattolico — con cui siam venuti su.
Pensate che lui, per compiacere il papà che la pensa così, vive il desiderio di godere la vita come colpa. La vita la voglio godere. Voglio godere — ma non è scemo. Non è che sta pensando ad andare in giro a… capito. Non è un animale. Dice:
La voglio godere con la pace nel cuore. Voglio il sacrosanto diritto alla serenità. Voglio studiare. Voglio imparare l’inglese con i cd e anche coi libri. Voglio stare con la mamma e con Maria e andare a trovare i nonni. Voglio portare a spasso il cane. Voglio trovare la ragazza e magari cambiarla mille volte. Voglio cioè vivere come non ho mai fatto fino ad oggi. Credo, come te, che tutto questo sia illegittimo — ma io ne ho assaporato la gioia e ho il diritto di assaporarla ancora, proprio adesso, non tra 10 anni. Se non ora, quando? E così la mia vita è un bivio. Io scendo in trincea. Credo che non tornerò più indietro. Se vado in guerra, quando ne uscirò, sarò invincibile. La domanda vera è: ne uscirò? Io in guerra ormai ci sono già. E ne assaporo ogni volta, dopo la lezione di greco, l’odore di sangue e di ossa spappolate. Sono concentratissimo. Il nemico lo voglio abbattere — ma lui, il nemico, cioè il male, la disperazione che c’è dentro, il non senso, mi ride in faccia sempre più forte. Babbo, io questa guerra la voglio vincere. Ma ormai deve essere chiaro che la mia serenità — il figlio che hai visto in questi giorni — non lo rivedrai mai più. Forse tra 5-6 anni, forse 10, sempre che in trincea io riesca a mantenere salda una parte di me. Stammi vicino, babbo, e ti prometto che pregherò e chiamerò Padre il Signore come chiamo babbo te. Sento di non farcela. Ora, una volta per tutte — sai come la penso sull’utilità di questa guerra — ora saranno solo lacrime e sangue. Amen.
È chiaro che è un ragazzo eccezionale. È chiaro che, se volete, ha una storia particolare, avrà delle ferite sue. Ma ho imparato — e voi educatori me lo confermerete — che quando si incontra la patologia è interessantissimo, perché la patologia non è altro che una lente di ingrandimento dove si vede meglio quello che succede a tutti. Si capisce? Per cui non venitemi a dire: “Eh, ma quello lì è un po’… mio figlio invece no.” Tuo figlio sta vivendo proprio così — dopo ne patisce meno, ne soffre meno. Questa è una fotografia di una generazione.
Una seconda lettera
Un ragazzo di 19 anni, ospite perché ha problemi gravi, molto gravi di salute — crisi di panico — scrive alla madre della famiglia che lo ospita da 3 anni:
Carissima, di quelle cose per cui ringraziarti che solo questa riga l’ho già riscritta 10 volte. Rimettere in fila i pensieri che mi passano per la testa in questo momento è un’impresa. La prima cosa per cui voglio ringraziarti è la disponibilità che hai avuto da subito quando sono arrivato in casa vostra. Nella mia vita ho capito una cosa: una casa è vissuta da tutti — padre, madre, figli, parenti, disagiati che passano di lì perché non ce la fanno più. Ma chi la rende casa è una madre. Il papà ha il suo compito importantissimo — ma, come a casa mia, dove vuoi che vada il papà senza lo sguardo di una donna che lo sostiene?
Profondissima verità, eh? — il problema è che lo sostenga, capite? Perché quando poi invece la donna rimane con quel potere che dicevamo prima, è un casino. Insomma, la differenza mi sembra questa qui: gli uomini, al nemico, rendono anche l’onore delle armi. Le donne non fanno prigionieri. E quindi quando ti puntano sei morto — non ce n’è. Se invece fanno il loro lavoro, cioè di sostenere l’uomo, allora si capisce che dietro ogni uomo grande c’è sempre una grandissima donna.
