Alda Merini


L'anima, il manicomio e la poesia

Davanti alla Pietà Rondanini 1

Michelangelo mi ha sempre colpito molto, anche perché ha avuto una vita straziata dal male, proprio dal male fisico e morale. E però da questo male umano e disumano sono nate delle cose grandiose. Però secondo me non necessariamente il dolore deve scatenare l’arte: penso che anche la gioia lo possa fare.

Nella Pietà Rondanini ci sono due tipi di dolore. Il dolore fisico, il rilassamento fisico di un Cristo che cade dalla Croce — quindi è morto, ormai è senza dolore, dopo aver passato il travaglio della carne — e il dolore morale di Maria. Cioè, sono due tipi di dolore. Nella vita, purtroppo, abbiamo il dolore fisico, quello di chi si è fatto male a un piede, e il dolore del sentimento, che alle volte è molto più devastante di quello.

Si fa tanto caso al dolore mariano proprio perché la Madonna è stata ferita a morte: il figlio è talmente legato alla madre che anche il dolore del figlio, carnalmente, lo sente anche la madre. Quindi la madre non si può estrarre da questi due tipi di dolore.

Moralmente Cristo come uomo ha sentito il dolore da uomo, e come Dio penso che abbia sentito una grossa svalutazione di quello che era la sua grandezza, la sua grandiosità. È quello che un po’ sente il poeta a contatto con certa gente mediocre: si sente svalutato, si sente ferito a morte. Perché è difficile, per una persona, per un uomo, per un essere che in sé aveva l’idea del divino, fare una morte così ignominiosa.

Come terzo composto di questa Pietà c’è anche la vergogna di vedere un Cristo depauperato di tutto. Poi io, quando ho scritto i michelangioleschi, non ero stata in casa di cura — che è proprio quello che prova, alle volte, chi viene internato, svestito e dato in pasto a degli infermieri scabrosi, ignoranti, inetti e confusionari. Cioè, c’è una grande confusione nel corpus di Michelangelo, ed è la confusione morale di coloro che non hanno capito chi era Cristo tra la folla. Ecco il composto della confusione, della massa, che trascina anche il genio e che lo distrugge — ovviamente, ogni artista come Michelangelo.

Poi si tratta di una scultura appena sgrossata, che non è finita, che è abbandonata e ripresa, ripresa e abbandonata, come fanno molti artisti perché hanno magari un lampo. E poi voglio dire che tutte le opere di Michelangelo riflettono il suo travaglio, ma anche l’opera di uno scrittore. In ogni espressione artistica c’è qualcosa di divino, io credo; ma anche nel lavoro manuale, anche in quelli che hanno fatto queste statue, perché l’operosità dell’uomo è un segno della decadenza dell’uomo, ma anche della condanna divina e anche della presenza divina. Quindi non c’è niente da scartare di quello che c’è sull’universo.

Mi domandano: «Che cos’è la materia?». E la materia, secondo me, è proprio questa. La materia sono corpi, questi marmi, questi bronzi, nei quali è più presente la materia del canto, anche se il canto è evidentissimo. Quindi portano in sé stessi il mistero anche della vita: come, usando la materia, si riesce a far cantare la materia, a farla urlare.

Quindi nella Pietà c’è anche l’urlo segreto, che non si sente. E quanta gente come noi urla lungo la giornata! Cioè, non è la voce che è sintomo di dolore, ma spesso anche il silenzio. Noi vediamo nella Pietà Rondanini un silenzio mostruoso, una morte della parola. E infatti muore il Verbo, diciamo così: muore proprio la parola.

Basta.

Lezioni d’autore 2

Esco adesso da un’operazione, anzi esco da una sala di rianimazione, tu lo sai. E naturalmente sono molto stanca e molto afflitta da un’esperienza quasi immortale. E proprio il medico che mi ha intubato, che mi aiutava a respirare, mi ha detto:

«Guardi, ogni volta che apro un corpo umano trovo che c’è qualche cosa che io non riesco a prendere in mano».

Secondo me è l’anima. Non abbiamo una prova che l’anima esista: ci accontentiamo di sperare che ci sia. Però, se quest’anima avrà le punizioni dell’inferno o i godimenti del Paradiso, a uno che è già felice di vivere come il poeta non importa proprio niente. Lui è felice di quello che gli ha dato la vita.

L’esperienza del manicomio è stata una delle tante esperienze di vita, non diversa da tanti stati familiari, dove il manicomio è di casa, dove c’è l’inferno. Il manicomio è stata una cosa che ti invade, dove c’è stato un timbro, diciamo, esecutivo di una situazione di depressione, di paranoia: voluta dai parenti, voluta da te, voluta — che però ha sacrificato una persona.