Anzi sono rinato più volte, grazie al fatto che il tuo amore — per la vita, per tuo marito, per i tuoi figli, per il tuo lavoro — hai investito e travolto anche me. Io non so nemmeno quanto tu abbia potuto, quanto tu abbia pianto o abbia fatto fatica nel vedermi star male, quanto tu abbia sofferto nel sentirmi bestemmiare dal dolore perché non ce la facevo più. Ma anche in quei momenti ho visto in te che esisteva nel mondo una cosa che rendeva la vita bella. Mi dicevo — con grande difficoltà, ma me lo dicevo — vale la pena stare così male, se esiste quella cosa che vedo negli occhi di questa donna quando fa da mangiare, quando invita un sacco di gente a pranzo e poi a cena e poi a dormire, cioè quando serve.
Se io sento una donna dire — prima non mi incazzavo così, adesso quando sento quelle madri che dicono: “Io non sono la tua serva!” La prima cosa che gli dico è: “Lei è cristiana, sì o no? Perché se è cristiana, va a confessarsi, subito.” Perchè siamo nati, messi al mondo per servire. Che cosa sta dicendo — “non sono la serva?” Lei è la serva, io sono il servo. Vai! Queste cose ostinate che fanno incazzare i figli.
Se esiste quella cosa che si vede quando vuoi bene e tratti da ospiti — a tutti gli effetti e con cura — quei simpatici deficienti dei miei amici, che tanto mi somigliano nella loro idiozia. Non sai nemmeno quanti sono, non sai a volte nemmeno chi sono, ma gli vuoi bene. Se una donna come te esiste — con tutte le sue debolezze, con tutte le tue debolezze — se una donna come te è reale, è reale anche chi la fa essere così. Mi faceva male dirlo quando invece tutta la mia testa mi diceva solo di bestemmiare. Ma non c’è stata cura che mi abbia fatto più bene di questa. 3 anni fa ho detto a tuo marito che avevo bisogno di un posto che non avesse schifo di quello che ero.
E diciamolo: tutta la questione educativa è questa. Lui me l’ha detto tante volte, che lo conosco bene: “Franco, io ho bisogno di un posto che non abbia schifo e non abbia paura di quello che sono”. E io ho ritenuto questa la definizione più grande di educazione che esiste. Perché se è così vuol dire che l’educazione si chiama perdono. In questo senso: solo chi ama educa. Perché l’educazione è amore, cioè misericordia, e dire all’altro: “Io darei la vita per te prima che tu cambi. Non se cambi un po’, se diventi un po’ più buono, almeno il sei, porca boia — che sei intelligente, che lo dicono anche tutti gli insegnanti, che c’hai le capacità.” E tutte queste stronzate che gonfiano la testa dei nostri figli. No, darei la vita per te adesso.
Questo è l’amore e questo atto, questo atto di misericordia, questo atto di perdono — è l’inizio dell’educazione. Lì comincia l’educazione. Quello che quel signore lì ha fatto — perché è la fotografia dell’educazione quell’immagine lì? Perché lì si vede che Lui è uno che non è lì a scegliere quelli che lo meritano, non è lì a dire “tu sì, tu no, tu però devi cambiare in questo” — è lì a dire: Venite. Io darei la vita per voi.
Il brano che è stato letto, della lettera che ha scritto: “io darei la vita per voi.” Ed è perché uno dà la vita per me che allora trovo l’energia per cambiare. Allora forse diventerò più buono. Allora forse mi metterò a studiare. No — il rovescio, si capisce?
Ho detto a tuo marito che avevo bisogno di un posto che non avesse schifo di quello che ero. Ma poi con voi mi sono accorto che non solo non avevate schifo di me, ma che mi volevate un bene gigante, superiore a quello che io avessi mai provato verso nessuno — tantomeno verso me stesso. Un bene che mi ha fatto dire …
Pensate, pensate che bello:
… un bene che mi ha fatto dire: tu qui puoi anche star male.
Si capisce? Pensate un ragazzo che sta male e trova, e sente, un posto dove non gli si dice continuamente “sei storto, sei fatto male, curati, sei sbagliato, sei sbagliato, sei sbagliato” — un posto dove gli si dice: Tu qui puoi anche star male. Noi ti vogliamo bene uguale. È brutto da dire, ma è stato proprio quello che ho pensato. Poi ho capito dopo perché l’ho pensato:
Solo in un posto dove si vede star bene da cristiani, cioè da santi, cioè da persone veramente felici — lì si può anche star male. Da persone felici, cioè da persone che hanno visto nella fatica il fatto che c’è qualcosa che salva la vita degli uomini. Quindi puoi star male, puoi avere paura, puoi anche credere di essere disperato. Ma in fondo — e l’ho capito dopo — il mio cuore non aveva modo di essere disperato davvero. La mia testa credeva che tutto fosse una merda gigante, ma il mio cuore aveva la segreta certezza che la speranza esiste. Era lì. E io, nella mia faticosa battaglia, bestemmiavo. Ma Dio — che è un tipo che non se la prende — mi metteva davanti al mio star male l’amore materno e paterno di due persone che non erano mio padre e mia madre, l’amore fraterno di persone che non erano i miei fratelli. Ed erano persone che avevano tutte lo stesso desiderio: farmi vedere con la vita e non con le parole che il mondo non era come lo avevo in testa io, che la mia mente autodistruttiva non aveva ragione. Mica per convertirmi — per semplice e gratuito amore. Una cosa che gli uomini non sanno fare da soli. Con Dio sì. Si chiama perdono, si chiama misericordia. I problemi non me li hanno risolti. Ma adesso ho una certezza: per me i casi sono due — o suicida o cristiano. L’ultima cosa per cui voglio ringraziarti è di avermi restituito il rapporto con la mia famiglia. È difficile da spiegare, ma ho visto in te un amore materno così pulito che ho riscoperto, dopo tanti anni, quello della mia vera mamma.
Fonte e origine dei problemi che lui ha, non nel senso di dire “ecco come dovrebbe essere la mia mamma, invece non capisce niente”.
Ma nel senso che la mia mamma è proprio come te nel cuore. È solo più difficile da vedere. Cioè la mia mamma mi investe di amore vero. Nemmeno lei mi disprezza, anzi mi vuole più bene di quant me ne voglia io. Anche lei vuole che io sia felice — lo desidera ardentemente. Ma per una serie di cose io faccio fatica a godere del suo amore. Ma adesso sono certo come che domani sorge il sole che questo amore c’è. L’avevo dimenticato. Grazie, perché me lo hai restituito. Non so se si capisce, ma per me è fondamentale. Perché con questa scoperta su mia madre ho scoperto la grandezza di mio papà, e poi quella dei miei fratelli, e dei nonni, e di tanti altri. Grazie.
Capite? Capite cos’è la dinamica educativa? Capite che cosa vuol dire che l’educatore — Ma l’educazione è questa cosa. M’ha fatto veramente entusiasmare prima il suo intervento. Perché, perché quell’idea lì che l’essere è amore — noi non abbiamo più l’idea. Per avere l’idea bisogna leggere Dante, oppure sentire le conferenze sue — altro io non conosco — e leggere il papa è un’altra cosetta interessante. Ma se uno lo legge Dante — fatemi fare questo accenno, perché è la fonte dell’amicizia con migliaia e migliaia di ragazzi.
Giuda e San Pietro
In Dante quello che lui ha provato a dirci prima è lì da vedere, è proprio lì da vedere. Cioè, Dante — ho fatto quest’anno il secondo, quello sul Purgatorio, cioè la cantica del perdono, la cantica della misericordia.
Dunque — già l’Inferno è interessante, perché ci mette in pace tutti. Perché, vedete, leggere queste lettere — uno potrebbe dire: “Oddio buono, Franco, ma parti sempre dalla sfiga, cioè da queste situazioni un po’ così.” Da dove si parte? C’è un uomo serio — da dove parte? Parte così. Parte da tutto il male di cui è consapevole. Un uomo serio parte così:
Nel mezzo del cammino di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita. E tanto amara che poco è più morte.
L’uomo comincia così, se ragiona, se c’ha la crapa. E poi, via via, tutto quello che sapete — insomma, non posso farvi Dante oggi. Ma voglio segnalarvi questo: che sono le cose su cui sfido i ragazzi. In quel primo canto meraviglioso, che distrugge alla radice quella presunta autosufficienza, la presunzione di essere indipendenti, di non dipendere. Cioè, è un’affermazione. Ma pensate che ci han fatto su — filosofie, pedagogie, sociologie — miliardi di libri su una stronzata, cioè su una menzogna che è di una clamorosità tale che un bambino di 3 anni dice: “Ma cosa stai dicendo, che siamo indipendenti?” Ma se non abbiamo deciso il giorno in cui nascere e non decidiamo quello in cui moriamo, siamo già un pochino dipendenti, tanto. Sono le due cose decisive. E poi non ho deciso neanche se nascere bergamasco o africano. Non ho deciso se nascere uomo o donna, non ho deciso se nascere malato o sano. “Indipendente” — cosa? Ma che stupidata è, no?