A una clausura che non voleva, ma accettata. Il giudizio, diciamo, di Giuda: è chiaro che si va in croce, però poi Giuda si impicca. Voglio dire che non è stata una grande trovata. Secondo me la parte migliore del manicomio l’ho avuta io, non Giuda. Anche se è stato molto doloroso, specialmente a quei tempi.

Però ancora — e devo dire appunto L’anima innamorata, quando parla di questo amore all’anima, se è possibile parlare di anime — viene in mente quante bugie hanno detto anche i preti per salvare la loro presunta castità, mentre noi nei manicomi eravamo condannati alla castità. Era un peccato fare l’amore.

Quindi ci siamo abituati a sublimare le nostre esperienze, a creare uno stato generale di follia, una casa della follia dove poi è nata la poesia. La poesia è cresciuta come un albero proprio nella follia. Ma non è detto che tutti, per scrivere, debbano andare in manicomio, innamorarsi di un paese o comprarsi un Paperino, insomma.

Ognuno si comporta e si difende proprio con gli oggetti. E dice Manganelli nel diario che il manicomio è cosa sacra, perché diventa unica e irripetibile. E se devo dire una cosa: una volta dimessa — parlo di moltissimi anni fa — io ho scoperto che il manicomio è fuori. E lo dicono tutti.

Purtroppo noi lì abbiamo conosciuto una serenità, un amore, una Disneyland, se vogliamo dire, che ci ha lasciato intatti e per questo devo dire grazie al manicomio, ma non alla società, assolutamente no. È stata più veloce del manicomio, più feroce soprattutto, meno logica, più barbara, senza un filo di poesia. Il poeta è una persona talmente libera, talmente demotivata ma anche motivata, che non ha bisogno di guide e di rotaie, no?

Quindi non capisco perché… Una delle cose che mi ha sempre fatto allibire sono i contrattini, con la percentuale, con la scadenza, col numero di parole. E quindi lo scrittore di prosa è una cosa; il poeta invece, il poeta si innamora perché è proprio la sua funzione fisiologica, lo stato d’innamoramento.

È un eterno innamorato della vita, dei bambini, di tutto ciò che è famiglia, religione, mito — anche un po’, se vogliamo, nel mio caso, del manicomio. Io l’ho fatto diventare un mito, proprio perché lì tutti erano bambini. E quando mi chiedono perché stessi bene in manicomio: perché erano tutte persone innocenti, che non facevano, come il prete, il punto sulla situazione di uno sguardo, ma accettavano lo sguardo e lo benedicevano, ringraziavano chi li guardava.

Diciamo che viviamo in un’epoca dove non ci si guarda più negli occhi, dove non si guardano neanche le mani, che hanno tanto sofferto. Con le mani, che si presume siano destinate ad amore impuro, invece sono dei grandi giochi d’amore e anche dei giochi di preghiera.

Le mani sono ricordate spesso dal poeta, Del Vecchio che piange dicendo:

«Io non ho più mani e non posso neanche accarezzarmi il mio volto e avere pietà di me stessa».

Perché Del Vecchio, oggi, non ha pietà nessuno. Ma anche del nostro modo di fare poesia.

Il mio primo trafugamento di madre
avvenne in una notte d’estate,
quando un pazzo mi prese,
mi adagiò sopra l’erba
e mi fece concepire un figlio.
Oh, mai la luna gridò così tanto
contro le stelle accese,
né mai gridarono tanto i miei vuoti,
né il Signore volse il capo all’indietro
vedendo la mia infelicità di madre.
Il mio primo trafugamento di donna
avvenne in un angolo oscuro,
sotto il calore impetuoso del sesso, ma nacque una bimba dolcissima,
e fu tutto coperto. Ma io non perdonerò mai
che quel bimbo mi fu tolto dal grembo
e affidato a mani più sante,
ma fui io ad essere oltraggiata,
io che sarei sopra i cieli
per aver concepito la genesi.

L’anima innamorata non è il diario di tanti: è un momento di una donna che si innamora proprio di un giovane prete, il quale addirittura la caccia via. Che fosse un prete, che fosse un’altra cosa, non ha senso; però l’amore sentito alla nostra età diventa quasi una bestemmia. E questo non è bello, perché il vecchio fa fatica a far morire i propri sentimenti. Anzi, diciamo che i sentimenti degli anziani sono i più belli, i più puri, i più eterni.