E allora sentire che questa presunta autonomia — che pure c’è — è ingiusta, è una menzogna. E magari provarci, a raggiungere il vero, la felicità per cui si è fatti — provarci e non riuscire. Perché una lonza, un leone, una lupa — cioè il peccato originale — te lo impedisce. C’è una debolezza in te strutturale per cui tu non puoi farti felice da solo, e se ci provi finisci male. E poi si va a leggere l’Ulisse, che ci ha provato… Allora bisogna che ci sia uno che ti aiuta, che sa — un maestro, un santo: San Giovanni Bosco per voi, San… speriamo… Don Luigi Giussani per me. Ci vuole qualcuno di quelli a cui Dio ha dato la copia della chiave, che ti dice:
Franco, ma dove vuoi andare da solo? Vai da nessuna parte. A te conviene tenere altro viaggio. Se vuoi campar, d’esto loco selvaggio, devo fare un’altra strada. Ti porto io.
E te ti fidi. Ti fidi di uno che ti accompagna e che ti porta a fare tutto il giro. Il giro di cosa? Il giro del mondo? Ma va là! Il giro della tua anima. Perché quel giro lì, quel percorso lì — tutto l’Inferno, tutto il Purgatorio, tutto il Paradiso — sei te. E il viaggio è a guardare in faccia tutto il tuo male e a provare a perdonarlo — non te, a sentirlo perdonato — per poter accedere a un po’ di bene. E allora cominci un percorso e una storia, e cominci a capire.
Ecco — questa è l’ultima cosa che vi voglio dire, per entusiasmarvi e infiammarvi all’idea di leggere Dante — la scoperta che ho fatto appunto facendo il Purgatorio coi ragazzi. Perché sono cose che imparo da loro. Questa scoperta: provate a pensarci. All’Inferno i dannati sono lì perché hanno fatto i peccati — quelli grossi, i peccati mortali. Ma anche al Purgatorio sono gli stessi peccati! Cioè, il Purgatorio è organizzato in sette gradoni, uno per ogni vizio capitale. Com’è sta storia? Se han fatto gli stessi peccati!?
Ecco qual è la storia: la storia è proprio questa — che l’Inferno è guardare l’altro crocifiggendo al suo peccato. L’ultima parola sull’altro è il suo limite, è il suo tradimento. L’Inferno è l’uomo che viene identificato col suo male. Tu sei il tuo male.
Ho sentito ieri — ieri mezzogiorno — ero ad Assisi, a un congresso con una fondazione americana. Ho sentito la testimonianza di un carcerato del carcere di San Quintino. M’ha impressionato tanto, perché quest’uomo ha ammazzato una dozzina di persone. E continuava a dire solo questo: che da quando era nato suo papà gli diceva:
Tu sei un errore. Tu sei uno sbaglio.
Questo è l’Inferno. Invece c’è un modo di fare gli stessi peccati che ha dentro una possibilità di perdono. Son gli stessi peccati, ma son come portati con dolore — perché anche le pene del Purgatorio, viva Dio, fan paura. Non è che son lì a fare quattro passi. Son portati con dolore, ma con dentro una certezza di perdono.
L’Inferno è il luogo di Giuda. Il Purgatorio è il luogo di San Pietro. L’Inferno è il luogo del tradimento. Il Purgatorio è il luogo del rinnegamento — cioè di uno che sbaglia, che tradisce, ma più forte del tradimento è quella parola. Quella parola: io non so chi di voi conosce Comunione e Liberazione, ma vi dico di don Luigi Giussani: disprezzate tutto il resto se volete, ma andate a leggere la pagina che noi chiamiamo affettuosamente “il sì di Pietro.” Non potete non conoscerla. Perché racconta — come se ci fosse stato — racconta questa cosa di Pietro che aveva tradito anche lui. Capite? Poteva essere andato a suicidarsi, Pietro. Eh, a impiccarsi come quell’altro. Aveva tradito.
E quella sera — quando si trova lì attorno al fuoco con Gesù risorto — l’hanno appena riconosciuto, gli aveva preparato il pesce sulla brace — dice Giussani: immaginate Pietro che sta un po’ spostato per non farsi vedere. C’ha vergogna. Non può non essere lì — perché, dove vuoi che vada? Gliel’aveva già detto: “Dove vuoi che andiamo?” — ma c’ha vergogna. Non sta nella pelle. E allora sta come all’ombra, cerca di non farsi illuminare dal fuoco, per essere quasi lì ma invisibile.
E Gesù, che lo cerca invece, me lo immagino — lo cerca, si sposta, guarda, e lo becca. “Pietro!”:
Cazzo, Dio, chissà che rogna che mi fa su. Chissà che pacco! Cosa gli dico adesso? Che non ho studiato?
E invece che:
Stronzo! Proprio te, che t’avevo dato anche le chiavi, t’avevo fatto capo? Ah! Che figura, eh?
si sente dire:
Pietro, mi ami tu?
Ma immaginatevi Pietro — cosa deve aver sentito! Deve aver vissuto un momento di paradiso. L’educazione comincia qui. L’educazione — ve lo giuro — ma insomma, chi di voi ci prova, lo sa: l’educazione comincia quando un adulto — che è uno straccione, eh, non stiamo parlando di Gesù, ma un adulto — per la certezza che vive lui, per la certezza che ha lui del valore suo e dell’altro, guarda un bambino che l’ha fatta grossa. Ma il primo sentimento che ha non è né la vendetta né la punizione. È uno sguardo che gli dice:
Io darei la vita per te, adesso.
Ecco, lì comincia l’educazione. Perché dopo — se ha fatto una cazzata — lo devi martellare per forza. Cioè, si danno i quattro, si danno le sospensioni, anche qualche legnata fa benissimo. Io come papà — non c’era ancora il Telefono Azzurro — quindi ho potuto regolarmi con molta… si capisce?
Sbagliate pure ma amate
Ma l’educazione comincia quando un adulto — pensate agli insegnanti — un insegnante. Cosa vuol dire? Cosa vuol dire entrare in una classe? Guardate: 37 anni che insegno. Avere la maniglia della porta in mano per aprire, sentire di là urla disumane di questa masnada di bestie che ti attendono per divorarti, e dire Un angelo di Dio.
Per recuperare questa coscienza — cioè: sono miei. Dio li ha dati a me per un’ora magari, ma in quest’ora sono miei. “Miei” vuol dire che se non li guardo io così — cioè perdonandoli — è finita.
Oppure entrare — magari anche con tanta competenza, bravissimo professore — però con un sentimento di fastidio, di distanza: “Ma proprio questa classe dovevano darmi, cazzo? Che quell’altra, di bambine così carine…” . E non si sa neanche cosa succede.
Diciamo un’altra grande regola dell’educazione: sti stronzi c’hanno dei sensori che gli ha dato la natura — non lo so come fanno — che indipendentemente da quello che dici, cioè te puoi anche fare il figo simpatico, indipendentemente dalle competenze, addirittura prima di aprire la porta — quando c’hai ancora la maniglia in mano — loro sanno. Non so come cazzo fanno, ma loro sanno se tu li ami o no. E questa cosa deciderà tutto del rapporto tra te e quei 30 ragazzi. Deciderà del fatto che imparino o no l’italiano, deciderà del fatto che abbiano passione per la grammatica o no, del fatto che si comportino in un certo modo o no. Decide tutto. Ed è una cosa che loro sentono, e più son piccoli più son così. Perché più diventano grandi intervengono altri fattori, evidentemente. Ma resta decisiva questa questione anche in quinta superiore.