E se io mi trovo molto bene con i miei nipoti, è proprio perché sono anche un po’ un bambino. Cioè l’anziano diventa bambino, e questo è un gioco naturale affinché possa parlare ai bambini come loro, diventa nuovamente innocente. Questo non vuol dire che fisicamente non abbia tutte le istanze erotiche o esistenziali.

L’anziano ha vissuto, ha una vita alle spalle: quindi è un uomo, è un uomo che però forse non sa più giocare. Perché non insegnare ai vecchi a giocare, invece di mandarli all’università della terza età a imparare poesie che ormai non avranno più nel cuore, o che non hanno mai scritto? Di quello che vuol dire, per il giovane, tornare a innamorarsi.

Alla mia età si guarda l’innamoramento con una certa nostalgia. Si può pensare, guardando un giovane: «Questo giovane è innamorato», ma questo può anche dare dolore, perché a te non capiterà più. E se capiterà…verrai anche oltraggiato, no?

Il giovane è molto crudele e lui non sa che noi abbiamo gli stessi sentimenti suoi. Meno la forza fisica, molto meno: non abbiamo più quella. E poi abbiamo più pudore dei giovani, che oggi sono spudorati. E io personalmente non andrei mai a dire a un giovane: «Io sono innamorata di lei», perché capirei subito che cosa pensa di me, quindi ne farei a meno. La mia dignità di vecchio non me lo permette. Però niente mi vieta di scrivere.

Senti come canta l’uccello fuori.

Poesie 3

La Terra Santa

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso tra la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso le messe,
le messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita nei cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.

Spazio

Spazio spazio, io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Il gobbo

Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall’espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita
… e nessuno m’aiuta.
Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d’allegrezza
che ha il dono di una stana profezia.
E perché vada incontro alla promessa
lui mi traghetta sulle proprie spalle.

Magnificat. Un incontro con Maria.

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria
che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.
Maria discende in noi,
è come l’acqua che si diffonde
in tutte le membra e le anima,
e da carne inerte che siamo noi
diventiamo viva potenza.

Germogliava in lei luce
come se in lei in piena notte
venisse improvvisamente il giorno.
Ed era così piena della voce di Lui
che Maria a tratti diventava grande
come una montagna,
e aveva davanti a sé
il Sinai e il Calvario,
ed era ancora più grande di loro,
di queste montagne ardenti
oltre le quali lei poneva
il grande messaggio d’amore
che si chiamava Vita.
E intanto si lavava
nelle fonti più pure
e le sue abluzioni
erano caste
perché Maria era fatta
di sola acqua.

Maria vuol dire transito,
ascolto, piedi lieve e veloce,
ala che purifica il tempo.
Maria vuol dire una cosa che vola
e si perde nel cielo.

Ella era di media statura e di straordinaria
bellezza, le sue movenze erano quelle di una
danzatrice al cospetto del sole.
La sua verginità era così materna che tutti i
figli del mondo avrebbero voluto confluire nelle
sue braccia.
Era aulente come una preghiera, provvida come
una matrona, era silenzio, preghiera e voce.
Ed era così casta e ombra, ed era così ombra
e luce, che su di lei si alternavano tutti gli
equinozi di primavera.

Se alzava le mani le sue dita diventavano uccelli,
se muoveva i suoi piedi pieni di grazia la
terra diventava sorgiva.
Se cantava tutte le creature del mondo facevano
silenzio per udire la sua voce.
Ma sapeva essere anche solennemente muta.
I suoi occhi nati per la carità, esenti da qualsiasi
stanchezza, non si chiudevano mai, né
giorno né notte, perché non voleva perdere di
vista il suo Dio.

Salvate la madre di Gesù,
ella è dimora degli angeli,
ella è dimora della Parola.
La parola fiat
ha tagliato il suo grembo in due:
metà tenebra e metà dolore.

Salvate la valle del Signore.
Per camminare Dio bambino
ha bisogno di un prato,
per camminare Dio
ha bisogno del mondo.

Salvate la madre di Dio,
ella è tenera,
ella è solo una fanciulla,
ma tiene i coltelli della sapienza
nel grembo
per aprire un varco al demonio.

Lei lo affronterà,
la madre di Dio,
la migliore,
lo prenderà per sempre
lo caccerà all’inferno.
Lei,
l’eroina di tutti i tempi,
la dolce madre di Dio,
la tenera fanciulla d’amore,
lei aprirà un varco alla poesia,
lei aprirà un varco al sole.

Salvate la tenera madre di Dio,
i suoi seni acerbi,
le sue braccia bianchissime,
le sue mani che culleranno
il Dio vero.

Salvate i suoi fianchi di giada,
i suoi occhi che paiono stelle,
la sua pelle che è bianca
come il respiro.