Che cosa è decisivo? Che cosa loro ascoltano? I figli nei genitori, gli alunni nell’insegnante, la squadra di pallone con l’allenatore — che cosa sentono? Questo: è come se avessero dei sensori. E ascoltano — senza neanche bisogno di guardare — ascoltano il battito del cuore. Immaginate davvero: è proprio come il bambino nella pancia che vanno avanti a sentire i battiti del cuore. Cioè, diventano capaci di registrare i movimenti del cuore dell’adulto che hanno davanti. Sanno se quel cuore batte per loro o contro di loro. E questo — vi giuro — decide tutto. Tutto. Poi puoi sbagliare, puoi farla, puoi anche farle grosse. Decide tutto. Tanto i ragazzi perdonano tutto a uno che li ama — perdonano tutto, molto più di quel che noi perdoniamo a loro. Per cui non abbiate paura di sbagliare. Sbagliate pure — tanto lo sanno che sbagliamo. Non c’è niente di più ridicolo e di più patetico di un adulto che fa finta di non sbagliare mai. Ti sgamano in 30 secondi. Secondo me a 3 anni i miei figli hanno capito che il papà era un po’ deficiente — per una serie di ragioni — la cosa era chiara.
Non abbiate timore di sbagliare. Non potete sbagliare se amate — come abbiam detto stamattina — non potete sbagliare, perché è l’unica cosa. Ma questa è l’unica cosa. Poi il resto — anche mio padre sbagliava. Mio padre ha tirato su 10 figli — 10 figli — è nato il decimo che il primo aveva 15 anni. C’ha in un appartamento di 62 metri quadrati. Soprattutto inverno, qualcuno me l’avrà già sentito raccontare — quando arrivava a casa ed erano quelle giornate, sai, inverno non si può andare all’oratorio, non si può uscire, 10 bambini in casa — ma in una casa che è lunga come quel tavolo qui. Probabilmente c’erano delle sere che arrivava a casa e c’era proprio da raccogliere morti, feriti, fare il conto dei danni. Quando eran quelle sere lì, mio padre se ne rendeva conto subito, prendeva la cintura dei pantaloni — il primo che passava — patapim, patapum, patapam. Non è che stava a indagare…
Una volta arrivo da scuola — da scuola ero andato a fare i compiti a un mio amico — alle 6:00 della sera — quando lui rientrava — tranquillo come una Pasqua. Arrivo lì sul pianerottolo, non faccio a tempo a togliermi la cartella — c’erano quelle cartelle di cartone con le due… Non faccio a tempo a togliermi la cartella e a metterla giù — era una di quelle giornate. Dietro c’era mio padre. Ho cominciato a prenderle, comincia a suonarmele — ma di santa ragione mia! Dalla cucina vede la scena — mia mamma mi voleva bene, all’anima, era il suo coccolino — diciamolo. E corre verso mio padre:
Dario! Dario! Cosa fai? Il Franco è appena entrato! Non c’entra niente!
Mio padre si è fermato, si è rimesso la cintura dei pantaloni, e serissimo mi ha messo una mano sulla spalla e m’ha detto:
Va bene. Mettile via per la prossima volta!
Non ha fatto una piega! E io ricordo benissimo — ma ne ho un ricordo lucido — che mi sono incazzato. Ma non col mio papà — mi sono incazzato con me stesso. Perché bisogna essere più veloci a capire che ci sono giorni in cui fermarsi sul pianerottolo è pericoloso. Te, certi giorni, il pianerottolo devi attraversare alla velocità della luce, infilarti nel letto e stare a vedere cosa succede prima di muoverti.
Ma il dubbio che mio padre mi odiasse — ma non mi ha mai sfiorato. Ma proprio zero. E pativo una ingiustizia grave — menava davvero, eh! Ma non mi ha sfiorato nemmeno l’anticamera del cervello il dubbio che mio padre mi amasse.
Per cui usate pure questo criterio: sbagliate pure, ma amate. Perché io lì le ho prese ingiustamente. Ma quanto preferisco questo a quello che m’ha detto qualche giorno fa un ragazzino — può essere di prima media — che mi ha detto:
Magari mio padre mi menasse. Vorrebbe dire che esisto.
Ripeto:
Magari mio padre mi picchiasse. Vorrebbe dire che esisto.