Fu trapiantato in lei
l’albero e la luce,
il pesce dell’immanenza,
il Dio secolare,
ambrosia di tutte le genti.
Benedite la tenera ancella di Dio
e la sua signoria.
Ella diventerà la regina,
la regina dei cieli,
ella diventerà il manto secolare
che coprirà di gioia gli umani.

Salutate in lei
la porta del sorriso beato
e l’onniscienza futura:
ella ha previsto tutto
perché pur non avendo radici
Maria è la sola radice del mondo.

Ti è stato insegnato il peccato come legge
del demonio e tu non ti sei infuriata.

Hai solo guardato l’uomo come una terra
inondata di errori e hai tolto da lui le erbacce
del desiderio, la fame, la sete, il sonno, la grande
paura del dolore.
Chi ti guarda, chi ti conosce depone le armi
della difesa contro il dolore e capisce che solo
tu lo puoi annientare col senso della misericordia
di Dio.
Tu sei la legge divina ma sei anche un canestro
di pace e di fermento, tu sei la terra che
sorge, la terra che ti adora e ti ringrazia, tu
conosci i movimenti del cielo, la parola ignuda, e
i tuoi grandi occhi celesti sono degli antidoti
contro la morte.
Poter morire in te è la consolazione dell’uomo.
Fidarti la nostra anima vuol dire ingiuriare
quell’ala che è demonio e che pasce i nostri
visceri.

Tu sei bella, pellegrina di fede, nessuno è
mai riuscito a rappresentarti perché sei un
sospiro, e anche se Dio ha voluto vestirti di panni
di materia, lo Spirito ha guidato talmente in
alto il tuo cuore da rapirti perennemente in
estasi.

Il tuo grande uomo era Gesù, la tua spiritualità
si è incarnata in lui. Gesù è ridisceso nelle
tue viscere un’infinità di volte e tu l’hai
rivestito del tuo pianto secolare, del tuo pianto che
attraversa i secoli.
I secoli e la storia non moriranno mai finché
tu li attraverserai come una spada.

Sei la povertà e la ricchezza, il sogno e la
contraddizione, la volontà di Dio e la volontà
dell’uomo, che tu educhi alla contemplazione.
Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo,
eppure tu sei la regina degli angeli, la regina
nostra, la regina di tutti i tempi.

Maria,
ci sono dei venti
che ardono e gemono in noi,
e dividono le nostre intime parti
in tanti flagelli
e ci rompono le ossa
e sono le tentazioni,
i progetti sbagliati,
le orme indisciplinate,
i feretri dei morti
che secondo noi non hanno reserrezione.

Quanto è immodesto l’uomo
che pensa che l’inverno congeli tutto
e non spera nella primavera.
L’uomo beve il proprio odio
come un buon vino,
e più odia e più si sente ebbro,
e più si sente ebbro
e più abbandona
le rive della tua giovinezza.

Gesù è una fiamma d’amore,
lui purificherà il mondo,
brucerà le scorie del dolore,
ma per fare questo, figlio,
abbiamo patito sopra un legno ignudo
senza vesti
trafitti da misere spade.
Il tuo è un dolore di carne,
il mio è un dolore dell’anima.
La mia anima urla, Gesù,
le mie carni soffrono.
Ridatemi le spoglie del mio bambino.
Non l’avessi mai visto correre per i prati,
non l’avessi mai sentito gridare dalla gioia,
non avessi mai incontrato il suo volto
così beato,
da rendermi beata tra le genti.

Le mie ginocchia
avide di molto cammino
sono state generate
dalla tua grazia.
Ho dovuto riposare
ai piedi della montagna
senza mai sormontarla
ma Ti ringrazio
per avermi destinata a servire.
Non ad essere
una regina potente
ma un’umile serva.
Tu mi hai concesso
la contemplazione.
Ho contemplato la Tua Sapienza,
ho contemplato la Tua Creazione.
Ho visto da vicino
come Tu mi hai creata
e come Tu mi hai benedetta.
Ho saputo tutto di Te,
come ogni donna terrena
sa tutto dell’uomo che ama.
Ella lo conosce dalla sua infanzia,
lo brama nei suoi destini,
lo imprigiona nei suoi deliri.
Così è la donna che ama.
Ma Tu,
che non avevi principio,
mi hai sprofondata
nella carne angelica
dove non si nasce
e non si muore
se non con la sua resurrezione
e il suo grido.
Io, Maria,
sono il tuo grido, o Signore.
Col tuo grido mariano
Tu hai sconvolto le genti,
con i veli della mia castità
hai messo pudore
dove c’era vizio e odio.

Categories: poesie 

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