Un terza lettera
Insomma, l’ultima battuta era questa: sto Purgatorio — perché c’è dentro tutta l’idea di educazione, di male. Ma quando ti accorgi — il Purgatorio: sapete perché si fanno i peccati? Io questa è la cosa che mi ha fatto impazzire. Sapete perché facciamo i peccati? Perché amiamo! Dante dice che i sette vizi capitali — stiamo parlando della lussuria, gola, ira, invidia, superbia, eccetera — si fanno per amore. È una cosa di una liberazione che non avete idea.
Perché — se, come dice lui, si pecca perché si ama, o per troppo di vigore, o per poco di vigore, o per malo obietto, per una confusione sull’oggetto — ma capite che liberazione è? Vuol dire che se passa una bella ragazza e vi piace, è bene! Vuol dire che ogni desiderio de sidera rapporto con le stelle, cioè che la natura dell’uomo è desiderio. Perciò ho intitolato sti libri Dante poeta del desiderio. Perché è Dio che ci ha voluto così. Dio ci ha fatto desiderio, cioè capacità di essere attratti dal vero, dal bene, dal bello, dal buono. Per cui se ti viene — vedi una pasta asciutta gigante così e ti viene da tuffarti — è bene, va bene! Se vedi una bella gnoca — va bene, va bene, va bene! Non c’è niente che Dio abbia fatto contro di noi. Si ama sempre, perché ci ha fatto su di lui così.
E questa è la cosa che lui dice — che per me è stata una rivoluzione: l’amore non è un sentimento che io ce l’ho e lui non ce l’ha. Si vede subito: quello là ce n’ha un po’ — senza esagerare, filosofo — io sono un passionale — quello là così così. No — non funziona così. L’amore è una legge, nel senso che è la natura dell’essere. È una cosa da andar fuori di testa! È come — non so — avete presente la gravitazione universale? Se io adesso mi alzo e cammino e vado lì, inciampo, cado — perché peso. Non essendo un angelo — gli angeli volano, perché si prendono alla leggera, lo sapete vero, non si danno troppo peso. Insomma, bisognerebbe essere così, e forse voleremo anche noi. Cioè, la legge della gravitazione universale non è che la scelgo, e dico: “io ci credo e tu non ci credi.” È come quelli che dicono di non credere in Dio — sei scemo. Cioè — al gè, come fai a discutere se c’è o se non c’è? La legge della gravitazione universale c’è, ed è legge dei corpi pesanti. Per cui si può discutere finché volete, ma dopo vi raccomando: anche se non credete alla gravitazione, fate le scale, perché se scendete dalla finestra fate “Chek!” e morite. Ok.
È di questa natura l’amore. E questa la scoperta — m’ha fatto impazzire letteralmente. Dio è amore e ci ha fatti come lui. E noi siamo amore — amore vuol dire una infinita, eterna attrattiva l’uno per l’altro. E allora è facile anche la moralità — si capisce che cos’è. Perché Dio ha riempito il mondo di tante di quelle cose belle che è tutta una attrattiva continua. Un bicchier d’acqua — ma poi pensate: le belle donne, le belle macchine, le montagne, il sole — ma che roba è! Ma quanto bene c’è! Ma quanta attrattiva c’è!
Il problema è che io avevo pensato male — male educato dalla suora dell’asilo, che ci insegnava che nella vita invece ci sono le cose buone, che vanno verso Gesù, e le cose cattive, che vanno verso il diavoletto. Solo che — porca boia — tutte quelle che mi piacevano erano dalla parte sbagliata! E uno viene su un filino con l’idea che la fede sia una grossa fregatura, perché finivano sempre di là le cose che mi piacevano.
Non funziona così. Funziona così: che Dio ha messo un’infinita attrattiva nelle cose e ci ha dato un cuore e una ragione capaci di perseguirle. Ma perché Dio ha messo questa infinita attrattiva nelle cose? Perché desiderassimo lui. Cioè, ha fatto di tutte le cose un segno della sua infinita bontà. Ma per accorgersene bisogna usare la testa, la ragione. Perché il diavolo — attenti — usa le stesse cose di Dio per perderci. Cioè, non è che il diavolo ti fa vedere delle cose brutte e Gesù delle cose belle. Sarebbe facile! Mica scemo il diavolo, eh! Per tentarti, usa le stesse cose belle che usa Dio. Solo che ti mette uno stop:
Vedi passare quella bella ragazza? Se la possiederai, tu sarai felice.
E così ti frega. Perché uccide la natura vera di quella ragazza — che è essere segno dell’infinita bellezza di Dio — e uccide te, che non persegui più il tuo obiettivo, ma un obiettivo sbagliato, parziale. E renderai infelice te e tutto ciò che tocchi. Quello lì è peccato. Se è grave è mortale — cioè, uccidi proprio.
Allora, a me — quest’idea che tutto sia buono, che tutto sia per me, nulla sia contro di me — nemmeno la morte. Nemmeno la morte! Perché quel santo — ero ad Assisi — quel santo che ha scritto così dell’attrattiva che provava per l’erba, per il vento, per il sole, per l’acqua, è lo stesso santo che ha capito e vissuto che legge dell’essere è l’amore, cioè il perdono:
Beati quelli che perdonano per lo tuo amore, da te, Altissimo, siranno incoronati.
E ha perciò, come esito e come incredibile frutto, la possibilità di chiamare sorella la morte.
Di questo stiamo parlando. Ecco — mi sembra che da questo punto di vista — e la pianto, veramente, per me. Per me ormai veramente ragionar di fede, ragionar di educazione e ragionar di Dante s’impasta, perché tutto si conferma. Dante mi spiega l’educazione, e l’educazione dà ragione a Dante, e tutto quel che vedo funziona così.
Allora — e vi lascio con questo — ho pensato che quella lettera, la prima che ho letto, fosse da consegnare agli educatori. Allora l’ho mandata a tutti i docenti della mia scuola — io faccio il rettore di una scuola. E l’ho mandata con queste due righe di presentazione, che leggo anche a voi come conclusione:
Molti di voi mi hanno chiesto di poter avere il testo della lettera che ho letto al collegio docenti. Ho chiesto e ottenuto il permesso agli interessati, dopo averla emendata dagli elementi che li renderebbero riconoscibili. Però mi premeva che un documento così crudo e sincero non girasse senza che fosse chiara la ragione che mi ha spinto a leggerlo davanti a tutti voi. Bisogna che abbiamo chiara la gravità del momento storico che stiamo vivendo — la gravità di quella che ormai tutti chiamano emergenza educativa. Questa generazione di ragazzi soffre. Soffre di una malattia grave, perché è malato e in frantumi il loro io, cioè la coscienza che hanno di sé nel rapporto con le cose. Per questo ho detto al collegio docenti delle medie: abbiate presente sempre, con la coda dell’occhio, che a un certo punto questi ragazzi arrivano lì, a quel dramma e a quelle domande. Perché la grande scommessa delle medie — ma anche delle elementari, e anche di quelli che giocano al pallone — la grande scommessa delle medie è che voi possiate coltivare e custodire, in ragazzini dagli 11 ai 13 anni, una grande simpatia per la realtà, per le cose, per la vita, per se stessi. Anche solo una grande simpatia per se stessi, che non hanno più. Quella lettera descrive una misteriosa paura: una paura di impazzire, paura che nulla abbia consistenza, paura che tutto tremi. Come disse uno di loro tempo fa: alla vostra generazione è andata bene perché vi hanno portato via soltanto la fede. A noi invece hanno portato via la condizione stessa della fede, cioè la realtà. Ci hanno lasciati soli con i nostri pensieri. Ecco il compito della nostra scuola è questo: affrontare questa sfida. Non lasciare i ragazzi soli con i loro pensieri, ma abituarli a fare del pensiero lo strumento di riflessione sull’esperienza, cioè sul rapporto con la realtà, con le cose. Sol così li aiuteremo a diventare grandi, a diventare uomini e donne sicuri, lieti, certi di sé. Non preoccupatevi di fare loro delle prediche. Non li dovete convincere di niente. Gli dovete testimoniare una passione per la realtà capace di tenere su la vita — insegnando quello che gli dovete insegnare, cioè testimoniando e basta. Perché nella solitudine dei propri pensieri si marcisce. Quindi teniamo questa lettera con la coda dell’occhio ogni mattina, pensando ai nostri alunni e al loro bisogno, nel momento stesso in cui varchiamo la soglia dell’aula.
Io gli ho consegnato questo. Lo consegno anche a voi.